Sproloquio d’un insonne insofferente

Posted on gennaio 12, 2008

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Impudente,

gioco di gusto in quel mare di segni e di suoni, idilliache atmosfere d’infinita dolcezza, cogliendo con inaspettata naturalezza echi e suggestioni primitive, che sorgono impertinenti ad un’elaborazione spensierata; parvenza di autenticità.

Quel gioco burlesco s’impone a sé stante, non potendo o volendo soffrire contaminazioni indesiderate: un arroccamento preventivo, escamotage di finto personalismo autoriflessivo, incomprensione della vera completezza.

Tutto si trasfigura in una tendenza, se si vuole in una volontà, di bel dire del brutto, del tanto straparlare; voler riempire quel vuoto tutto intorno. Spiritello notturno che canzona a destra e a manca senza colpo ferire, senza l’ombra di una traccia; desiderio promiscuo d’irresponsabilità, che nutrendosi del dolce fiele ingigantisce per la via la propria insulsa tracotanza.

Tutto mi diviene ugualmente indifferente nella vanità di questa bellissima ipocrisia, e la freddezza che man mano si sostituisce all’iniziale ingenuità, si propaga violentemente verso ogni dove prima sconosciuto, avvolgendo come morbido panno la fallace superficie, sviluppando un inconsistente etereo velo spregiativo di senso contrario.

Orrore,

comincia a scalfire la flebile presente credenza rivoltando diametralmente gli invalsi canoni preesistenti sin dai più profondi pilastri di sostenimento: l’audacia rinnova in mestizia, portando ad un’insospettabile implosione delle responsabilità, travagliata ricerca di reale crudezza che sottende al rinato sentimento d’inadeguatezza.

Forse che sia io stesso divenuto l’oggetto della beffa suprema, impacciato burattino incapace non sol di governarsi, ma tanto ingenuo da nemmeno poterselo svelare? Misero e claudicante trotterello, portando in braccio il fardello dello scherno, araldo della vergogna alla mercé della pubblica derisione, per mia stessa colpa e volontà divenuto lo spettro di un viscido epigono, martoriato dal ribrezzo che solo la propria esistenza riesce a donare.

Sconfitta,

in tutto e per tutto eguale e diverso e rinato, indolente sognatore privato di volto e di note per sempre e forse, che importa per quanto, non cercando più nulla. L’oblio reiterato che si presta dolcemente è grazia e perdono, pur con quel suo acre retrogusto d’eterna condanna, dannazione dal profumo orientale di loto e di sangue innocente versato da noi e da tutti in pegno all’eterna condanna accordata da altri, forse anche troppo riconosciuti.

Di nuovo

senza un vero motivo ritorno a quel gioco burlesco, senza vedere e pensare null’altro, di nuovo e di vecchio è lo stesso di prima e per dopo che tanto non conta giocare ma il gioco, in sé stesso a sé stante comunque da poco.

Indifferente, stavolta davvero per scherzo mi penso costante in quella profonda incoerenza che fa da sostrato malato a questa triste lungagnata con fondo per cima rimessa in maniera scomposta e, dato il particolare frangente, sconclusionata.

Se c’ero dormivo, mai più ne scriverò di vero, davvero.

-Orpellofaceto-

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Posted in: racconti