Vir heroicus sublimis

Posted on aprile 21, 2008

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Ogni cosa a suo tempo, e un posto per ogni cosa. Perché si era ormai così deliberato: sì, avrebbe utilizzato quel vecchio cannone, sgangherato pezzo di chincaglieria da tempo imbalsamato nella più spudorata indifferenza comune, al fine di servire la più onesta causa sovversiva.

Già, perché della malignità della matrigna si era più volte già ragionato, ognuno secondo i propri gusti e le proprie necessità; sfuggente, ingannatrice, indifferente , beffarda, e chi più ne ha qui non s’offenda, ché non è luogo.

Una danza ritmata e sobbalzante l’avrebbe condotto laddove esser più gli era necessario, a capo mai chino incorniciante uno sguardo di fiera libidine. Pur sinceramente commosso dal peso dell’onore, non sentiva in realtà il gran vantaggio dell’elezione.

In fondo mai s’ era pensato di poter risolvere tali gravi controversie in un appiattimento totale del tutto. Nemmeno laddove più s’era toccata la totale evanescenza luminosa, all’apice dell’ascesa dorata, lo sguardo poteva rimanere indifferente. Anzi, una tale idealizzazione sovrumana, benché tendente ad una superiore uniformità, non aveva che portato al massimo dell’ imperfezione, alla più soggettiva delle contemplazioni.

E recando quel dolce fardello, che presto sarebbe stato inghiottito e risputato lontano, pensava tra sé a quanto fosse stata difficile la scelta del suo ripieno. Perché se un attentato cromatico non è certo semplice da realizzare, la sua progettazione, se vogliamo, risulta ancor più ardua. La farcitura era l’atto essenziale del processo liberatorio, il vero protagonista dell’impresa. Tutto il resto risulterà secondario, fuorché probabilmente il delizioso balletto d’avvicinamento costituito da lievi balzelli quasi antigravitazionali di cui la visione tuttora balena come dolce sottofondo.

E poi quel folle d’un olandese diceva di poter padroneggiare almeno ventisette tipi di nero differenti, quale scegliere allora? Certo mozzarsi un orecchio non era stata una grande indicazione sul da farsi, e poi come già riferito quello era pazzo. Un maestro, ma pur sempre completamente pazzo. Mentre qui la pazzia non c’entrava nulla, non poteva essere presa in considerazione. Utilizzare il grosso proiettile con cura presupponeva il massimo dello studio del bilanciamento, dell’ attrito, della traiettoria, dell’ impatto, della rarefazione, della densità, delle condizioni atmosferiche, della diffusione aerea, terrestre e marina, della capacità di assorbimento di ogni singolo corpo e non da ultimo della reticenza.

La bocca era grossa, smisuratamente enorme, una voragine che pareva senza fondo nel quale con la massima cura egli posizionò il colpo, con le mani tremanti bagnate ad intervalli irregolari dal freddo sudore che gli colava dalla fronte, a testimonianza di quanto il dolce balletto fosse stato impegnativo e volto esclusivamente alla riuscita di quello che si presupponeva dovesse riuscire, in un modo o nell’altro, definitivamente bene.

Di certo pur limitandone le possibilità a due sole, avrebbe acuito la lotta per la supremazia razziale, ma rendendola insolubilmente in equilibrio nella sua perfetta equanime alternanza di masse piatte e opposte.

Non restava che pregare e sperare che la fiammella dell’accensione non fosse che l’ultimo sussulto di vitale impurità cui il mondo dovesse rendersi suo malgrado partecipe.

I conservatori avrebbero sicuramente gradito il rispetto della classicità che da sempre regolava gli indumenti matrimoniali.

Nessuna delle pregresse concezioni sarebbe sopravvissuta ad una tale conflagrazione, ogni cosa sarebbe stata risolta nel suo annullamento e nella sua assolutizzazione in modo tale da non dare adito ad eventuali ripensamenti perché, come ben si sa, certe cose capitano una sola volta nella vita e di certo non si può tornare indietro.

Miranda intanto non si curava di tutto ciò, continuando a confezionare gli amati cestini di vimini. Miranda non lo aveva mai capito, portando quel papavero eternamente appuntato ai capelli. Egli ne avrebbe potuto ricamare versi e canti, ma Miranda mai lo permise. Purtroppo sarebbe stata la prima vittima, e quel fiore appuntato simbolo del suo essere degenere sarebbe sfiorito, evaporando in una tetra accessorietà priva di consistenza singolare. Pure il tenue chiarore dell’ incarnato si sarebbe affievolito, fino ad annullarsi nella sua idealizzazione.

E mentre la piazza si gremiva come soleva al sabato pomeriggio, egli sapeva della triste fine che lo aspettava. Tutti avrebbero goduto della riverniciatura che il mondo avrebbe subito, e che lui per primo aveva ferventemente voluto. Ma osservando distrattamente le sue mani, si rammaricò di non aver potuto trovare il coraggio di piangere della sua fine inevitabile, ancora troppo accecato com’era dal falso eroismo che lo animava.

Troppi sorrisi ancora splendevano in quella ridicola piazza, e adirato partì inconsapevole per quel nuovo deserto di gioia, scusandosi inutilmente per quel cestino mal intrecciato. Componendo leggero una sinistra melodia con quella nuova infinita tastiera, non avendo dimenticato la delicatezza di quegli assurdi saltelli.

-orpellofaceto-

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Posted in: racconti