Il piccolo ikiki aveva appena sedici anni quando una donna, miss Sunena, dal fuoco negli occhi lo scelse come suo servitore. Era sempre stato in mezzo alla strada, ove all’oscuro delle sue origini si arrabattava per pagarsi gli studi, che il più anziano degli orfanelli con cui viveva si ostinava a consigliargli come unica via di fuga. “Fuga da dove poi?” si chiedeva ikiki perplesso senza però avere il coraggio o la codardia di dirlo ad alta voce. “Fuga dal nulla!” si rispondeva poi, quando chino sui libri capiva che il suo sforzo non era che un conato di un’ infinitesimale potenzialità, il capriccio di una minima possibilità come il colpo di coda di un pesce che stanco del mare di strade salta per annaspare nell’aria, per farsi notare quasi la sua esistenza dipendesse dall’esser visto compiere qualcosa di eclatante come scoprire un limite.
Come quel pesce si sentiva in ogni strada che eleggeva a sua dimora. Lei non gli lasciò scelta, fu praticamente rapito dal deserto di povertà e scaraventato in un letto, un letto morbido e tutto suo. Solo per potersi permettere un letto con delle lenzuola così preziose avrebbe dovuto lavorare tutta la vita e anche un pajo dopo, le coperte erano così delicate che gli pareva di stare tra nuvole di petali, e i cuscini erano tanto morbidi che la sensazione avvolgente che lo circondava quando vi ci sprofondava non gli lasciava la possibilità di pensare a quel che capitava.
Era finito dal mondo delle infinite possibilità irrealizzabili alla concreta realtà di una vita che non gli avrebbe lasciato scampo. Pian piano quei cuscini e le mollezze della sua nuova vita avrebbero smussato la durezza che l’umiltà aveva scolpito nel suo cuore. Il pesce che era in lui sarebbe soffocato nella ripetitività della nuova vita, come se la boccia di cristallo in cui era stato gettato divenisse sempre più piccola e opprimente ad ogni giro che egli era costretto a compiere su se stesso.
Era diventato il divertimento di quella donna che si nutriva delle sensazioni che gli strappava e sottomesso al lusso non ricordava la vita precedente e si era ormai convinto che quest’ultima non era più reale o più libera di quella: dai mille sogni che lo cullavano quando attraverso i libri sbirciava negli equiprobabili futuri era precipitato in uno cui si era facilmente adattato senza peraltro avere altre alternative.
Stuprato senza peraltro soffrirne affatto, viveva in uno stato di semi coscienza costellato da picchi di estasi estrema in cui scordava chi era e scorgeva l’armonia d’ogni cosa; nei quali abbandonandosi diveniva puro piacere. Non conosceva né noja né divertimento, era un semplice animale da compagnia svuotato d’ogni aspirazione, che si lasciava usare in cambio di una vita agiata.
Ogni tanto qualche lampo schiariva il suo animo lasciandogli intravedere,limpidamente, squarciatogli il velo di succubanza, che la sua vita veniva periodicamente succhiata e che la sua volontà veniva manipolata e fatta ripiegare sull’appagamento.
Saltuariamente qualche pretesto, qualche piccolezza serviva da spunto per aprire uno spiraglio nella dolce nebbia che offuscava la sua mente: una volta vedendo due cani accoppiarsi aveva avuto conati di vomito ed era stato inservibile per la padrona per alcuni giorni e poco tempo addietro un altro episodio l’aveva sconvolto: sentendo la matrona parlare affettuosamente al suo sornione siamese si era sentito girare il capo senza sapere perchè.
All’inizio della sua sudditanza nonostante fosse contento di riposare la testolina e chiudere i libri per farsi viziare continuava a pensare che il suo compito era solo rimandato e che avrebbe presto ripreso a riempirsi di nozioni e storie, dopo poco non ritenendo neppure più un piacere aver sospeso gli studi smise del tutto di rivolgere ad essi la sua attenzione. La sensazione di libertà da ogni impegno che non fosse il soddisfare sessualmente la sua salvatrice lo pervadeva a tal punto da lasciarlo vuoto.
Ma il fulmine squarcia il vuoto, l’aveva imparato quando era andato a mendicare in un monastero per entrare nel quale era stato rasato e vestito con strani ruvidi panni, era uno dei pochi periodi che la nuova vita gli concedeva di ricordare: non sapeva se quell’investitura fosse solo una prassi igienica dovuta ai suoi pidocchi o se nascondeva in realtà qualche altra implicazione.
Verso il diciassettesimo anno d’età, avendo ormai trascorso un anno a contatto coi piaceri più perversi e sconvolgenti immaginabili da semplice oggetto che era inizialmente, totalmente impacciato, era divenuto tanto esperto nel controllare il suo corpo e tanto premuroso con la sua padrona che questa si era stancata di lui al punto da trascurarlo per settimane preferendogli altre più giovani ingenue e inesperte vittime.
Questi periodi di astinenza pur facendolo soffrire lo scotevano dal torpore in cui stava sopito il suo brillante animo. In queste pause risuonava come un mormorio di grilli d’estate l’antica vibrazione che spesso aveva pronunciato anch’egli. Gradualmente il mantra lo svegliava dal suo stato, lacerando il buio in cui annaspava e i pensieri invece che tornare a fluire come prima ingarbugliati e contorti seguivano ora una speciale melodia e prendevano a vorticare creando una spirale che svuotandolo lo colmava di senso.
Raccolto nella posizione del loto quasi senza sapere perchè, pronunciava Om Mani Pahdme Hum con ossessiva monotonia, con l’enfasi del pappagallo, quasi la formula tramutata in cantilena sola potesse dargli pace, era l’unico appiglio a cui poteva aggrapparsi per risalire, la corrente che poteva sfruttare per raggiungere la superficie e romperla.
Si esercitava nell’immobilità che la padronanza del suo corpo gli permetteva; i suoi occhi divenivano allora di pietra, l’azzurro topazio sembrava scintillare spento. Nel più completo silenzio sentiva scorrere in ogni millimetro del suo corpo le ondate di sfrigolante energia che la padrona gli suggeva, gli pareva allora di sentire un fremito, come un formicolio che poteva dirigere a suo piacimento per intorpidire o far scattare in un tremolio le sue membra.
Dal Tan-tien sviluppava il brivido che aveva imparato a far risalire sinuoso lungo la dorsale e che con la respirazione faceva giungere dritto in un flusso spiraleggiante nei sette centri.
Quando Sunena lo trovò in quelle condizioni si sentì perduta, comprese in quell’istante d’aver imprigionato l’uovo di un pesce inadatto a qualsiasi acquario e si sciolse in un oceano di lacrime, riversò ai suoi piedi tutto l’amore che gli aveva rubato, che ancora aveva incastonato sotto le unghie e che gli aveva strappato vorace a morsi e con lo stesso farmaco con cui l’aveva avvelenato dilaniando il suo spirito si consacrò a lui in quell’atto che ormai aveva assunto la perfezione del rituale, quell’atto che aveva indissolubilmente legato le loro vite.
Amen il Fulmine nel Vuoto Oscuro.
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Tags: dharma, iki, liberazione, pazzi zen, sesso tantrico, yabyum

Il racconto sgorga dal nome IKI, che pur non essendo traducibile è il raffinato fascino, la grazia delle geishe; (lo chic nella francia di Proust) la seduzione che esercitano con eleganza; le geishe sono puttane, puttane disilluse e senza padrone che possono scegliere se andare o no col cliente. La loro tecnica con la maestria s’è evoluta in arte. (la ripetizione è il meccanismo che consente al rito di raggiungere la perfezione, come si può trovare ne “Lo zen e il tiro con l’arco” e in molti altri bei libri sullo zen).
Per questo conquistare una geisha è più intrigante perchè il successo non è garantito, un’impresa degna dei samurai; nel racconto i ruoli sono invertiti; dopo esser stato un oggetto impersonale il ragazzo si sveglia e si distacca dalle questioni del mondo,(si identifica con il nulla, o in questo caso il vuoto) il suo pensiero, il suo essere è altrove ed ognidove, è quindi la donna che deve svuotarsi, sentire l’universo penetrarla per poter conquistare il maestro zen nuovamente ad un altro livello. Chi fosse interessato può leggere “la struttura dell’Iki” di Kuki Shuzo dove il filosofo cerca di dare una panoramica della nebulosa che avvolge il concetto peraltro inesistente che è l’essenza dell’arte giapponese.
Lo Yabyum è invece un rito tibetano che ha a che fare col sesso tantrico, che non centra nulla con posizioni da acrobati ma che cerca di unire lo spirituale al prettamente materiale attraverso un esercizio di coscienza di coppia in cui i flussi, e quindi liquidi (per questo la donna si deve sciogliere, l’immagine è quella di un’ampolla che per essere limpida alla perfezione si rompe) ed energie si mescolano alchemicamente in una danza armoniosa che dà piacere senza sforzo (che non c’entra con la fatica ma con un disperato supremo volere), il fulmine nel vuoto è quindi una metafora sessuale. Il rimando in questo caso è a “I vagabondi del dharma” di Kerouac. Il tan tien è 4 dita sotto l’ombelico ed è il metaluogo dove dorme kundalini, come chiunque voglia approfondire troverà spiegato sicuramente meglio altrove in rete.
Per le pratiche meditative il mo consiglio spassionato è leggere quel che si può, provare con qualche maestro ma alla fine fare come ci si sente meglio, altrimenti è come andare a messa.
Il nome Sunena è indiano e significa begli occhi.
Sembra una rivistazione di Siddharta in chiave sessuale anche a me seppure io non abbia più letto quel libro da anni, mi pare di ricordare che anche lui passasse attraverso una fase di contatto col sesso per poi uscirne più puro o comunque più esperto, se qualcuno ne sapesse un pochino di più per rinfrescare la memoria…
schermaschera
ecco così non potrà mai più esser dedicato a nessuno; è andato sprecato, un’esca rubata, un cinquanta centesimi in una macchinetta, cosa volevi dire con la tua storia?
la prima condanna a morte della storia, inventata dopo millenni di storia per spiegare l’origine della storia stessa, è stata interpretata nelle più disparate maniere.
Quale peccato può esser costato la vita? venale? passionale? certo il più ovvio sembra esser quello mortale.
peccato mortale è non obbedire ai 10 comandamenti : (come facessero a saperlo adamo ed eva prima che dio li facesse incidere è irrilevante)
1–“Io sono il Signore Dio tuo: non avrai altro Dio fuori che Me”.
spesso mi ha fatto pensare: non avere la presunzione di imitarmi, il che può voler dire non voler anche tu creare, e in questo caso procreare, l’interpretazione che và per la maggiore è da sempre stata collegata all’atto sessuale, come sognare un serpente vuol dire bramare il sesso, così il serpente tentatore può essere metafora come potrebbe essere sebbene forzatamente il cogliere la mela.
Quest’interpretazione implica inoltre un’infrazione dei comandamenti number 4-( il padre è dio stesso) 6- (impuro è qualsiasi cosa che infranga il tabù) e 9-( eva era la donna di dio?) il che porta a prevalere quest’interpretazione sulle altre poichè coinvolge parecchi peccati.
2–“Non nominare il Nome di Dio invano”.
il peccato originale può esser stato una bestemmia se questo comandamento non volesse anche implicitamente dire non invocatemi senza motivo, cosa che la chiesa stessa ha fatto diventare un rito.
3–“Ricordati di santificare le feste”.
credo che qualsiasi uomo in qualsiasi tempo sia stato ben contento di festeggiare, certo il santificare ha un aspetto abbastanza oscuro, ecco perchè si chiamano feste comandate
4–“Onora il padre e la madre”.
vedi sopra, adamo ed eva non avevano altro padre all’infuori di dio, quindi erano una famiglia atipica, strano che proprio la prima famiglia sia atipica, chissà se si consideravano orfani di madre…
5–“Non uccidere”.
l’unico peccato mortale, per cui il diritto degli uomini prevede ancora oggi la pena capitale è proprio quello che di sicuro adamo ed eva non commisero, ma che anzi dio stesso condannandoli, cacciandoli dal paradiso, commise da allora per sempre nei secoli dei secoli, amen
6–“Non commettere atti impuri”.
rivedi sopra… non disperdere il seme e tutto il resto, niente di più vago visto che devi amare il prossimo tuo come te stesso
7–“Non rubare”.
ecco la seconda interpretazione più gettonata, il peccato orignario, il primo peccato, sarebbe stato il furto della mela. Da questa derivano alcune davvero interessanti conclusioni: il peccato originale sarebbe la proprietà privata, l’appropriazione indebita è lo scaturigine o scaturisce dal desiderio di avere una cosa per sè, un primordiale egoismo che spinse il primo uomo a sottrarre una cosa dal patrimonio di tutti (allora erano in due voglio dire e in due l’hanno mangiata quindi non ha molto senso a meno che gli angeli fossero ghiotti di mele). Creando la proprietà privata commisero il primo furto della storia prestandosi quindi ad esser derubati a loro volta, è un serpente che si morde la coda, o che si mangia le unghie…La proprietà privata è un furto. è il furto, non esisterebbe furto senza proprietà privata, anche se la proprietà privata non ruba niente a nessuno ma qualcosa a tutti.
8–“Non dire falsa testimonianza”.
Bè credo che colti con le mani nel sacco o i denti nel frutto non potessero affatto buggerare l’onniscente quindi mi sento di escludere la possibilità che questo sia stato il motivo della caduta.
9–“Non desiderare la donna d’altri”.
vedi sopra…come la vergogna e come la proprietà privata nascono solo quando c’è un altro cui fare il torto, un testimone o una vittima, in questo caso o l’altro è dio il che implicherebbe una gelosia da parte sua o non ha alcun senso(non ne ha comunque): vergogna de che??? che sèm scià numa in dùù!!!!!
10–“Non desiderare la roba d’altri”.
qui addirittura è il pensiero che conta, questo comandamento è la base su cui si fonda la nostra società, la proprietà è sacra. finchè il desiderare aveva qualcosa di impuro nell’esser desiderio sessuale potevo capire l’immoralità sottesa, le implicazioni che potevano portare a sospetti gelosie e vendette, ma nel caso della proprietà (è ridicolo che in una società patriarcale che ha sempre considerato la donna un possedimento ci sia una distinzione tra i punti 9 e 10, distinguo che significa non considerare la donna un oggetto) nel caso della proprietà dicevo mi è impossibile capire il senso: senza tentazione non c’è liberazione, se non ho l’impulso da tenere a freno come posso dimostrare la mia forza di volontà? questo comandamento è palesemente precedente al 7 e al 9, ma si spinge oltre le possibilità umane, il desiderio non è certo qualcosa che uno può dirigere a suo piacimento su questo o su quello, è una cosa istintiva che non possiamo controllare.
Ma sono andato fuori tema, il mio obiettivo era quello di trovare il peccato orignale, il più originale possibile anzi e credo di averlo trovato:
credo che il peccato originale, quello che ha determinato il degrado e la mortificazione dell’essere umano abbia a che fare col saper pisciare(di qui la metafora del serpente).. e ti rendi conto che è stato l’uomo e non la donna a commetterlo quando entri nei cessi pubblici: poi è ovvio che dopo che il primo ha pisciato in giro e tu devi stare a due metri dalla tazza anche tu sei portato a perpetrare il peccato. Nè il peccato venale nè quello mortale sono quindi la causa della cacciata dal paradiso, bensì quello banale del saper pisciare.
l’ordine dei comandamenti l’ho trovato su Tutto gesù : secondo link se cerchi con gugol
Secondo me peccato è il cantante dei Negramaro
di appetiti comunque si tratta e di non aver saputo resistere alla tentazione( tentazione ha una connotazione morale nella mentalità cristiana che implica una tensione ma anche una repulsione, un non dovrei di fondo, un divieto imposto che è la base dei rapporti di potere)
quindi ci sono due fazioni: mela-furto-golosia, serpe-sesso-gelosia
Una cosa che trovi per strada teoricamente è tua solo dopo che tu la porti nel comune dove l’hai trovata: se per un anno il proprietario non la viene a reclamare è tua, oppure diventa tua se puoi dimostrare che è stata abbandonata.
se adamo avesse portato la mela al comune paradiso e dio non se ne fosse accorto per un anno o se avesse potuto provare che dio l’aveva abbandonata non ci sarebbe stato nessun problema. ora se la mela era già caduta dall’albero si può considerare buttata? se ci fosse stato un cassonetto vicino alla pianta si poteva supporre che dio ve l’avesse gettata?
Per quanto riguarda gli atti impuri, e quindi la fazione che fa discendere dal peccato originale il tabù del sesso(o viceversa), proprio non mi viene altra spiegazione se non quella che dio non voleva che l’imitassero, che copiassero la sua capacità creativa.
Nella religione cristiana non è però proibito il sesso fine alla procreazione, anzi è legalizzato solo in vista di quello scopo quindi la mia intuizione non regge e bisogna pensare a cos’altro possono aver fatto adamo ed eva di sessualmente immorale per farsi buttr fuori dall’eden.
Tra gli atti impuri vi è l’autoerotismo: è vietato masturbarsi (e quindi il piacere fine a se stesso?) ma in questo caso avrebbe dovuto cacciare uno solo dei due, o quantomeno uno per volta.
Altro atto immorale è l’andare contro alla monogamia che tra l’altro si basa sul paradosso precedentemente ilustrato della donna-oggetto, se la donna non è un oggetto non può essere posseduta e quindi sottratta ad alcuno. Comunque anche questo caso non poteva eventuarsi dato che erano solo in due.
L’unica possibilità rimasta, tra quelle che riesco ad immaginare è che i due abbiano usato il preservativo, è questo che ha fatto incazzare dio, o viste le ristrettezze economiche d’allora hanno praticato il coito interrotto.
Tutto questo ragionamento assurdo per chiedervi: da dove deriva la monogamia e perchè è così radicata nella nostra società?
antropologicamente parlando individuo la genesi della monogamia nella lotta per il telecomando: l’uomo, naturalmente più forte della donna, ne detiene il possesso, ma con due o più mogli è evidente che la superiorità numerica finisca per avere la meglio sulla superiorità di forza fisica. chiedete a un poligamo quante chances ha di guardare la partita il sabato pomeriggio.
“Quando bevo mi fidanzo. Sarà i ragionamenti che faccio, sarà che comincio a sudare, la donna s’innamora.” M. Milani
Se non vivessimo in una società monogama, tutti i venerdi sera la gente andrebbe a sposarsi e le discoteche non esisterebbero.
Siccome Lapo e FaBBrizio Corona tengono le redini della questione in Parlamento, non ne usciremo mai da questa ANOsa questione.
VI ANO e prometto che la prox volta farò meglio.
S.M.
nuovo saggio inerente alle pratiche e alle tecniche per squarciare il velo di maya… http://problegomeni.wordpress.com
grazie alla cicciuna che me l’ha fatto pubblicare