A volte, quest’ uomo onesto e probo, gradiva gettare tempo in giro a zonzo, trascinando i piedi e sorridendo al mondo. Gradiva le tiepide giornate, ma ancor più quelle uggiose d’autunno, quelle fredde e ricoperte d’un grigio uniforme, quando l’accidia ben s’accompagna alla letizia. Non certo lo muoveva simpatia per il moto, tanto che il suo itinerario procedeva quasi sempre in maniera piuttosto casuale; città e campagna erano in fondo sempre la medesima cosa, esprimendo comunque una visione di mondo.

Capitava quindi che si accostasse alle zone ed alle persone più varie e disparate, ma mai che ne restasse talmente coinvolto da emozionarsi più del consueto; un leggero movimento delle labbra poteva disegnare un flebile sorriso, o un leggero inarcamento verso il mento, ma mai nulla di più del consueto. Gli accadde un giorno, o per meglio dire al limite di esso, di ritrovarsi ad esplorare un fitto boschetto poco distante da casa sua, un bosco florido ed intrigante, degno d’una menzione in un libro di fiabe. Quasi come al solito, rigirava la sguardo con fedele noncuranza, osservando la brillantezza dei colori e l’atmosfera sfuggente di cui quel luogo pareva pervaso. Soprattutto lo sorprendeva il movimento oscillatorio di caduta delle foglie, che silenziosamente si staccavano dai rami precipitando al suolo. Dire che fosse emozionato, o particolarmente gioioso della giocosità della natura sarebbe forse troppo, ma nuove sensazioni affioravano sul suo viso. E gli parve di essere osservato; occhi di bosco lo spiavano. In lontananza vide una figura stranamente rassicurante, intenta nel trascinare un trabiccolo dall’ aria piuttosto pesante. Gli appari più vicina. Era la simpatica figura di Pireo, “l’eremita della carretta”,vecchio vagabondo da tutti conosciuto con simpatia per i suoi modi burberi e corrosivi, solito figurare il trasporto di una carriola vuota con grandissimo sforzo. Un incontro divertente poté pensare, forse insperato. Occhi di foglia lo sorpresero. Un violento tonfo gli rimbombò nel capo e nelle ossa, quando ancora faticosamente cercò di riacquistare le coordinate spaziotemporali, ed un briciolo di coscienza. L’atmosfera si era fatta decisamente più fosca, e mentre si trovava completamente bloccato nel fogliame, sentiva un forte peso premere ad intervalli regolari sulla sua zona addomostermostomacopanciale. Pireo, immobilizzatolo, sedeva sopra di lui offrendo al suo sguardo solo lo spalle. Sentore di vomito.

“Sputa, giuda d’un cane!Non avrai mica intenzione di tenermi qui tutta la vita!”Impallidì alle parole del vecchio, non trovandovi alcun senso. E aggiunse: “Non credere che per me sia uno spasso, ogni volta è sempre peggio. Ma che diavolo vi passa per la testa, volete forse sovvertire le decisioni?”Il capo gli si chinò incredibilmente verso sinistra. Un pipistrello appeso a testa in giù, gli si mostrò; Aveva un’ aria degna benché sofferente, e perdeva sostanza gialla dal muso. “lui non ha avuto paure, stravede per il giallo.” Il capo gli si infossò nel terreno umido, e ad un’ ulteriore pressione, esalò una densa nube dalla bocca, che si condensò in aria come magica figura. Iniziò a ribellarsi freneticamente. Il vecchio si voltò; un’ orrenda cicatrice conferiva alla bocca un ghigno rassegnato, nell’incavo degli occhi ardevano due bracieri. Sollevò una mano:

“Il cielo crolla lentamente, a macchie, senza che noi possiamo afferrarne nemmeno una briciola, e si accumula grossolanamente. Questo legno si gonfia imbevuto d’ umori malsani, e le foglie danzano lentamente verso la quiete. Protestano furiosamente queste nostre direttrici, ma silenzio di tomba assorda franoso rimbombo. Volgi il capo, e osserva attentamente quanto ti dico: mostrami la tua paura e non parlarne come un bimbo petulante.” Cavatosi un occhio, lo pose in un tubo. “Troviamo insieme direzioni scordate”. Soffiò forte verso il cielo, colpendo l’ignara magica figura, che ruzzolò fragorosamente, poco distante da loro. “Poca notizia si ha ormai di queste bellezze, praticamente”.

Il vecchio si levò, e raccolta la carcassa da terra la caricò delicatamente sul caro trabiccolo.

L’uomo intanto, sereno, si era anch’egli levato da terra.”Concederemo altro?”

Forte rise il vecchio:”Possiamo solo sperarlo!”

Orpellofaceto



6 Responses to “Canto d’autunno”  

  1. 1 marcel

    “…sembrò crudele alla nonna non sentire il soffio vivificante del vento del mare, a causa della veranda trasparente ma chiusa, che, come una vetrina, ci separava dalla spiaggia, pur lasciandocela interamente vedere, e in cui il cielo entrava così completamente che il suo azzurro aveva l’aria d’essere il colore delle finestre e le sue nuvole bianche un difetto del vetro. Persuadendomi che ero seduto sul molo o in fondo al boudoir di cui parla Baudelaire, mi domandavo se il suo “sole raggiante dal mare” non fosse -molto diverso dal raggio della sera, semplice e superficiale come una linea dorata e tremula- quello che bruciava in quel momento il mare come un topazio, lo faceva fermentare, diventare biondo e lattiginoso come birra, schiumoso come latte, mentre a tratti vi trascorrevano qua e là grandi obre azzurre, che qualche dio sembrava divertirsi a spostare, muovendo uno specchio nel cielo.”

    p269 All’ombra delle fanciulle in fiore
    ok Proust in questo frangente ha in mente “chant d’Automne” di Baudelaire…ma cos’è un boudoir?

  2. 2 baudelaire

    I

    Bientôt nous plongerons dans les froides ténèbres;
    Adieu, vive clarté de nos étés trop courts!
    J’entends déjà tomber avec des chocs funèbres
    Le bois retentissant sur le pavé des cours.

    Tout l’hiver va rentrer dans mon être: colère,
    Haine, frissons, horreur, labeur dur et forcé,
    Et, comme le soleil dans son enfer polaire,
    Mon coeur ne sera plus qu’un bloc rouge et glacé.

    J’écoute en frémissant chaque bûche qui tombe
    L’échafaud qu’on bâtit n’a pas d’écho plus sourd.
    Mon esprit est pareil à la tour qui succombe
    Sous les coups du bélier infatigable et lourd.

    II me semble, bercé par ce choc monotone,
    Qu’on cloue en grande hâte un cercueil quelque part.
    Pour qui? – C’était hier l’été; voici l’automne!
    Ce bruit mystérieux sonne comme un départ.

    II

    J’aime de vos longs yeux la lumière verdâtre,
    Douce beauté, mais tout aujourd’hui m’est amer,
    Et rien, ni votre amour, ni le boudoir, ni l’âtre,
    Ne me vaut le soleil rayonnant sur la mer.

    Et pourtant aimez-moi, tendre coeur! soyez mère,
    Même pour un ingrat, même pour un méchant;
    Amante ou soeur, soyez la douceur éphémère
    D’un glorieux automne ou d’un soleil couchant.

    Courte tâche! La tombe attend – elle est avide!
    Ah! laissez-moi, mon front posé sur vos genoux,
    Goûter, en regrettant l’été blanc et torride,
    De l’arrière-saison le rayon jaune et doux!

  3. 3 CHANSON D'AUTOMNE

    Les sanglots longs
    des violons
    de l’automne
    blessent mon coeur
    d’une langueur
    monotone.
    Tout suffocant
    et bleme, quand
    sonne l’heure,
    je me souviens
    des jours anciens
    et je pleure.
    Et je m’en vais
    au vent mauvais
    qui m’emporte
    deca, delà
    pareil à la
    feuille morte.

    (Paul Verlaine)

  4. 4 eza*

    soffi maldestri sopportano e supportano
    il peso di queste pesanti giornate autunnali,
    dove le finestre dei piccoli appartamenti
    di città si macchiano di grigiastro e i finestrini delle
    automobili si appannano fisicamente; scrutando
    dalla finestra non si vedono che insegne provocanti
    e un gran traffico.
    Non si vuole sentire di foglie portate dal
    vento, di poveri pazzi sottomessi all’incosciente,
    di morte, di vecchi, di carri.

    ma di calde cioccolate in ambienti asciutti e confortevoli.

  5. 5 André

    Per il deluso autunno,
    per gli scolorenti
    boschi vado apparendo, per la calma profusa
    lungi dal lavoro e dal sudato male.

    [...]

    Andrea Zanzotto, prima quartina di “Colloquio”

  6. 6 Arturo

    Questa la posto solo per irritare orpellofaceto con ulteriori richiami all’autunno (e anche perché non è possibile citare Baudelaire e Verlaine senza nominare Rimbaud)

    L’automne, déjà! – Mais pourquoi regretter un éternel soleil, si nous sommes engagés à la découverte de la clarté divine, – loin des gens qui meurent sur les saisons.
    L’automne. Notre barque élevée dans les brumes immobiles tourne vers le port de la misère, la cité énorme au ciel taché de feu et de boue. Ah! les haillons pourris, le pain trempé de pluie, l’ivresse, les mille amours qui m’ont crucifié ! Elle ne finira donc point cette goule reine de millions d’âmes et de corps morts et qui seront jugés ! Je me revois la peau rongée par la boue et la peste, des vers plein les cheveux et les aisselles et encore de plus gros vers dans le coeur, étendu parmi des inconnus sans âge, sans sentiment… J’aurais pu y mourir… L’affreuse évocation! J’exècre la misère.
    Et je redoute l’hiver parce que c’est la saison du comfort!
    [...]

    Adieu


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