Digressione slovacca

Posted on ottobre 5, 2008

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Il castello di Bratislava è un cubo perfetto, ha il tetto di tegole rosse ed un torrione ad ogni angolo. Il castello di Bratislava si erge sulla cima di una rocca che sovrasta il Danubio, la città vecchia e la città nuova. Il castello di Bratislava cent’anni fa era soltanto un insieme di rovine. Rovine poste in bella vista. La prima cosa che chiunque vedeva, entrando in città. D’altro canto cent’anni fa Bratislava non si chiamava neppure Bratislava.

Sto seduto a gambe incrociate accanto alla grossa sagoma del castello. Il nome “Bratislava” è stato scelto con un concorso pubblico datato 1919. Poco dopo aver rubato la città all’Ungheria. O almeno così dice la guida turistica che sto leggendo. L’hanno dimenticata due turisti dagli occhi a mandorla e la Canon in mano. É scritta in inglese e in copertina compare il Danubio con la città sullo sfondo. S’intitola: Bratislava, a city to discover. Dalla mia postazione domino l’intera città. Alla mia sinistra si ergono tetti ad angolo acuto, finestrelle triangolari di piastrellato colorato, coni e campane di campanili; la città vecchia. Davanti a me, al di là del fiume, migliaia di file di palazzoni bianchi e grigi. L’uno uguale all’altro. Alla mia destra una famiglia di turisti italiani.

Il capofamiglia, viso paonazzo ed ascella sudata, respira profondamente. Volge lo sguardo all’infinito, inarca le sopracciglia e si mette gli occhiali da vista. Cerca di forgiare l’espressione più intellettuale possibile. Poi inizia ad emettere suoni: “Guardate quella fila di palazzi: identici, fatiscenti, impersonali. L’eredità di mezzo secolo di comunismo”. La mogliettina dai capelli neri indossa occhiali griffati e scarpe col tacco. È magra, bassetta, ma i pantaloni tradiscono il culone post parto. Zitta, lo fissa ammirata, poi fissa i palazzi, poi fissa il marito, poi muove la testa su e giù, poi sospira. Mi chiedo se siano mai stati a Cinisello Balsamo, a Garbagnate, a Porto Marghera. I turisti italiani sono una piaga sociale.

Sfoglio la guida e scopro che esisteva una repubblica indipendente slovacca anche prima della rivoluzione di velluto. Fu creata da Hitler nel ‘39. Era ovviamente uno stato fantoccio. Dieci anni e trenta mila vittime dopo era ancora uno stato fantoccio. Però governato da Praga e guidato da Mosca. Curiosa la Storia. Mi guardo attorno ed ascolto l’amalgama di lingue che s’intreccia nell’aria. La guerra fredda è finta. Anche cechi e slovacchi si sono divisi senza rancore, una rivoluzione di velluto, appunto. Gli slovacchi non odiano i cechi. In compenso odiano gli ungheresi. Curiosa la Storia.

“Sorri du iu ev a sigarett?”. È una strana koiné anglobergamasca che mi parla. Gli rispondo in italiano. Il bergamasco, entusiasta per l’italianità reciproca, si lascia andare ad innumerevoli e svariate riflessioni sulle donne della città. Le ragazze in questione, secondo il suo parere autorevole, sarebbero tutte vogliose, fiche ed accondiscendenti. L’unico difetto parrebbe essere quello dell’età, “troppe minorenni”. Nei bar di Bratislava servono ai tavoli soltanto ragazze magrissime, alte, bionde, pronte a dartela nel primo cesso della città. Lo ascolto in silenzio. “Ma tu sei qui per il rave di stanotte?” Non sono qui per il rave di stanotte. Nel viso dell’italiano cala un velo di sbigottimento, ma sembra riprendersi subito. La faccia di quest’intralcio è quadrata come il castello. Ha due occhi a fessura incastonati da sopracciglia ad arco perennemente moventi causa tic alla palpebra sinistra. Fa l’occhiolino ogni quaranta secondi; ed è convinto che io gli stia dicendo una balla. Perché mai dovrei essere a Bratislava se non vado al rave? Mi invita quindi a tenere d’occhio sciokreiverdotcom “All’una circa dovrebbero postare il numero di telefono da chiamare. Poi, basta una telefonata e ti informano dov’è la location precisa” Penso che sia un sistema infallibile. Gli rispondo che ci verrò senz’altro, che ovviamente sono a Bratislava proprio per quello. Mi chiede del fumo. Gli rispondo di no.

Saluto, mi alzo e me ne vado, cammino a zonzo un poco per le strette viuzze della rocca, appena restaurate, in stile finto vecchio. Odorano ancora di plastica e cemento. Poi arrivo alla mia macchina, apro la portiera, mi siedo sul sedile, lo abbasso fino a farlo appoggiare su quello posteriore. Poi chiudo gli occhi e dormo.

Apro gli occhi. È buio. Una fioca luce sfocata accarezza i contorni delle auto parcheggiate. Tutto è avvolto da una grigia foschia, di una consistenza talmente cristallina che sarebbe senz’altro piaciuta al buon vecchio Fanciullino. Mi addentro in quest’atmosfera ovattata e subito percepisco nozioni e pensieri diventare lievi ed eterei. Un brivido, che odora d’acido, mi percorre la schiena, ma è un ardore d’azione. Abbandono la strada principale a favore di un sentiero appena abbozzato che s’arrampica su un colle che immagino.

La lingua italiana manca di termini precisi per descrivere la percezione dei sensi. È stato un limite proprio della nostra tradizione quello di favorire astratte speculazioni metafisiche a scapito dell’immanente. Le mie papille gustative assaporano un aroma di muffa e pelo di cane fradicio, la lingua taste questo sapore, ne fa esperienza. To taste ha sempre avuto traduzioni inconsistenti nel nostro antico idioma. E mai un italiano riesce a percepire questa sensazione. To taste la fragranza che emana il mondo reale.

Puzza di fumo, senza orizzonte visibile, suoni ovattati e un fastidioso sentore di umido sui pori del braccio. Il piastrellato del terreno è interrotto da radici a cunetta e buche di sassi. Il sentiero bianco si snoda arrampicandosi sul colle, sempre più ripido. Impervio, si chiude alla vista. Stremato mi fermo, chiudo gli occhi e apro i polmoni. Inspiro, espiro. Un rantolo di tosse catarrosa mi fa digrignare i denti. Inspiro, espiro. Sento i bronchi arroccarsi e chiudere il rubinetto dell’ossigeno. Apro gli occhi. Inspiro ed espiro con foga; nell’immediato nessuna illuminazione mistica.

Continuo a salire, tanto che ormai mi arrampico. Le mie mani afferrano rocce sporgenti ed aiutano il resto del corpo a salire in cordata. Il silenzio è quasi assordante quando, con fatica, giungo in cima. Un piccolo spiazzo piano d’erba verde. Soffocate dalla coltre di nebbia, intravedo le radici di un albero. Mi avvicino con lentezza, senza fare il minimo rumore. Tasto le radici avvolte l’una nell’altra (tastare, non to taste). Una piccola scarica elettrica si propaga dalle mani ai piedi al torace al cranio. All’improvviso un frastuono unisono ed assordante. Cinguettio dodecafonico prodotto da milioni di becchi. Mi sento al centro di un pollaio fantasma. I rami secchi dell’albero sono giganteschi e nodosi. E sono ricoperti di uccelli dalle piume rosse ed il becco nero. Starnazzano.

Poi, come incalzati da uno sparo del via, aprono le ali e s’alzano tutti in volo. Contemporaneamente. Si dispongono in una fila ordinata e formano un’immensa spirale in moto perpetuo. Continuano a gracchiare suoni. Lo stridore aumenta ed il tono s’innalza. Il grido è diventato così acuto che riesco a percepirne il significato. In the woods is perpetual youth continuano ad urlare. E la spirale vortica e gira e sembra impazzire nell’atmosfera stagnante. In the woods is pepetual youth; IN THE WOODS IS PERPETUAL YOUTH. Le gambe mi cedono e mi ritrovo col culo spiaccicato al suolo. Rimpiango il castello, i turisti, e la musica goa. Rimpiango un poco anche la circonvallazione di casa. Sento qualche scossa e il terreno vibrare. Sento la nebbia pungermi il palato, quando tutto d’incanto scompare nella perfetto biancore della neve.

o0piate

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Posted in: racconti