De defecatione.

Posted on ottobre 15, 2007

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Luce bianca di neon – buio – luce – buio. Intermittenze di luce metallica illuminano uno spoglio stanzino mezzo metro x mezzo metro. Seduto su uno sporco water di uno squallido cesso, mi si apre un sorriso, e libero la mente nei pensieri, cullati nel loro succedersi dall’irregolare plof plof sotto di me. Un plof plof che mi stupisce ogni giorno perché ha in sé potere afrodisiaco per il corpo, un benessere assoluto, un orgasmo. Un orgasmo di merda.

Luce – buio – luce – buio. Intermittenze metalliche illuminano pareti di piastrelle, e sulle piastrelle scritte, ovunque. E il suono costante dell’acqua che cola da dietro plic plic.

Sono tre le categorie tematiche in cui possiamo suddividere le scritte dei bagni:
1- scritte politiche: sono molto comuni in università, licei e luoghi giovanili e solitamente si presentano come serie di botta e risposta tra anarchici, comunisti e fascisti
2- scritte sessuali (spesso omosessuali), le più numerose e variegate. Solitamente si trovano sotto forma di annuncio sessualmente esplicito e recapito telefonico
3- calcio. (dopotutto siamo in Italia)

Pennarello nero e pennarello rosso se le sono dette di santa ragione in questi giorni; è una discussione di raro interesse, la mia esperienza politica in pillole quotidiana.
Pennarello rosso: “la proprietà privata ci rende schiavi”
Pennarello nero: “comunista di merda, forza nuova”
Pennarello rosso: “fasci al rogo, servi dei servi”
Pennarello nero: “drogato prodiano del cazzo. Tu e i tuoi pacs”
Pennarello rosso: “espropriamo tutto ( e comunque ora si chiamano dico, ignorante)”
Pennarello nero: “ma espropriati il cervello”
Pennarello blu: (con tratto deciso e sicuro, e chiudendo gli occhi vedo il tipo che l’ha scritto: sguardo fiero, capelli corti, occhi appena appena serrati e un sorrisino che quasi impercettibilmente fa muovere il naso; si me l’immagino proprio così) “a me basta che non espropri la figa”

Ancora colpito dal vivace puntiglio, compio un ultimo sforzo. Occhi sbarrati; braccia contratte.
Ed eccomi finalmente, più nuovo e funzionante di prima. Luce – buio – luce – buio.

La madonnina lontana mi saluta dalla finestrella inondata di puzzo, fetore precisamente. Mi guarda e sorride, penso, vedendomi soddisfatto e rilassato dopo la mia acre lotta quotidiana.
Dovrebbe almeno: Madonna nell’alto dei cieli che glorifichi il lavoro quotidiano ti prego di godere nella rivolta anarchica del mio intestino, che depura e protegge il corpo mio, del seno tuo. Amen.
Alzandomi mi appresto a rimettermi le braghe quando mi fermo e capisco. E mi sovviene un passo:

– io scrivo perché credo in “una” verità da dire; e se torno a scrivere non è perchè mi accorga di “altre” verità che si possono aggiungere, e dire “in più”, dire “inoltre”, ma perchè qualcosa che continua a mutare nella realtà mi sembra esigere che non si smetta mai di ricominciare a dirla –

Che verità da dire maggiore di quella dell’eterno e meraviglioso rinnovo quotidiano delle nostre viscere? Dopotutto qual miglior gesto di una sana cagata accompagna l’uomo fin dalla creazione?( e per creazione bisogna proprio intendere il momento in cui il buon Vecchio dalla barba bianca decise di manipolare il didò umano). Davvero strano che questi nostri buoni amici letterati non ne abbiano mai parlato. Infatti sicuramente qualcuno ha scritto saggi e saggi sulla defecazione.
Sulla defecazione anale, sulla penetrazione rettale, sulla perversione sessuale, sulla vasectomia spinale, sulla proliferazione gergale. Su tutto; tutto è già scritto.

E penso a me, e pensando a me, mi penso studente. Ripenso al che polivalente, per esempio.
Ero in aula, immaginatevela zeppa di persone ammassate sui gradini, con le finestre chiuse e appannate, l’immancabile atmosfera sudorifera. E tastando la mia colonna vertebrale ripenso dolente alle posizioni per scrivere disteso al suolo.

Vai a letto che è tardi
Prepariamoci che siamo in stazione
Siamo arrivati che eravamo stanchi

Sono usi sgrammaticati del che con valore non sempre definibile, usato per introdurre subordinate generiche. È un uso esclusivamente orale.
E ora il paradosso del che polivalente: tutti lo usano all’orale in qualsiasi situazione (dal presidente della repubblica a me sottoscritto coi pantaloni abbassati); è sempre stato usato anche in letteratura (la divina commedia, per esempio è zeppa di che polivalenti), ma è severamente punito dalla grammatica italiana.
Ma in Italia, a noi, le cose piacciono complesse.

Insomma, sul che polivalente non solo ci hanno scritto saggi, ma addirittura libri. E promosso congressi. Congressi spesati sulle rive del lago di Como (e probabilmente proprio su quel ramo che volge a mezzogiorno) in cui intellettuali, letterati, professori e giornalisti sorseggiando champagne hanno esposto lucidissime teorie su un pronome. Giorni di teorie e studi su un PRONOME.

Quindi se esistono persone del genere, sicuramente saranno state anche spese parole e parole sulla defecazione. Già lo vedo. Rifugio alle pendici del monte Civetta, il sole lentamente si nasconde dietro le rocce, ombre rosa inquietano i neri abeti nella penombra. Una marmotta vedetta squittisce l’avviso che tutto è tranquillo al resto del branco. Gruppo nutrito di smoking neri che filosofeggiano sulle gerarchie dei differenti modi di propiziare la cagata.

1- chi caga fischiettando

2- chi caga perso nei propri pensieri

3- chi mangia cagando

4- chi caga leggendo (e in questa categoria possiamo dividere chi sfoglia riviste e giornali da chi legge veri e propri libri, un capitolo a cagata. Io ora, a casa, leggo arthur bloch “da essere a avere”)

5- chi caga telefonando

6- chi caga scrivendo

tra l’alto dovrei anche aggiungere per dovere di cronaca che esiste anche un piccolo ma combattivo gruppo di persone che caga masturbandosi, ma non essendo sicuro della fonte di questa informazione evito d’includere questa categoria di persone nel mio elenco.

E ora un po’di dialogo:
“ma porca puttana hai finito in quel cesso?”
“si, non ti preoccupare ora esco”
“non ti starai mica facendo una sega?”

– O0piate –

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Posted in: racconti