Effe

Posted on dicembre 27, 2008

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Effe è seduto davanti ad uno schermo di un computer. Effe fissa un punto luminoso che lampeggia sul display e lo vede scintillare. Effe ha lo sguardo fisso e gli occhi sbarrati, non osserva nulla, semplicemente vede. To look – to see. Effe tiene in mano una sigaretta, ma non inspira né espira. Vede il fumo propagarsi per la stanza, e osserva -questo sì lo osserva- le figure che danzano tra spirali di foschia. La mano è ferma e la cenere ogni tanto cade sulla tastiera. Quando Effe si accorge dello scontro tra tasti e polvere grigia, muove un poco la palpebra destra, poi chiude gli occhi. Il computer dice che Effe ha un sacco di amici, ma Effe è da molto tempo che rimane chiuso in casa da solo.

Tecnicamente Effe è connesso col mondo intero. Ma Effe pensa di non conoscere nessuno di quel mondo, non è neppure sicuro che esista quel mondo intero di cui vede scorrere immagini e suoni. Il computer dice che esistono stati e nazioni, che si chiamano Italia, Germania, Andorra. Dice persino che esiste una palla brunacquosa chiamata Terra. Il computer fa anche volare sopra questo globo e fa vedere, paese per paese, l’intera superficie terrestre. Effe non ha mai pensato che i campi siano tanti quadratini di colori diversi, li ha sempre considerati piuttosto un’unica distesa informe su cui aleggia la nebbia. Il computer dice persino che esistono animali venuti male come l’ornitorinco. Effe non crede all’esistenza dell’ornitorinco.

Effe ogni tanto si alza dalla sedia e s’avvicina alla finestra. La tapparella è abbassata completamente e i vetri sono socchiusi. Uno spiffero d’aria fredda colpisce i muscoli già raggrinziti dalla lunga inattività. Effe pensa che le finestre di tutto l’appartamento sono vecchie e non si chiudono bene. Pensa per un attimo di aprire le ante, ma subito cambia idea. Non ha bisogno di sapere se il palazzo di fronte a sé sta ancora in piedi. Il palazzo di fronte sta sempre in piedi. Effe si sente le mani gelide e le avvicina alle guance. Un brivido si propaga per il corpo quando le dita accarezzano la barba che ricopre il volto. Pensa che l’unica cosa di cui è sicuro è che quel corpo è suo. Poi resta ritto in piedi.

Effe subito scappa dai pensieri, si rifugge in cucina. Il neon bianco sul soffitto cancella le ombre e fa scappare due scarafaggi sotto la credenza. Le mani di Effe sono ancora fredde, gelide. Quelle mani non sanno più cosa fare, come comportarsi, quindi aprono il frigorifero. Anche il frigorifero è freddo, e per di più, è vuoto. Effe pensa che la cosa non gli dispiace poi troppo. Comunque non ha fame e, anche se ce l’avesse, non avrebbe voglia di mangiare in quel momento. Effe vede subito la caffettiera, invece. È una Bialetti, le migliori. Il manico però si è rotto e il pomello si svita ogni due caffè.

La Bialetti di Effe è mezza monca. Nonostante questo svolge bene il suo compito, quello di preparare caffè. Effe si concentra su questi pensieri ogni volta che la carica ad acqua ed infuso. Ad Effe il caffè piace molto, gli piace l’aroma che esce dalla moka sul fuoco, il vapore bianco che sbuffa, il suono che si propaga per il silenzio delle quattro pareti. Un fischio stridulo, chiù. Ad Effe, però, il sapore del caffè non piace poi molto, o meglio questa è una cosa che non è mai riuscito a capire. Quando i sapori incontrano il gusto, si mischiano, ed Effe non sa riconoscere cosa gli piace e cosa non gli piace. Quando qualcuno gli chiede un’opinione su ciò che sta mangiando, Effe risponde sempre che è molto buono. Tranne quando la cosa che ha sul piatto è esteticamente inaccettabile. In quei casi risponde che non è un cibo che adora, ma che comunque è molto buono.

Fortunatamente Effe ha smesso di parlare con le persone, così non deve più inventarsi le cose da dire. Non è mai stato bravo ad inventarsi le cose, richiede troppa immaginazione. Spesso Effe si chiede come si fa ad inventare qualcosa che non si è mai provato. Allora ripensa alla sua prima ragazza, la rivede nei lunghi capelli scuri. Effe la ricorda così com’era la prima volta che hanno fatto l’amore. Aveva le guance rosse e un sorriso appena abbozzato, provocante. Era abbracciata a lui, fumava una sigaretta ed avevano appena finito di fare tutto quello che dovevano fare. Effe ripensa alla domanda che in quel momento si è sentito pronunciare. Ripensa a quel “e allora ti è piaciuto?” Effe ripensa alla propria voce bloccata, al lungo silenzio. E la vede nascondersi il volto tra le lacrime. Effe non ha mai saputo cosa rispondere alle persone.

Effe cammina lentamente col caffè in mano, deambula per la stanza. Sente plichettare nel lavello gocce d’acqua di fogna. Plic. Plic. Si avvicina al rubinetto e lo stringe con forza, inutilmente. Continua a plichettare, con lentezza incessante. Effe pensa distrattamente che gli servirebbe qualche attrezzo per cercare di rimettere in sesto la casa che si ribella al padrone. Ma pensa pure che le cassette degli attrezzi le vendono al Brico o da Castorama. Un lieve sentore di nausea si propaga per il corpo di Effe non appena immagina le scaffalature infinite, i soffitti altissimi, le allegre coppiette che cercano vasi per il terrazzo, i commessi vestiti di giallo, la coda alle casse, il tintinnio delle monete. Effe assapora un poco di bile tra lingua e palato.

Si sforza, quindi, di concentrarsi sulla monocromia del muro. La parete è completamente spoglia, non più bianca, a causa del tempo e dell’umidità, di un grigiastro diffuso. Varie volte Effe, soffermandosi a guardarla, ha pensato di ricoprirla di immagini e poster. O di dipingerla di giallo, rosso, arancione. La parete è comunque ancora grigiastra e spesso Effe la usa come tirapugni. Effe sa che il muro non può ribellarsi e quindi sfodera, a volte, qualche bel gancio contro il suo pallore. Non ora, però. Effe non farebbe mai male a nessuno. Giusto alle mosche, insetti che non dovrebbero esistere. Effe non le rincorre con la paletta, aspetta che gli si posino sul braccio. Aspetta, aspetta e poi le schiaccia con forza come una molla pronta a scattare. Effe capisce così di avere diritto di vita e di morte su di una qualche creatura e percepisce l’ombra di un sorriso tra i baffi e le labbra. In quei momenti Effe si sente come un’antica divinità babilonese.

Prepotentemente una fitta al cervello gli ricorda ancora del corpo. È come uno spillo conficcato nel cranio. Effe si cinge la testa con le mani. Effe prova un dolore sempre più intenso. Effe si getta al suolo, si raggomitola in posizione fetale, il cranio sempre schiacciato dalle braccia e le mani; Effe inizia a tremare. Le membra si irrigidiscono, continuando a tremare. Effe chiude gli occhi e prova a percepire il rumore del suo corpo. Lo sente estraneo a sé e alla propria natura. Non è un corpo di uomo. Lo spillo diventa martello pneumatico. Effe non riesce più a controllare i movimenti degli arti, sembrano assumere vita propria. I pugni si chiudono e iniziano a sbattere sul pavimento. Effe ascolta la sua voce emettere un urlo. Effe non sente la propria voce da molti giorni, rinchiuso tra se stesso e le pareti. Un urlo che non è umano. Non proviene da nessuna lingua, ma le racchiude tutte. Quelle vive e quelle morte. È l’urlo di Babele.

Effe ora è calmo. Effe è disteso al suolo e ridesta dal torpore gli arti, riconducendoli a lui. Percepisce l’acqua calda scorrere nel calorifero. Fa un rumore tenue, ma irregolare. Effe sente il silenzio rimbombare di voce propria. Poi sente una lontana scala di note. Ascolta un suono di tasti che proviene dal mondo al di là delle imposte. Effe non conosce alcun rudimento musicale, ma ascolta comunque la melodia prodotta dalle dita veloci. Si mette carponi, poi si alza.  Effe non riconosce né la sinfonia né, forse, lo strumento che la crea. Si domanda da dove possa provenire quel suono mentre si avvicina alle tapparelle abbassate. Effe vede la propria mano destra avvicinarsi alla finestra. Effe ascolta la musica farsi sempre più intensa, la sente calda e sicura. Immagina i polpastrelli di giovane donna che producono quel canto e per un attimo intravede la sua snella figura. I capelli ricci, le labbra carnose, la vede abbracciata a sé. Effe si appoggia con il corpo alle imposte e cerca di aprire le ante.

All’improvviso le dita sconosciute saltano un tasto, una nota ne risulta spezzata e la sinfonia rimane interrotta. Effe ascolta di nuovo silenzio. Effe si lascia cadere al suolo, le mani ancora aggrappate alle imposte. La testa di Effe è reclina in avanti, appoggiata alla parete. Gli occhi di Effe vedono ora solo una nebbia biancastra.

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