Un autentico sentore di disdetta aveva ormai lentamente preso possesso del suo mondo interiore, sfrigolando energicamente all’apparire d’una qualsiasi nuova contemplazione. Non era tuttavia uno di quei tipi che si lasciasse abbattere tanto facilmente; tempo fa decise infatti di aver ciondolato troppo a lungo nulla avendo fatto, e benché fosse forse ormai troppo tardi per pensare di poter cambiare il mondo, nulla certo gli vietava di intraprendere una formidabile impresa di conoscenza totale e globale dell’Uomo. Orbene, non degli uomini nella propria varietà particolare, ma dell’Uomo nella sua unicità sostanziale, e se vogliamo nella sua devianza assoluta. Una ricerca disumana che pensava con certezza non essere tempo sprecato, piuttosto un servigio senza compenso alla comunità dei suoi simili versanti in grave difficoltà.
Per ovvie ragioni, il suo viaggio non poté seguire che direttive geografiche e temporali: per molti anni peregrinò da nord a sud del globo, da oriente ad occidente, visitando buonissima parte dei luoghi fino ad allora abitatati. Ma ancora più intenso se vogliamo fu il viaggio psicologico e sentimentale con cui dovette misurarsi l’indomito: senza dubbio lo stupore per la varietà della bellezza fu inizialmente quanto di più naturale riuscisse a provare; il cuore gli scoppiava in petto dalla gioia nel vedere con quale forza le persone che incontrava riuscissero ad approcciarsi in maniera così sistematicamente differente alle sfide dell’esistenza; in questo riscontrava l’audacia e lo spirito di sacrificio di cui non poteva che andare orgoglioso.
Tuttavia questo durò poco. È vero che riscontrò sempre un’elementare tendenza al variegato, ma che non si inserì mai a suo avviso in quel principio di unicità sostanziale che andava cercando, su cui avrebbe dovuto poggiare il rinnovamento; perciò allo stupore si sostituì ben presto il disappunto, alimentato corposamente dalla più totale assenza di quelli che idealmente definiva spiriti nobili, coloro che, sempre a suo avviso, veramente facevano esperienza della difficoltà del sentire umano. Iniziò allora ad osservare tutto con sguardo differente, di compassione; provava enorme tristezza per la miseria dell’uomo, tanto più che questi tendeva prepotentemente ad accrescerla sempre di più in un vortice di gratuito autolesionismo permanente. E questo disgusto crebbe in rabbia, verso l’uomo e verso sé in quanto tale; non potendo altrimenti, l’odio era l’elemento puro e primo cui dedusse esser ognuno condannato nella propria sconclusionata lotta, senza possibilità di scelta e di fuga pena l’abbandono della propria qualifica. Trovò che molti ideali e dogmi della società fossero sostanzialmente sbagliati, non tanto perché portatori di rovina ed ottusità, ma poiché partoriti dalla banalità dell’imperfezione, e benché funzionali poco originali.
Ripensava queste e molte altre straordinarie cose seduto su quelle strisce di lamiera con le spalle volte all’orizzonte, il sole alto a mezzogiorno, aspettando il fischio liberatorio, grondando di freddo sudore e ripensando a quel simbolista francese, quello che parlava di guignon…Ormai si sentiva null’altro che il postino della sventura, non che avesse poi realmente voluto perdersi né tantomeno emulare le gesta di quei sommi spiriti liberi che di umano avevano avuto assai poco. Solo non poteva sopportare di aver sprecato il tempo ad appurare cose che in cuor suo forse già sentiva, o piuttosto voleva spingere la propria audacia al suo limite massimo, laddove sarebbe potuta trasformarsi in viltà.
Sta di fatto che il fischio lo sentì, strizzò forte gli occhi, serrò le mascelle, protese energicamente il proprio apparato nervoso al fine di prepararsi degnamente all’impatto, che stranamente però tardò ad arrivare. O meglio non arrivò. Deluso si levò in piedi, e scorgendo una casetta ferroviaria, vi si avvicinò convinto di ricevere spiegazioni abbastanza convincenti da poterlo calmare. Si rivolse ad un omino:
< Ehi buon uomo, ma dove diavolo son finiti i treni? Eppure mi pareva di averlo sentito arrivare, il fischio…>
< Ragazzo mio, treni non ne passano da molti anni da qui, probabilmente avete sentito fischiare la mia pentola. A proposito, gradite della minestra di cavolo? È cavolo nero. Sapete, se ne occupa mia moglie. Non credo di sbagliarmi quando dico che sia il più buono dell’intera regione!>
Il ragazzo era effettivamente affamato, ed accettò di buon grado il piatto di minestra che trovò squisito oltre misura. Si stupì tuttavia della mancanza della moglie dell’omino a pranzo, e ne chiese notizia.
< Sapete > cominciò l’omino < ho sempre avuto un gran difetto. A pranzo son solito bere qualche bicchiere di troppo, cosa per cui, terminato il pasto e qualche sigaretta mi addormento profondamente sul divano. Il dramma è che nel risvegliarmi, ogni volta rovescio sonoramente il posacenere. Mia moglie mi ha sempre ampiamente rimproverato per questo, e negli anni mi è cresciuto un tale sentimento di insofferenza ed inadeguatezza da non potermi più sopportare, da non riuscire più ad accettarmi per quello che ero. Lottavo quotidianamente contro la disperazione, vivevo perennemente nelle mani della disdetta! E non vedevo alcuna liberazione possibile…>
< Per questo mandò sua moglie ad occuparsi dei cavoli, la capisco. E come biasimarla? Non credo avrebbe potuto fare altrimenti, in fondo siamo uomini. >
I due parlarono per un poco ancora, poi l’omino come suo solito espose la propria sonnolenza ed il desiderio di poterlo lasciare. Il fallace suicida salutò cortesemente il semplice uxoricida, e con immensa indifferenza si incamminò per nuovi percorsi.
Molti dicono che, questo eroe eccessivo di scherzosi disagi, sia andato ridicolmente ad impiccarsi ad un lampione.
-orpellofaceto-
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la ricerca spasmodica del male banale che è ovunque non poteva non concludersi con un’ illuminante liberazione, è nei posacenere che si accumula l’accidia, l’inedia consuma la pazienza, veloce nascondi tutto sotto il tappeto e i problemi seppeliscili tra i cavoli.
mica ho capito il titolo però e il racconto precedente era più accurato ma la capisco è meglio il contenuto…in fondo siamo uomini.
Non posso fare a meno di citare
” Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in strada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare.”
Uno dei maestri ottocenteschi nella versione di Pavese.
poesia, caldo dolce metaluogo che circonda avvolgente l’impalpabile organo che pulsa d’immunifiche immagini dispensatore, pure scariche di riconoscimento di fluidi legami , richiama l’ancestrale piacere di manipolante creatività, è puro istinto diluito in rivoli di veloci movimenti di lingua, diletto disciolto nel contatto con etereo concetto, brivido sublimato in un grido di ghiaccio, ritmico vibrar del suono dei corpi afferrati coi denti, scanditi nell’ampio respiro di una voce primitiva, verso d’intensa intesa libero sfogo rumore del gesto di cogliere il frutto dopo aver goduto dello struggimento nell’attesa, toccare il senso profondo dentro cui è distillata l’essenza della vita
narcisista
Lavare la colpa nella mondana quotidianità, concimare coi ricordi lo sterile deserto di
che lasciamo scorrere, come granelli di vento in una clessidra e pioggia in mare, volumetrie spaziali colme di fitte foreste di
sempre già cancellate cicatrici dietro agli occhi… pulviscolo come dimenticato al buio…e ogni volta tornare a nutrirsi di marci
frutto di semi cagati dal nulla
è un film di merda
e seppur non sembri avere una cippa a che fare con il racconto eccome se c’entra.
Non voglio con questo sminuire l’operettamorale di qua sopra che avrei però preferito leggere finire con un più collaudato contrappasso. Se per curare l’indolenza dell’omino l’unico antidoto è eliminare il problema alla radice, se mi passate la metafora un pò scontata, il giusto prezzo di quel tentativo sincero di solidarietà umana, dal sapore di cavolo dolciastro, sarebbe quantomeno da lasciare in sospeso per non deludere l’immaginaria speranza, automatica istanza morale del lettore, con una frase ad effetto tipo: “aveva un solco lungo il viso, come una specie di sorriso”.
Il film si chiude con uno scontato autodafè della pellicola stessa, racconto di un omicidio con scena splatter annessa, da parte di un ragazzino che non è nemmeno bravo a skatare, ma lo fa a paranoid park… puro nonsenso in inquadrature ripetute alla nausea che però racchiude una piccola pillola di saggezza: non confessare mai di aver ucciso qualcuno(non è chiaro se implicitamente il consiglio sia estendibile a qualsiasi tipo di delitto): fai come l’omino! liberati la coscienza dicendo mezze verità, puoi purificarti sotto la doccia come in tutti i film di merda, puoi bruciare vestiti e fotografie come in tutti i film di merda, puoi continuare a vivere sentendo affievolirsi il peso della colpa -deglutirlo- ad ogni sorso di zuppa (nei racconti succulenti; non nei film di merda).
Senza Chanel che suicidio è?
Fermarsi un istante soltanto. Parche mense, vuote stanze.
Il disio reca con se amarezza. Refolo umido segna il volto mutato dal tempo. Discende patina sorda…ma vela,non smuove, ne cangia gli occhi fissati in eterno.
Mutate sembianze.
Mutate le membra.
Muto il silenzio.
Scorre, lento ed inerme, il meriggio.
?! rimasta un po’ senza parole.. ne rimase solo un punto di domanda. punto di domanda di cui in fondo viviamo, dunque accettabile
Grazie della grazia.