Digressione slovacca
Il castello di Bratislava è un cubo perfetto, ha il tetto di tegole rosse ed un torrione ad ogni angolo. Il castello di Bratislava si erge sulla cima di una rocca che sovrasta il Danubio, la città vecchia e la città nuova. Il castello di Bratislava cent’anni fa era soltanto un insieme di rovine. Rovine poste in bella vista. La prima cosa che chiunque vedeva, entrando in città. D’altro canto cent’anni fa Bratislava non si chiamava neppure Bratislava.
Sto seduto a gambe incrociate accanto alla grossa sagoma del castello. Il nome “Bratislava” è stato scelto con un concorso pubblico datato 1919. Poco dopo aver rubato la città all’Ungheria. O almeno così dice la guida turistica che sto leggendo. L’hanno dimenticata due turisti dagli occhi a mandorla e la Canon in mano. É scritta in inglese e in copertina compare il Danubio con la città sullo sfondo. S’intitola: Bratislava, a city to discover. Dalla mia postazione domino l’intera città. Alla mia sinistra si ergono tetti ad angolo acuto, finestrelle triangolari di piastrellato colorato, coni e campane di campanili; la città vecchia. Davanti a me, al di là del fiume, migliaia di file di palazzoni bianchi e grigi. L’uno uguale all’altro. Alla mia destra una famiglia di turisti italiani.
Il capofamiglia, viso paonazzo ed ascella sudata, respira profondamente. Volge lo sguardo all’infinito, inarca le sopracciglia e si mette gli occhiali da vista. Cerca di forgiare l’espressione più intellettuale possibile. Poi inizia ad emettere suoni: “Guardate quella fila di palazzi: identici, fatiscenti, impersonali. L’eredità di mezzo secolo di comunismo”. La mogliettina dai capelli neri indossa occhiali griffati e scarpe col tacco. È magra, bassetta, ma i pantaloni tradiscono il culone post parto. Zitta, lo fissa ammirata, poi fissa i palazzi, poi fissa il marito, poi muove la testa su e giù, poi sospira. Mi chiedo se siano mai stati a Cinisello Balsamo, a Garbagnate, a Porto Marghera. I turisti italiani sono una piaga sociale.
Sfoglio la guida e scopro che esisteva una repubblica indipendente slovacca anche prima della rivoluzione di velluto. Fu creata da Hitler nel ‘39. Era ovviamente uno stato fantoccio. Dieci anni e trenta mila vittime dopo era ancora uno stato fantoccio. Però governato da Praga e guidato da Mosca. Curiosa la Storia. Mi guardo attorno ed ascolto l’amalgama di lingue che s’intreccia nell’aria. La guerra fredda è finta. Anche cechi e slovacchi si sono divisi senza rancore, una rivoluzione di velluto, appunto. Gli slovacchi non odiano i cechi. In compenso odiano gli ungheresi. Curiosa la Storia.
“Sorri du iu ev a sigarett?”. È una strana koiné anglobergamasca che mi parla. Gli rispondo in italiano. Il bergamasco, entusiasta per l’italianità reciproca, si lascia andare ad innumerevoli e svariate riflessioni sulle donne della città. Le ragazze in questione, secondo il suo parere autorevole, sarebbero tutte vogliose, fiche ed accondiscendenti. L’unico difetto parrebbe essere quello dell’età, “troppe minorenni”. Nei bar di Bratislava servono ai tavoli soltanto ragazze magrissime, alte, bionde, pronte a dartela nel primo cesso della città. Lo ascolto in silenzio. “Ma tu sei qui per il rave di stanotte?” Non sono qui per il rave di stanotte. Nel viso dell’italiano cala un velo di sbigottimento, ma sembra riprendersi subito. La faccia di quest’intralcio è quadrata come il castello. Ha due occhi a fessura incastonati da sopracciglia ad arco perennemente moventi causa tic alla palpebra sinistra. Fa l’occhiolino ogni quaranta secondi; ed è convinto che io gli stia dicendo una balla. Perché mai dovrei essere a Bratislava se non vado al rave? Mi invita quindi a tenere d’occhio sciokreiverdotcom “All’una circa dovrebbero postare il numero di telefono da chiamare. Poi, basta una telefonata e ti informano dov’è la location precisa” Penso che sia un sistema infallibile. Gli rispondo che ci verrò senz’altro, che ovviamente sono a Bratislava proprio per quello. Mi chiede del fumo. Gli rispondo di no.
Saluto, mi alzo e me ne vado, cammino a zonzo un poco per le strette viuzze della rocca, appena restaurate, in stile finto vecchio. Odorano ancora di plastica e cemento. Poi arrivo alla mia macchina, apro la portiera, mi siedo sul sedile, lo abbasso fino a farlo appoggiare su quello posteriore. Poi chiudo gli occhi e dormo.
Apro gli occhi. È buio. Una fioca luce sfocata accarezza i contorni delle auto parcheggiate. Tutto è avvolto da una grigia foschia, di una consistenza talmente cristallina che sarebbe senz’altro piaciuta al buon vecchio Fanciullino. Mi addentro in quest’atmosfera ovattata e subito percepisco nozioni e pensieri diventare lievi ed eterei. Un brivido, che odora d’acido, mi percorre la schiena, ma è un ardore d’azione. Abbandono la strada principale a favore di un sentiero appena abbozzato che s’arrampica su un colle che immagino.
La lingua italiana manca di termini precisi per descrivere la percezione dei sensi. È stato un limite proprio della nostra tradizione quello di favorire astratte speculazioni metafisiche a scapito dell’immanente. Le mie papille gustative assaporano un aroma di muffa e pelo di cane fradicio, la lingua taste questo sapore, ne fa esperienza. To taste ha sempre avuto traduzioni inconsistenti nel nostro antico idioma. E mai un italiano riesce a percepire questa sensazione. To taste la fragranza che emana il mondo reale.
Puzza di fumo, senza orizzonte visibile, suoni ovattati e un fastidioso sentore di umido sui pori del braccio. Il piastrellato del terreno è interrotto da radici a cunetta e buche di sassi. Il sentiero bianco si snoda arrampicandosi sul colle, sempre più ripido. Impervio, si chiude alla vista. Stremato mi fermo, chiudo gli occhi e apro i polmoni. Inspiro, espiro. Un rantolo di tosse catarrosa mi fa digrignare i denti. Inspiro, espiro. Sento i bronchi arroccarsi e chiudere il rubinetto dell’ossigeno. Apro gli occhi. Inspiro ed espiro con foga; nell’immediato nessuna illuminazione mistica.
Continuo a salire, tanto che ormai mi arrampico. Le mie mani afferrano rocce sporgenti ed aiutano il resto del corpo a salire in cordata. Il silenzio è quasi assordante quando, con fatica, giungo in cima. Un piccolo spiazzo piano d’erba verde. Soffocate dalla coltre di nebbia, intravedo le radici di un albero. Mi avvicino con lentezza, senza fare il minimo rumore. Tasto le radici avvolte l’una nell’altra (tastare, non to taste). Una piccola scarica elettrica si propaga dalle mani ai piedi al torace al cranio. All’improvviso un frastuono unisono ed assordante. Cinguettio dodecafonico prodotto da milioni di becchi. Mi sento al centro di un pollaio fantasma. I rami secchi dell’albero sono giganteschi e nodosi. E sono ricoperti di uccelli dalle piume rosse ed il becco nero. Starnazzano.
Poi, come incalzati da uno sparo del via, aprono le ali e s’alzano tutti in volo. Contemporaneamente. Si dispongono in una fila ordinata e formano un’immensa spirale in moto perpetuo. Continuano a gracchiare suoni. Lo stridore aumenta ed il tono s’innalza. Il grido è diventato così acuto che riesco a percepirne il significato. In the woods is perpetual youth continuano ad urlare. E la spirale vortica e gira e sembra impazzire nell’atmosfera stagnante. In the woods is pepetual youth; IN THE WOODS IS PERPETUAL YOUTH. Le gambe mi cedono e mi ritrovo col culo spiaccicato al suolo. Rimpiango il castello, i turisti, e la musica goa. Rimpiango un poco anche la circonvallazione di casa. Sento qualche scossa e il terreno vibrare. Sento la nebbia pungermi il palato, quando tutto d’incanto scompare nella perfetto biancore della neve.
o0piate
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Tags: bratislava, castello, emerson, melanzane e pastasciutta, racconto

il turista raver già mi stava simpatico, un pò come nebula,ecco, amore a prima vista
dopo una certa, quando la luna è già arancio ogni cosa è tua, hai tutto il tempo per avere ciò che vuoi, e ciò che disprezzi distruggi, ruba e regala, piscia sull’uscio dei cani da guardia, compensa con malvagità ogni buona azione, e fottitene tanto domani sono tutti morti
Sole rosso.
Il tramonto spacca e quasi colora le ripetute facciate identiche di una periferia. Qui niente comunismo, niente ideali nemmeno presunti, nemmeno strumentalizzati. Io, sola sul treno che taglia quel cemento, penso a quanto di umano possa esserci lì dentro.
Ma che importa?
Che cos’è reale? Questo palazzo e questo balcone e la strada arancione? O piuttosto i lavori in circonvallazione, il cantiere spettrale, la gru addormentata neroriflessa. In bicicletta gli spazi si aprono e si lasciano scoprire in tutta la loro maestosità. Si ergono a protezione del cielo. La puttana all’incrocio ammicca dentro le calze a rete, il pappone seduto al bar beve birra e squadra le scarpe col tacco. Un auto si ferma, fissa le tette cadenti della ragazza, le chiede di mostrargli il culo e poi riparte, inserendo la prima e subito dopo le altre marce in rapida scala. Esoscheletro di dinosauro questo parcheggio multipiano in costruzione. Mentre lo fisso, perdo l’equilibrio un attimo e sbando. Un auto mi scansa e strombazza. Quella dopo frena. Il ragazzo alla guida inchioda e geme, occhi contratti in una smorfia di dolore piacevole. Una ragazza con la testa abbassata gli sbottona i calzoni e gli scopre il cazzo e lo accarezza con cura con le labbra carnose. Una flotta di scarafaggi invade il marciapiede e lo conquista, un nero zampettare. Un vecchio dal portamento impeccabile, la barba bianca e un sigaro in bocca, cammina osservando la notte della metropoli. Immagino che sia un poeta, nella mia mente sicuramente lo è. Vaga di notte cercando conforto ed ispirazione fuggendo dal suo polverolibroso monolocale all’ultimo piano in via Plinio. Mi fermo, scendo dalla bici e lo fisso. Sorrido.
eh già una partesi di poesia nello scorrere frenetico delle cose.
scrivi in modo convulso, come se rincorressi le immagini che nella mente ti si accavallano e le volessi fermare tutte nel loro scorrere su carta.
questo susseguirsi di frenetici anche fantastici flash sono al limite, un confine tra reale e surreale modo di sentirli sulla pelle, che percepisco nel tuo scrivere e che mi ricorda il mio approssimarmi a scrivere versi. mi succede così … una randellata di immagini che poi metto in ordine tagliandone i collegamenti.
mi piace il modo in cui adotti il linguaggio del pensiero naturale, ciò che apparentemente è scurrile e che in realtà siamo noi senza filtri di facciata.
vado o0piate… inizio a dire stronzate per la stanchezza ed il sonno.
dai la mia buonanotte anche ad Orpellofaceto.
bacio, nat
java s’è reincarnata, ho visto una tipa con la maschera a gas l’altroieri in metrò, lei lo fa sempre, se prende il tram mette anche il casco, è una salutista, se scopre che fumi sta ad almeno due metri, evita ogni tipo di cibo dannoso, per evitare di invecchiare fa nella pausa pranzo un riposino in frigorifero e di notte dorme nuda, nel weekend quando tutti sono in giro lei sta a casa, che è più sicuro, son quasi certo che abbia una teca di cristallo con cui proteggersi, quando entra in un posto sosta il più possibile soto lo stipite perchè se viene un terremoto non le crolla nulla in testa, esce di casa raramente ma non per paura, per andare dal dottore di solito, lei di paure non ne ha, studia biostatistiche e sa come evitare la morte
ma secondo te la parola “aperitivo” deriva da aper,is latino ?
quindi in sostanza esisteva gia dai tempi dei romani?
chiedevano cinque sesterzi e cinquanta per una spremuta di cinghiale con un oliva dentro al bicchiere e ci mangiavano le pizzette e la pasta fredda oppure bevevano comunque la birra e il cuba libre ma contemporaneamente davano la caccia ai cinghiali?
Dubito per la seconda.
Cuba non era stata scoperta, figuriamoci se era libera!
allora e’ deciso, aperitivo significa “cinghiale pressato in un frantoio e servito con degli stuzzichini
ora il mio capo ha un elastico in testa, si gira verso di me e mi dice “ciao ravioli!”
gli chiedo se sa cosa vuol dire “aperitivo”.
Continua a ripetermi “ciao ravioli” con quel cazzo di elastico azzurro in testa.
Un ciccione di almeno 120 chili passa e lascia per terra un foglio. C e’ scritto “cascasse il mondo non indossero’ mai un panama”
http://comebackulysses.blogspot.com/
l ho rivisto, indossava un panama. La gente e’ brutta.
Leggo e segnalo:
Con fare furtivo ma cosciente del mio senso civico oggi faccio incursione nella sala relax dove solitamente migliaia, ma che dico, milioni di persone si ritrovano per pasteggiare con caffe’ andato a male, tartine al siero positivo e minestrone di colla stick da ufficio. Vedo una tipa a fianco del boccione dell’acqua. Capelli rossicci, taglio scalato e vago accenno di lentiggini. Mi rivolgo a lei, fa un sorriso malizioso, le chiedo di spostarsi, ho sete. Muoio di sete. Bevo, mi accorgo pero solo troppo tardi che dentro al boccione nuotavano tredici piccole meduse graziosamente colorate sul dorso con tinte autunnali. Tra tutte quelle tonalita di rossi ambrati, gialli paglierini e verdi marci non capisco piu niente e cado a corpo morto. Mi risveglio una quarantina di minuti piu tardi con la tipa di prima che mi rivolge lo stesso sorriso. “ho bevuto l’acqua dove nuotano quelle meduse?” chiedo. La tipa continua a sorridere.
Torno alla mia scrivania. Vedo il mio collega italoamericano accasciato su se stesso scoppiare in un pianto infantile, quasi ossessivo. Accendo il computer e leggo che in Italia stanno tornando di moda I Ragazzi Italiani. Si. La boyband. Un colpo di stato e’ avvenuto. Massimo di Cataldo e’ diventato presidente supremo del Paese, e tutti, grandi e piccini, si ispireranno a lui nei secoli a venire considerandolo come il modello di riferimento di quell’attitudine alla sciattoneria fichetta che ha dato, da’ e dara’ i suoi frutti. A chi pensava che gli anni 90 fossero solo un periodo transitorio, privi di quel carisma e quella patina rivoluzionaria che denotava I ‘70 o piu ancora I “60 io dico “ve l avevo detto, bastardi!” L ho sempre temuto, e oggi ho le prove che quell timore fosse piu che fondato. L’ unica cosa che rivoglio indietro adesso e’ il mio divano su cui, tornato dal lavoro, schiantare la mia schiena. E possibilmente una versione di office che non corregga ogni italianismo che scrivo. E anche duemila euro. E pure un piatto di pinzoccheri alla valtellinese.
Penso, il mondo e’ finito e non ho ancora provato il cibo giapponese. Penso che infondo non sia una grave perdita. Si la mia vita e’ stata piena e profumata, dal sapore vagamente amarognolo ma stuzzicante, come un sacchetto di caldarroste a novembre. Non di cibo giapponese, ma di altre cose valevoli comunque di essere considerate quantomeno decorose. Come l’ostentazione del mio redord mondiale in qualita’ di imbottigliatore di Paraflu.
La peggior cosa e’ accorgersi che quando si vive in una scatola con due soli fori per l aria, inesorabilmente le vie d uscita si complicano e al briciolo di speranza subentra la rassegnazione dell’uomo solitario e privo di fede.
Torno a pensare a quelle meduse del boccione. Al fatto che non fossero poi troppo contente di trovarsi dove si trovavano in quel momento. Un foro e’ peggio di due. Dico.
Merda, ho dimenticato cosa dovevo fare oggi.
Pazienza.
tratto da: http://comebackulysses.blogspot.com/