Una giornata da diavolone

Posted on marzo 14, 2008

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Un rosso diavolone dalla lunga coda sinuosa svolazza attorno al tetto di torre Velasca. Davvero difficile a dirsi se sia più terribile alla vista l’infernale creatura o il grigio rosato del maxitorrione cittadino. Sa per certo che nessuno lo noterà, anche se è pieno giorno. “Queste minuscole formiche di città non hanno certo tempo di alzare lo sguardo verso il cielo, tanto meno in ora di punta”. Plana sicuro sul tetto e là si posa, con un movimento un poco goffo, accavalla le zampe caprine e si accende una sigaretta (te l’avevano detto, lettore, che il tabacco oltre ad uccidere te stesso, le persone che ti stanno intorno e il bimbo nel tuo bel pancione è anche prodotto creato e brevettato dal demonio in persona?)

“Samael, guardiano infernale, anche tu qui?”

Il diavolone si volta di scatto in direzione di quella voce eterea e delicata. Ed ecco apparire di fronte a lui, in tutto il suo luccicante splendore, un angelo dalle lunghe ali bianche, cinto da una corazza e con un elmo in mano.

“Salute a te, Gabriele, luce di Dio. É il lavoro che ti porta in questa fredda metropoli?”

“In verità ti dico che di lavoro oramai, ce n’è ben poco.” Risponde l’arcangelo sbuffando.

“Ti capisco, celeste collega. Ti capisco. Anche per noi emissari degli inferi i tempi sono duri. Le anime non si lasciano più istigare, non prestano neppure fede alla nostra esistenza. Arrivare a fine mese è compito arduo.”

“Non dirlo a me. Ormai nessuno ascende più al cielo, nessuno guerreggia in nome della fede, nessuno crede più neppure al papa.”

“Ma quest’ultimo papa da che parte sta? Dalla nostra o dalla vostra? Davvero non ricordo..”

“Io non so neppure chi sia l’ultimo papa. Questi uomini ne hanno sempre eletti troppi.”

“Sputa il rospo, Gabriele qual è il vero problema?”.

“É il vecchio, il problema…”

Sotto di loro, centinaia di metri più in basso, migliaia di passi trascinano gambe dentro e fuori dal buco nero della metropolitana, dritti dentro lo stomaco e le interiora della grande città.

Ma all’improvviso ecco un tremore che scuote tutto il terreno, e poi un altro, e un altro ancora. Scosse di terremoto cadenzate come passi. Dapprima lenti, poi sempre più veloci. Diavolo ed angelo si squadrano e subito capiscono che qualcosa non va, s’alzano in volo e sfrecciano verso il cielo di piazza del Duomo. E là rimangono esterrefatti.

Un ragno peloso con centinaia di zampe lunghe e sottili, come snodabili, si aggira tra la folla. Ha uno sguardo altezzoso e labbra di cesoie che s’aprono e chiudono zan zan; ed è alto quasi sei metri. Sei metri di pelo aracnide. Imprenditori, commessi, giapponesi e tedeschi iniziano a correre ed urlare.

“E questo cos’è? Arcangelo, tu che sei braccio destro di Dio, che cazzo è questo coso?” Bianco in volto, Gabriele inarca le sopracciglia e abbozza una smorfia. Samael alato svolazza smarrito, indeciso se sghignazzare di gioia o spegnersi in un vuoto silenzio interrogativo. Decide di sedersi su un cornicione e mangiare pop corn. Gabriele lo segue ancora in silenzio, attonito e spaesato.

Accorrono pompieri con le sirene spiegate, volanti della polizia e camionette dei carabinieri. Ma d’un tratto il piastrellato si sfalda e s’apre un crepaccio. Un lombricone ocra irrompe dal sottosuolo e sbarra la strada al pantagruelico ragno. Anche l’anellide è gigantesco e la sua pelle viscida brilla al sole di una giornata invernale in piazza del Duomo. ( Va da sé che le centinaia di persone che affollavano la metro sono già morte, stecchite e fagocitate dall’immonda creatura). Verme e aracnide nel mezzo dello spiazzo si guardano truci e sembrano studiarsi a vicenda. La cattedrale coi gradini e le guglie sembra una piramide azteca (di quelle a scaloni per intenderci) attorno alla quale s’ammassano in cerchio curiosi, turisti e studenti. Le mostruose creature al centro, come in un ring. Il ragno sfrega le lame delle cesoie l’una contro l’altra, mentre il verme scuote il terreno solo muovendo la coda. Ad ogni loro movimento due palazzi cadono in un qualche quartiere di periferia.

Improvvisamente il verme gigante si contorce su se stesso e, con rapido movimento di coda, spezza una trentina di zampe al ragno. Poi, in religioso silenzio, osserva fiero l’enorme nemico trascinare faticosamente il proprio corpo e crollare al suolo ansante. Allora il vermone alza la coda e la agita, coprendo per un istante il pallido sole. Poi, immobile in questa innaturale posizione, urla parole in una lingua commistione di ancestrale e viscerale. Spronato dal macabro canto il sole si fa più luminoso e sembra avvicinarsi al terreno.

Samael quasi perde la vista cercando di sostenere con lo sguardo la straordinaria luminosità dell’astro ardente. Quando, però, i suoi diabolici occhi si adattano un poco alla luce, gli pare di distinguere il volto di un vecchio con la barba bianca. Spaventato abbassa lo sguardo, lo rivolge verso l’arcangelo. Gli occhi di Gabriele appaiono spenti, fissi nel nulla. Sono solo due fessure di nulla. Il suo corpo, invece, sobbalza in preda a convulsioni continue.

Come il lettore avrà certamente intuito, si tratta proprio dell’effige del nostro Altissimo che discende dal cielo. Il volto del vecchio esplora lo scenario di Piazza del Duomo con sorriso benevolo. Osserva il lombrico troppo cresciuto, ancor fermo con la coda in aria, e urla: “Stop, buona la prima.”

Il verme si quieta, abbassa la coda e sussurra qualcosa al vecchio signore; sembra parlino di denaro. O qualcosa di simile comunque. Il ragno appare un poco stizzito, invece; si riattacca le zampe e chiama un taxi che lo riporti ad hollywood perché con certa gente non si può mica lavorare. La massa di persone disposta in circolo attorno all’Onnipotente inizia ad applaudire con fragore, ragazzine impazzite si mettono istericamente ad urlare frasi d’amore ed un gruppetto di sedicenni arrapate corre verso il set (il piastrellato centrale di piazza del Duomo) alla ricerca di autografi. Poi, lentamente, il pubblico si disperde ed ognuno di loro riprende a rincorrere la propria vita che scorre; felici però di essere apparsi in un film. Felici di essere stati famosi un istante. I morti della metro distrutta, invece, non pensano proprio a nulla.

Samael inarca le sopracciglia e serra la mascella; era rimasta spalancata in un’attonita espressione di sgomento per tutta la durata del combattimento. Osserva la piazza tornare alla normalità (Certo quell’enorme buco dal quale si possono scorgere treni deragliati e cadaveri rossi di sangue, non è un trionfo di bellezza estetica, ma d’altro canto qualche sacrificio bisogna pur farlo in nome della settima arte), poi squadra l’arcangelo. Gabriele, passato l’attacco di convulsioni, ora riposa placido, come in coma, e pare morto in tutto e per tutto. Il rosso emissario infernale si carica l’eterea creatura sul groppone. Dopodiché scende verso gli inferi, immerso nei propri pensieri.

Si chiede che cazzo é successo, ripete che i tempi ormai sono talmente cambiati da essere irriconoscibili, che una volta non c’erano tutte queste complicazioni, che era più semplice capire da che parte stare, che esisteva un bene ed un male, uno scopo da seguire, un ideale. Pensa che la gente lassù, massa senza individualità, è talmente spaventata dalla propria squallida esistenza che non riesce più ad uscire da essa. Queste erano le immagini che s’ammassavano nel cranio del diavolone, mentre discendeva per i gironi dannati.

 

Affida Gabriele alle cure di Virgilio e di Omero, nel castelletto dell’ameno limbo e prosegue la sua discesa, girone per girone. Scruta papi sepolti a testa capovolta e diavoli che pungolano pece vivente, nodosi boschi di arbusti strappati e la fiamma dell’indomito acheo. E sedendosi su un masso, col conte Ugolino smascellante sullo sfondo, s’accende una sigaretta e ripete tra sé e sé che almeno per oggi le sue otto ore di lavoro sono finite.

– o0piate –

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Posted in: racconti