Silenzio

Posted on gennaio 19, 2009

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Silenzio. Per pensare e scrivere (e pensare a cosa scrivere) ci vuole silenzio. Allora mi alzo dalla scrivania e vado a chiudere la porta. Non lo faccio mai, non mi piace, mi sembra di mandare un messaggio di ulteriore chiusura rispetto a tutti quelli che già mando ogni giorno con i miei comportamenti. E poi la porta chiusa soffoca e rimpicciolisce lo spazio; come l’assenza di uno specchio le può togliere profondità. Però per scrivere bisogna concentrarsi. Tantissimo. E io non sono ancora così bravo da concedermi il lusso di poter farmi distrarre dai rumori e dalle parole che vengono dalle altre stanze. Non vorrei mai che mi giungesse una qualche richiesta d’aiuto, un favore da fare e poi da lì rimanessi intrappolato in qualche dialogo indesiderato. A quel punto infatti sarebbe sgarbato interrompere per tornare ad altre, più gradite occupazioni. Non so se le persone che vivono con me sarebbero in grado di capire (non dico neanche apprezzare) la mia ansia di mettere alla prova le mie capacità creative e compositive. Prenderebbero il mio atteggiamento come un’ennesima dimostrazione di disinteresse e isolamento a cui non riescono a trovare rimedi. Comunque, a ben sentire, in questo momento, dalle altre stanze della casa mi arriva alle orecchio solo un pesantissimo ma ormai conosciuto silenzio. Però non posso rischiare. C’è sempre l’imprevisto; quell’elemento che il caso spedisce a scombinare tutti i millimetrici e geometrici piani che avevi fatto. E quindi la porta stavolta la chiudo.

Torno allora alla mia scrivania. La luce è già accesa, la sedia, girevole e solitamente rumorosa ad ogni piccolo movimento del mio sedere e della mia schiena, è li che mi aspetta, con la sua molla che non vuole altro che io la usi per regolare l’altezza più consona a una postura del corpo corretta, anatomica. Mi siedo. Ci siamo. Sembra che ogni oggetto della stanza collabori per rendere più gradevole possibile l’ambiente. Anche il caos del centro città, che sorge sempre dall’asfalto per bussare alla mia finestra, in quest’ora serale sembra trovare una temporanea tregua. Non m’illudo: potrebbe sempre arrivare una strombazzata che sul più bello faccia svanire una preziosa quanto fuggevole ispirazione, buttando “alle ortiche” un lungo lavoro di preparazione. Però, per il momento, ne approfitto.

Il computer è già acceso sulla scrivania. Ah, ovviamente ho deciso di scrivere a computer. Più volte ho pensato al fascino che potrebbe avere un ritorno alla manoscrittura: un ritorno a qualche decina di anni fa, quando il mondo andava un pochino più lento e gli impegni delle persone erano minori e adempiuti senza l’ansia, che è una delle grandi nemiche dell’uomo contemporaneo. Un tempo in cui si trovava sempre un momento per scrivere una breve lettera all’amico fuori città, una cartolina ai parenti rimasti nel paese natale, un biglietto alla moglie (le “conviventi” non erano ben viste, credo…) ancora a letto al momento dell’uscita mattutina. Quando la penna era un oggetto non estraneo, neanche alle persone di minore o più semplice cultura, ma rimaneva uno strumento imprescindibile di comunicazione privata. Tuttavia oggi la velocità di scrittura-correzione-riscrittura-impaginazione raggiungibile con il computer è un richiamo troppo forte anche per uno spirito profondamente “classico”, passatista e tradizionalista come il mio; e poi comunque, una volta scritto un pezzo a penna dovrei in ogni caso ricopiarlo al computer, dal quale poi potrei inviarlo, pubblicarlo, postarlo. Mica potrei imbustarlo e spedirlo via posta. Ormai non lo fa più nessuno. E l’idea di presentarmi subito al mondo delle lettere come giovane “strampalato”, che non ha ancora capito che le cose negli anni cambiano e la tecnologia fa progressi che sono alla portata di tutti, non mi alletta molto. (certo mi presenterei subito con un tratto molto caratteristico, ma credo che non sarebbe accolto come desidererei da “quelli che contano”).

Quindi. Il computer è già acceso sulla scrivania. Fortunatamente da pochi giorni ho un nuovofiammante e velocissimo portatile su cui fare tutte le mie cosucce informatiche, compreso scrivere; e il vantaggio principale è che non fa rumore. Il binomio computer-rumore, fino a una settimana fa, mi sembrava inscindibile, quasi un assioma, una legge di natura. Come se il pegno da pagare per il lavoro svolto dallo strumento informatico, con tutte le sue potenzialità, fosse inevitabilmente quello di non poter immaginare di utilizzarlo nel silenzio; ma al contrario di dover convivere con un clangore che si credeva legato ad attività meccaniche e metallurgiche che in teoria non dovrebbero avere nulla a che fare con l’elettronica. Ad ogni modo, l’arrivo di questa nuova-nuovissima tecnologia anche nella mia casa mi ha aperto prospettive impensabili: prima quella di poter navigare, ascoltare la musica, scrivere senza che inquietanti sferragliamenti si sovrappongano ai clic delle mie dita sui tasti o alle note e alle parole delle canzoni e dei video in riproduzione. Anche questa sembrerebbe una congiuntura misteriosamente favorevole alla mia decisione di provare, una volta per tutte, le mie abilità penna/tastiera in mano.

Però c’è ancora qualcosa che disturba la ricerca del mio originale nirvana. Mi guardo intorno: tutto immobile e muto. Scosto le tende ma non vedo nulla. Ci sono: è la musica di iTunes. Procede ininterrottamente da quando ho acceso il computer e solo adesso che mi accingo a pensare, progettare, creare sequenze di parole che possano comporre il mio primo prodotto (para-, sub-, a-)”letterario” mi accorgo che la musica ha un potere di distrazione per me immenso. Infatti io quando ascolto canzoni, su stereo o cuffie, sono sempre portato a seguirne, leggerne, ascoltarne e capirne le parole, a comprendere il significato complessivo. E se non riesco a fare questo perché le parole che sento non le capisco, quindi quando ascolto canzoni in inglese, attribuisco alle note (anche se non so individuarle e distinguerle una per una) dei significati, alle variazioni di tono dei valori sintattici, ai solo degli strumenti delle parole in modo che tutte insieme compongano dei discorsi di senso compiuto. Che sono poi i significati che io credo che le canzoni abbiano. E questa operazione la faccio ogni volta che ascolto un brano; magari facendo piccole variazioni alle esegesi precedenti. Ecco quindi perché non posso pensare di scrivere con la musica accesa. Mi attraversa veloce l’idea di comporre una rapida playlist di canzoni che possano “conciliare” lo scrivere, lente, dolci, magari melense, acustiche. Ma so già come andrebbe a finire. Dedicherei tutta la mia attenzione e il mio tempo (due beni rarissimi per me) alla fase di preparazione, senza giungere mai al vero dovere-piacere.

Chiudo ogni cartella e programma aperto ed eccomi. A tu per tu con la schermata/pagina bianca. Timore. Senso di incapacità. Inadeguatezza. Disagio. Forse non sono portato per lo scrivere. Non ho fantasia (ne sono fermamente convinto). Non sono una di quelle persone capaci di fare delle proprie anche banali esperienze le base per viaggi fantasiosi e fantastici, che li portano a costruire scenari deliziosi e inquietanti, trame avvincenti e immobili, personaggi ambigui ed eroici, vicende realistiche e reali. Io ho la mia esperienza di vita. Ma questa davvero banale. Sempre scandita da impegni a incastro, orari fissati, scadenze da rispettare: ogni elemento è sottoposto a un rigoroso ordine, a una tabella di vita che non può e non vuole ammettere in alcun modo l’intrusione dell’imprevisto. E quindi, proprio per questo modo di progettare per me “vitale” (esageriamo…), non c’è alcuno spazio per l’esperienza spontanea, casuale; nè tantomeno quello per approfondirla, capirla, sottoporla a una riflessione che mi arricchisca. Mi sembra impossibile tirare fuori dalla mia vita di ogni giorno una storia, una descrizione, un episodio, una scenetta che qualcuno possa trovare piacere a leggere. Tutt’al più posso imitare. Variare cose che già esistono, che ho già sentito o letto. Però lì dove sta la bravura. E poi c’è tutta la questione dello stile. Anzi diciamo della maniera di scrivere: perché la parola “stile” associata all’immagine di me che scrivo mi sembra inappropriata, iperbolica, ridicolizzante. Se anche mi dessero una bella storia da raccontare, non so se sarei in grado di renderla divertente, intrigante, misteriosa, inquietante, angosciante e tutti gli altri -ante che mi potrebbe richiedere la persona che ingenuamente e incautamente me l’avesse affidata.

Ma a pensarci bene non basterebbe neanche il solo saper scrivere. Quanti scrittori scrivono bene ma non se li fila nessuno. Fanno un libro, discretamente apprezzato, discretamente letto; poi al secondo nessuno si ricorda neanche più chi siano. Che aspirazione può essere quella di arrivare a essere pubblicati e venduti ma senza che nessuno trovi nelle pagine scritte lo stimolo a leggerne delle altre, delle nuove. Bisogna piacere. Non a se stessi ma agli altri. E per piacere agli altri bisogna in qualche modo rendere il proprio “libro” (ma a me basterebbe anche un opuscolo) memorabile. Senza per forza essere dei premi Nobel. Ma bisogna che i lettori possano ricordarsi delle parole lette, e che, ricordandosene, siano incuriositi da una nuova fatica di chi quelle parole le aveva sapientemente accostate. Però di fronte a questa millenaria e struggente problematica io chi sono? Nessuno. Ancora non ho scritto nulla e già mi proietto alle classifiche di vendita! Non so neanche se so scrivere e mi pongo tali questioni….Non ci siamo! La pagina bianca, con la sua forza magnetica irresistibile, mi gioca brutti scherzi. Beh, sicuramente non sono l’unico a cui li gioca. Mallarmè ci ha costruito sopra tutta una poetica. E mica di quelle da poco. Anzi. Forse una delle riflessioni sulla letteratura più profonde, proficue e inquietanti che il mondo della letteratura abbia mai prodotto. Quindi non devo preoccuparmi poi tanto.

Però rimane il problema che non so cosa scrivere. È mortificante la sensazione che tutti gli sforzi fatti per creare la situazione giusta, tutte le fatiche sopportate sui libri per imparare, prendere spunto, vedere come si fa, tutte le parole spese e scambiate con coetanei che pensi che possano insegnarti qualcosa perché anche loro “posseduti” dalla tua stessa ambizione, tutte queste cose in fondo siano state inutili. Perché manca alla radice un terreno fertile in cui tutti gli stimoli che la vita e il mondo mandano e indirizzano verso di te possano attecchire, germogliare e poi fiorire. (ecco giusto le metafore con i fiori mi riescono….). Ed è una sensazione che non voglio affrontare. Non voglio arrendermi e non voglio neanche guardare in faccia le cose come stanno. Voglio ancora un po’ illudermi. Rimandare il momento della presa di coscienza dei miei limiti e delle mie limitate capacità. In fondo sono ancora giovane. Chissà che non debba ancora arrivare quella svolta che farà di me una mente pensante e creativa….In fondo, come diceva il buon Meneghello, è tutta questione di schinca. È un attimo e, da giovane aspirante di scarse capacità che si dibatte tra progetti e tentativi abortiti ancora prima della messa su carta, scopri di essere diventato qualcuno che ha davvero qualcosa da dire e che conosce anche la maniera migliore per dirlo. Quel brano che avevi scritto con tanta fatica e pessimi risultati all’improvviso trova quella conclusione che non gli avevi mai dato e che gli conferisce un significato profondo e geniale.

Ma allora per continuare a rimandare la disillusione e  a sperare che la svolta arrivi non posso fallire questo primo appuntamento. Ci ho puntato tanto. Forse troppo. Ho fissato data e ora. Ho aspettato le coincidenze più feconde. Non posso mancare in maniera così evidente e schiacciante. Rischio di non riprendermi più dalla sconfitta. Qualcosa da scrivere devo trovarla. E le uniche cose in mio possesso sono le mie esperienze di vita, che però chiunque già conosce perché non differiscono di molto da quelle che tanti miei coetanei e mie coetanee già vivono. E le mie difficoltà, le mie paure, le mie incapacità, le mie angosce. L’unico valore che in questo momento riesco a scorgere in quello che potrei scrivere è quello di una testimonianza. Limitata perché personale, ma valida perché credo condivisa. E in particolare tutto quello che riguarda le mie ambizioni e le mie aspirazioni, che quindi chi queste aspirazioni le condivide può capire. Magari a qualcuno potrebbe servire a comprenderle, a vederle, a esorcizzarle, a sconfiggerle. Magari invece può servire a me soltanto. E non sarebbe cosa da poco.

Ecco! Allora ho trovato cosa scrivere. Posso rimandare ancora una volta la resa dei conti. Posso ancora sperare. Anzi, posso rinsaldare la mia speranza con la forza di una prima prova che per quanto scadente comunque esiste. E allora comincio a scrivere. Senza più la solita fatica e la solita stitichezza. Le parole adesso vengono e si susseguono. Starà agli altri poi controllarle e giudicarle.

“Silenzio. Per pensare e scrivere (e pensare a cosa scrivere) ci vuole silenzio. Allora mi alzo….”

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