Nebula

Posted on novembre 12, 2008

15


Da molto prima che incominciasse la storia, sfuocato nella memoria di generazioni dimenticate, senza per questo aver perso nell’immaginario comune la vividezza della vita di tutti i giorni, l’odio aveva continuato a prosperare, sotterraneo come lava raccogliendosi nelle azioni abituali, pronto ad esplodere senza preavviso, come il capriccio di un bambino. Nessuno ricordava l’inizio di quella sciagurata guerra e per questo da ambo le parti v’era la certezza che la ragione fosse prerogativa del proprio popolo e i torti subiti fossero scaturiti dall’altrui arroganza, non certo da malintesi ingigantiti e da biechi interessi di entrambi.

Se nessuno ricordava la scintilla che aveva fatto traboccare l’odio facendolo straripare nella più grande guerra di sempre, era però noto a tutti com’essa s’era conclusa, poiché la vita da quel momento in poi era stata scandita proprio in funzione di quest’avvenimento che lasciando lo strascico invisibile su ogni piccolo particolare, aveva finito con l’essere onnipresente, quasi la vita fosse diventata un rito di commemorazione di quel singolo evento da cui nulla poteva sperare di nascere.

Se la guerra era infatti finita in sostanziale parità, cioè senza lasciare un bilancio di morti che i due contendenti potessero considerare positivo, dopo gli armistizi, nonostante il susseguirsi di faide e vendette private che i più evitavano di notare per non dover ricominciare quella guerra così difficilmente chiamata civile, si era instaurato un regime d’immobilità che per congelare l’astio aveva finito col dividere ancor più i due popoli.

La soluzione che era stata adottata era infatti di evitare scontri, confronti e contatti di alcun tipo mediante una separazione netta. Dapprima venne drasticamente decretata la spartizione del globo, un popolo a nord e uno a sud. Inutile dire che, oltre a non avere forze né volontà di lasciare le proprie case e i propri morti per migrare, i due popoli si accanivano con i profughi isolati, indifesi, cercando di mondare la terra col sangue nemico e in alcune zone attuando una pulizia etnica nel tentativo disperato di eliminare il problema eliminando sommariamente il diverso. Quando, dopo anni di silenziosi scontri e sparizioni, con uno scandalo che coinvolse le alte sfere di ambo gli emisferi, venne fatta luce sulla barbarie che dilagava a causa di una tanto stolta decisione, un uomo fino ad allora considerato folle per via della sua bizzarra e malsana idea di essere super partes propose una spartizione ancor più radicale.

Questo antropologo misantropo fu il fondatore di un nuovo ordine, dove tutti gli altri avevano fallito lui solo, con un’idea geniale perché pazzesca, riuscì a placare l’odio ormai stanco dei due popoli ormai distrutti. L’assurdità della sua idea e lo stato pietoso in cui versavano i due acerrimi nemici stravolti da tanta insensata crudeltà furono i motivi per cui essa si rivelò tanto funzionale. Avendo fallito nello spartirsi geograficamente il globo egli brillantemente studiò e suggerì loro come spartirsi il tempo.

Da quel momento esatto i due popoli per evitarsi avrebbero dovuto semplicemente alternarsi, uscire allo scoperto solo quando gli altri fossero stati in casa, dividersi le ventiquattrore per non vedersi e non rinfocolare così vecchi dissidi e non causarne di nuovi. La decisione era inoltre agevolata dal fatto che i due popoli erano per natura l’uno più adatto alla luce del giorno e l’altro, al contrario, alla notte.

I nottambuli, alla vista più pallidi, tendenti all’albinisimo, avevano da secoli sviluppato un’innata capacità di vedere al buio probabilmente perché dei loro progenitori, vivendo in caverne e cunicoli sotterranei, avevano sforzato maggiormente quell’attitudine piuttosto che altre, e la loro vista, al sole, era tanto debole e provocava loro una tale emicrania che non furono affatto scontenti di riunciarvi per sempre.

I diurni, occhi azzurri e pelli bruciate da sempre, sensibili al freddo notturno e inquietati dal buio, non si lamentarono dal canto loro di non dover più sopportare la vista di esseri emaciati, il cui pallore era un gran fastidio per gli occhi a cui parevan così cupi e misteriosi. Da due generazioni i popoli si evitavano accuratamente, avendo deciso che alba e tramonto sarebbero stati il limbo, la terra di nessuno a cui ambedue avrebbero rinunciato, era assai difficile che si incrociassero.

Per lo strano meccanismo intrinseco alla natura umana per il quale però le cattive abitudini sono restie al lasciarsi abbandonare, serpeggiava sempre e comunque il malcontento e il vociare maligno riguardo al diverso, seppur ormai sconosciuto, s’insinuavano ovunque condendo ogni avvenimento. Così se una volta per un’emergenza qualcuno sforava e invadeva il “terreno” altrui, ne usciva una questione di stato, di capitale importanza che si protraeva per giorni e che alimentava il risentimento che i due popoli ormai sconosciuti l’uno all’altro covavano nonostante tutto.

I racconti di guerra si facevano più vaghi e per questo i due popoli potevano attribuire maggior onore a se stessi e peggior infamia all’altro, le nuove generazioni in tutto questo crescevano in un clima di sospetto indifferenziato per qualcosa di ignoto, maturavano in un ambiente carico di maldicenze e leggende, di stereotipi e luoghi comuni che per il fatto stesso dell’inavvicinabilità del diverso sarebbero sempre rimasti tali, e sarebbero stati accresciuti da qualsiasi accadimento.

Il risentimento e l’invidia, la nostalgia per quella fetta di orologio perduta e intoccabile erano il pane quotidiano della povera Astrid, cresciuta in una famiglia di nobili origini ma limitate vedute, a cui i genitori avevano dato un nome che a dispetto del suo aspetto, quasi bruciacchiato dal sole, invocava il tremolante baluginare dei tanto compianti forellini che il lenzuolo della notte, ormai identificato con il buio del sonno, non mostrava più loro.

Nonostante fosse nipote di quel folle responsabile del “taglio dell’orologio” era una ragazzina introversa e cupa, a cui piaceva star sveglia fino a tardi e spiare l’oscurità che amava fotografare, senza tuttavia esserne davvero capace. La sua passione era resa addirittura impossibile dalla mancanza di flash, proibiti dalla legge diurna e peggio severamente vietati dai genitori, che cercavano anzi di soffocare quella sua mania che ricordava loro i geni del nonno, rinchiuso in un manicomio perché incapace per primo di sottostare alle sue stesse idee.

Il nonno aveva infatti dato prova di enorme squilibrio qualche anno prima cercando di insegnare alla nipotina i nomi delle costellazioni portandola con sé in illegali escursioni notturne.

Quando l’avevano sorpresi, sulla barchetta del nonno, questi aveva farfugliato che quella legge era il drastico provvedimento, l’unico possibile vista la situazione, ma che valeva ben la pena fare eccezioni per persone speciali e che lo stesso luogo dove l’avevan trovato era come un’isola sulla quale lui aveva l’impunità e altre fandonie che non convinsero i nottambuli che credendolo uno spia lo denunciarono ai diurni i quali sapendolo pericoloso decisero di internarlo.

Al vecchino, ormai ritenuto innocuo, dopo qualche anno di reclusione venne proposto di tornare dalla sua famiglia. Ma in manicomio, nel quale poteva decidere che ritmi di vita avere, se vivere la notte o il dì e dalle cui finestre osservava curioso dei flash squarciare il buio, si trovava tanto bene che non volle uscirne, maledicendo anzi quella famiglia che a suo parere l’aveva condannato e rimpiangendo solo che la nipotina fosse amputata della notte anche a causa sua. Si sentiva colpevole di averle rovinato un futuro, di averla privata della possibilità di vedere il tramonto e le fasi lunari, era in qualche modo sua la responsabilità dell’estremizzazione della situazione.

Nel manicomio inoltre aveva conosciuto uno squilibrato piuttosto ragionevole dell’altro popolo col quale aveva stretto amicizia per la strana legge che fa si che i reietti di due popoli nemici, odiati ed estromessi da queste società, trovino spesso argomenti in comune e mutuo soccorso, non solo per compagnia ed empatia ma proprio per caratteristiche personali che li hanno portati nella stessa situazione affinché s’incontrassero, che non voleva per nulla lasciare, senza la cui presenza si sarebbe sentito perso.

Questo personaggio affatto malato era rinchiuso per ragioni consimili: dopo aver denunziato infatti gli orrori non solo non arginati da qualche generale del suo esercito durante la grande migrazione, ma anzi promossi e condonati era dapprima passato come eroe ma dopo poco, complice la sua testardaggine nel voler continuare l’opera di pulizia dalla corruzione, era stato tacciato di schizofrenia e gli era stata diagnosticata una mania di persecuzione grave la cui unica cura era la prigionia.

I figli di questo grand’uomo lo avevano addirittura misconosciuto, gli avevano da sempre interdetto l’uso della loro abitazione e per questo se anche avesse potuto uscire dal manicomio non avrebbe fatto altro che condurre una vita da randagio alla quale proprio non teneva, per questo restava volentieri accanto all’inventore del “taglio dell’orologio” e con lui guardava nel vuoto della notte verso i flash che con la vista abituata riconosceva come quelli di una macchina fotografica mentre l’altro con gli occhi quasi bianchi colmi di follia credeva essere lucciole o scoppi di stelle.

Gli anni passavano e nella memoria di Astrid il ricordo del nonno s’andava affievolendo mentre la curiosità aumentava; delle volte giocando sulla spiaggia con la sua macchina fotografica e le fotografie s’inventava storie, quasi sempre ambientate di notte, fin quando il cielo s’arrossava e i genitori la richiamavano a gran voce, che corresse prima che scattasse il coprifuoco. Una sera che s’era trattenuta sulla spiaggia più a lungo del solito all’ombra fresca di una palma, appisolatasi con un’espressione beata sul viso abbronzato, la madre imbufalita dalla preoccupazione la venne a svegliare e la portò ancora insonnolita a casa di forza dal padre pronto a farle l’ennesima ramanzina. Nella fretta la madre non aveva raccolto le fotografie dalla spiaggia e aveva danneggiato la macchina fotografica trattandola senza la cautela dovuta, inutile dire che quella notte Astrid non riuscì a prender sonno e maledisse la sua famiglia, il suo popolo e quell’assurda situazione che le impediva di andare a riprendersi le sue care fotografie.

Quale non fu l’orrenda sorpresa quando all’alba non trovò più le sue foto! Tale scoramento era ingigantito dalla momentanea impossibilità di farne altre e dal vedersi quindi privata del suo passatempo e dei suoi gingilli. Dopo l’abbattimento iniziale si sdraiò esausta sotto la consueta palma fantasticando su chi mai avesse potuto compiere quel furto inutile. Si diceva che l’altro popolo fosse ladro per natura, ma che interesse poteva avere un nottambulo nel prendere fotografie luminose, solari, di un mondo che non gli apparteneva? Rivoleva così tanto le sue fotografie ed era tanto disperata che decise di appostarsi, incurante delle raccomandazioni dei genitori e della legge stessa, per aspettare e scoprire chi fosse il ladruncolo.

Ogni giorno tornava all’alba sul posto ad osservare le orme, sempre le stesse, dilaniata dalla curiosità e dal bisogno di riavere quelle immagini che ritraevano il suo mondo ma anche una parte di lei. Escogitò uno stratagemma rischioso, avrebbe usato le sue ultime fotografie, le più care che aveva, come esca, certo se le avesse perse la sua vita non avrebbe più avuto senso e si sarebbe gettata alla cieca nella notte alla loro ricerca.

Incerta sulla riuscita però tergiversava, ogni giorno s’attardava un minuto di più a guardare il tramonto e solo quando il sole toccava il mare all’orizzonte correva a casa, senza lasciare le preziose foto, troppo timorosa di perderle. Decise di scrivere un’eloquente e sentita supplica sul retro delle foto, che rappresentavano gli ultimi squarci di un mondo senza le quali non avrebbe più potuto vivere, le venne davvero bene, strappalacrime all’inverosimile, il che la convinse ad attuare il suo progetto.

Quella notte, lasciate le foto nel solito posto, una volta coricatasi sognò una vòlta stellata e la luna turca che come una palpebra sembrava si stesse aprendo lasciando sgorgare i segreti racchiusi nella notte, aveva legato le foto e messo un rozzo antifurto di barattoli, certa che al buio chiunque ci sarebbe cascato e l’avrebbe svegliata, e si svegliò al sentirli ma solo in sogno, cogliendo con le mani nel sacco suo nonno diventato bianchiccio e tutto bardato per sopportare il freddo della notte, dopodichè vide un flash e si ritrovò nel manicomio in cui peraltro non era mai stata sentendosi sperduta avrebbe voluto gridare, ma invece che far uscire alcun suono dalla sua bocca, fu lei ad uscire dal sogno, senza tuttavia sentirsi sollevata, avrebbe voluto chiedere al nonno cosa significava il sogno e che posto era mai quello dove l’aveva portata, giacchè non sembrava normale affatto.

Era da mesi che si sentiva cambiata, si sentiva diversa da quelli del suo popolo che non facevano che sparlare abitualmente di qualcuno che non avevano mai visto e da cui non avevano subito alcuna angheria, lei che invece era stata derubata non si accaniva né tantomeno andava in giro a dar forza a quelle dicerie assurde, pur essendo l’unica ad esserne in diritto, la faceva andare in bestia la normalità con cui per partito preso, per ignoranza, la sua gente moltiplicava le voci e faceva sembrar vere antiche leggende. Così come i nottambuli potevano esser chiamati sozzoni perché, ritenuti ciechi, non avevano bisogno di togliersi lo sporco e il fatto che andassero in giro coperti per il freddo non significava certo che avessero da nasconder alcuna bruttezza, così come loro che andavano in giro seminudi al sole potevano esser chiamati selvaggi dal punto di vista degli altri, così a parer suo erano tutte assurdità.

Quanta gioia l’indomani, quando, spazzati via tutti questi pensieri come foto nel vento, rivide da lontano le sue amate foto al loro posto, si sentì sollevata, quantomeno il fallimento non era stato totale, nessuno nella trappola ma almeno i suoi fogli colorati erano ancora là, ad aspettarla. Ma avvicinatasi e prese in mano le sue care immagini per coccolare i suoi occhi con i suoi ultimi tesori, non ci poteva credere, non ci voleva credere, quale fu la delusione e la sorpresa nel constatare che non erano le sue. Impallidì lasciò cadere i fogli e iniziò a gridare, alcuni diurni che la sentirono credettero fosse il segnale del coprifuoco e rincasarono in fretta e furia.

Non era possibile, qualcuno le aveva sostituite, con ogni probabilità quello stesso qualcuno che le aveva rubato le altre, ripresasi dall’attacco di nervi che l’aveva còlta, si distese, non accorgendosi che qualcuno da lontano l’osservava, senza sentire l’inconfondibile susseguirsi quasi rabbioso di scatti che come un metronomo impazzito dal ritmo bizzarro la prendevano di mira di nascosto, e dopo aver guardato a fondo quelle foto non sue, s’appisolò.

Quando iniziò a sognare quella persona misteriosa che era entrata di soppiatto nella sua vita, che possedeva ora le sue poesie, la parte più intima di lei e quella storia avvincente che stava scritta dietro e nelle fotografie lo immaginava bianco come la luna, con negli occhi il vuoto infinito della notte, oscuro e misterioso, probabilmente aveva anche il flash!!! A quel pensiero si svegliò di soprassalto, guardò le foto e capì cosa fin da subito l’aveva stregata, le inquadrature, i soggetti, erano i suoi, erano gli stessi che lei aveva immortalato, solo con un’altra luce che li faceva apparire più irreali, come mai lei avrebbe potuto vederli.

Questo la sconvolse a tal punto che quasi il cuore le traboccò di gioia, qualcuno le era entrato nei pensieri e aveva esaudito i suoi sogni, qualcuno che stava poco lontano e sorrideva da dietro un obiettivo, ma chi era? Chi poteva aver capito così bene quello che desiderava più di ogni altra cosa? Decise di aspettarlo fino al tramonto, fosse anche stata la cosa più avventata e pericolosa, poteva essere un maniaco che la voleva irretire, perché no? Con tutte le voci che circolavano…tutte le voci, si disse, tutte le voci sbagliano si convinse, chi aveva penetrato il suo segreto non poteva che essere un animo nobile, qualunque tonalità di colore la sua pelle avesse e ferma più che mai nelle sue intenzioni restò a guardare il sole scendere fino a sfiorare il mare.

Lei stava lì di spalle, era già suonato il coprifuoco e una fetta di sole era già sparita, quando Nebula, questo era il nome del ragazzo e come avrebbe potuto essere altrimenti?, si decise a muoversi, e le andò incontro, quasi seguisse la penombra, quando il sole era proprio a metà sulla linea dell’orizzonte e il cielo stava sfogando i suoi colori più belli, quasi consapevole che per la prima volta da anni qualcuno lo stava ad osservare, egli si sedette in silenzio al suo fianco. Lei non si mosse finché il cuore non smise di sbatterle in petto facendola tremare, solo allora si voltò e sorrise.

Annunci
Messo il tag:
Posted in: racconti