Rimembranza d’uno sterile saltimbanco

Posted on febbraio 28, 2008

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Un autentico sentore di disdetta aveva ormai lentamente preso possesso del suo mondo interiore, sfrigolando energicamente all’apparire d’una qualsiasi nuova contemplazione. Non era tuttavia uno di quei tipi che si lasciasse abbattere tanto facilmente; tempo fa decise infatti di aver ciondolato troppo a lungo nulla avendo fatto, e benché fosse forse ormai troppo tardi per pensare di poter cambiare il mondo, nulla certo gli vietava di intraprendere una formidabile impresa di conoscenza totale e globale dell’Uomo. Orbene, non degli uomini nella propria varietà particolare, ma dell’Uomo nella sua unicità sostanziale, e se vogliamo nella sua devianza assoluta. Una ricerca disumana che pensava con certezza non essere tempo sprecato, piuttosto un servigio senza compenso alla comunità dei suoi simili versanti in grave difficoltà.

Per ovvie ragioni, il suo viaggio non poté seguire che direttive geografiche e temporali: per molti anni peregrinò da nord a sud del globo, da oriente ad occidente, visitando buonissima parte dei luoghi fino ad allora abitatati. Ma ancora più intenso se vogliamo fu il viaggio psicologico e sentimentale con cui dovette misurarsi l’indomito: senza dubbio lo stupore per la varietà della bellezza fu inizialmente quanto di più naturale riuscisse a provare; il cuore gli scoppiava in petto dalla gioia nel vedere con quale forza le persone che incontrava riuscissero ad approcciarsi in maniera così sistematicamente differente alle sfide dell’esistenza; in questo riscontrava l’audacia e lo spirito di sacrificio di cui non poteva che andare orgoglioso.

Tuttavia questo durò poco. È vero che riscontrò sempre un’elementare tendenza al variegato, ma che non si inserì mai a suo avviso in quel principio di unicità sostanziale che andava cercando, su cui avrebbe dovuto poggiare il rinnovamento; perciò allo stupore si sostituì ben presto il disappunto, alimentato corposamente dalla più totale assenza di quelli che idealmente definiva spiriti nobili, coloro che, sempre a suo avviso, veramente facevano esperienza della difficoltà del sentire umano. Iniziò allora ad osservare tutto con sguardo differente, di compassione; provava enorme tristezza per la miseria dell’uomo, tanto più che questi tendeva prepotentemente ad accrescerla sempre di più in un vortice di gratuito autolesionismo permanente. E questo disgusto crebbe in rabbia, verso l’uomo e verso sé in quanto tale; non potendo altrimenti, l’odio era l’elemento puro e primo cui dedusse esser ognuno condannato nella propria sconclusionata lotta, senza possibilità di scelta e di fuga pena l’abbandono della propria qualifica. Trovò che molti ideali e dogmi della società fossero sostanzialmente sbagliati, non tanto perché portatori di rovina ed ottusità, ma poiché partoriti dalla banalità dell’imperfezione, e benché funzionali poco originali.

Ripensava queste e molte altre straordinarie cose seduto su quelle strisce di lamiera con le spalle volte all’orizzonte, il sole alto a mezzogiorno, aspettando il fischio liberatorio, grondando di freddo sudore e ripensando a quel simbolista francese, quello che parlava di guignon…Ormai si sentiva null’altro che il postino della sventura, non che avesse poi realmente voluto perdersi né tantomeno emulare le gesta di quei sommi spiriti liberi che di umano avevano avuto assai poco. Solo non poteva sopportare di aver sprecato il tempo ad appurare cose che in cuor suo forse già sentiva, o piuttosto voleva spingere la propria audacia al suo limite massimo, laddove sarebbe potuta trasformarsi in viltà.

Sta di fatto che il fischio lo sentì, strizzò forte gli occhi, serrò le mascelle, protese energicamente il proprio apparato nervoso al fine di prepararsi degnamente all’impatto, che stranamente però tardò ad arrivare. O meglio non arrivò. Deluso si levò in piedi, e scorgendo una casetta ferroviaria, vi si avvicinò convinto di ricevere spiegazioni abbastanza convincenti da poterlo calmare. Si rivolse ad un omino:

< Ehi buon uomo, ma dove diavolo son finiti i treni? Eppure mi pareva di averlo sentito arrivare, il fischio…>

< Ragazzo mio, treni non ne passano da molti anni da qui, probabilmente avete sentito fischiare la mia pentola. A proposito, gradite della minestra di cavolo? È cavolo nero. Sapete, se ne occupa mia moglie. Non credo di sbagliarmi quando dico che sia il più buono dell’intera regione!>

Il ragazzo era effettivamente affamato, ed accettò di buon grado il piatto di minestra che trovò squisito oltre misura. Si stupì tuttavia della mancanza della moglie dell’omino a pranzo, e ne chiese notizia.

< Sapete > cominciò l’omino < ho sempre avuto un gran difetto. A pranzo son solito bere qualche bicchiere di troppo, cosa per cui, terminato il pasto e qualche sigaretta mi addormento profondamente sul divano. Il dramma è che nel risvegliarmi, ogni volta rovescio sonoramente il posacenere. Mia moglie mi ha sempre ampiamente rimproverato per questo, e negli anni mi è cresciuto un tale sentimento di insofferenza ed inadeguatezza da non potermi più sopportare, da non riuscire più ad accettarmi per quello che ero. Lottavo quotidianamente contro la disperazione, vivevo perennemente nelle mani della disdetta! E non vedevo alcuna liberazione possibile…>

< Per questo mandò sua moglie ad occuparsi dei cavoli, la capisco. E come biasimarla? Non credo avrebbe potuto fare altrimenti, in fondo siamo uomini. >

I due parlarono per un poco ancora, poi l’omino come suo solito espose la propria sonnolenza ed il desiderio di poterlo lasciare. Il fallace suicida salutò cortesemente il semplice uxoricida, e con immensa indifferenza si incamminò per nuovi percorsi.

Molti dicono che, questo eroe eccessivo di scherzosi disagi, sia andato ridicolmente ad impiccarsi ad un lampione.

-orpellofaceto-

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