YABYUM: il mito della nascita di un rito

Posted on gennaio 30, 2009

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Il piccolo ikiki aveva appena sedici anni quando una donna, miss Sunena, dal fuoco negli occhi lo scelse come suo servitore. Era sempre stato in mezzo alla strada, ove all’oscuro delle sue origini si arrabattava per pagarsi gli studi, che il più anziano degli orfanelli con cui viveva si ostinava a consigliargli come unica via di fuga. “Fuga da dove poi?” si chiedeva ikiki perplesso senza però avere il coraggio o la codardia di dirlo ad alta voce. “Fuga dal nulla!” si rispondeva poi, quando chino sui libri capiva che il suo sforzo non era che un conato di un’ infinitesimale potenzialità, il capriccio di una minima possibilità come il colpo di coda di un pesce che stanco del mare di strade salta per annaspare nell’aria, per farsi notare quasi la sua esistenza dipendesse dall’esser visto compiere qualcosa di eclatante come scoprire un limite.
Come quel pesce si sentiva in ogni strada che eleggeva a sua dimora. Lei non gli lasciò scelta, fu praticamente rapito dal deserto di povertà e scaraventato in un letto, un letto morbido e tutto suo. Solo per potersi permettere un letto con delle lenzuola così preziose avrebbe dovuto lavorare tutta la vita e anche un pajo dopo, le coperte erano così delicate che gli pareva di stare tra nuvole di petali, e i cuscini erano tanto morbidi che la sensazione avvolgente che lo circondava quando vi ci sprofondava non gli lasciava la possibilità di pensare a quel che capitava.
Era finito dal mondo delle infinite possibilità irrealizzabili alla concreta realtà di una vita che non gli avrebbe lasciato scampo. Pian piano quei cuscini e le mollezze della sua nuova vita avrebbero smussato la durezza che l’umiltà aveva scolpito nel suo cuore. Il pesce che era in lui sarebbe soffocato nella ripetitività della nuova vita, come se la boccia di cristallo in cui era stato gettato divenisse sempre più piccola e opprimente ad ogni giro che egli era costretto a compiere su se stesso.
Era diventato il divertimento di quella donna che si nutriva delle sensazioni che gli strappava e sottomesso al lusso non ricordava la vita precedente e si era ormai convinto che quest’ultima non era più reale o più libera di quella: dai mille sogni che lo cullavano quando attraverso i libri sbirciava negli equiprobabili futuri era precipitato in uno cui si era facilmente adattato senza peraltro avere altre alternative.
Stuprato senza peraltro soffrirne affatto, viveva in uno stato di semi coscienza costellato da picchi di estasi estrema in cui scordava chi era e scorgeva l’armonia d’ogni cosa; nei quali abbandonandosi diveniva puro piacere. Non conosceva né noja né divertimento, era un semplice animale da compagnia svuotato d’ogni aspirazione, che si lasciava usare in cambio di una vita agiata.
Ogni tanto qualche lampo schiariva il suo animo lasciandogli intravedere,limpidamente, squarciatogli il velo di succubanza, che la sua vita veniva periodicamente succhiata e che la sua volontà veniva manipolata e fatta ripiegare sull’appagamento.
Saltuariamente qualche pretesto, qualche piccolezza serviva da spunto per aprire uno spiraglio nella dolce nebbia che offuscava la sua mente: una volta vedendo due cani accoppiarsi aveva avuto conati di vomito ed era stato inservibile per la padrona per alcuni giorni e poco tempo addietro un altro episodio l’aveva sconvolto: sentendo la matrona parlare affettuosamente al suo sornione siamese si era sentito girare il capo senza sapere perchè.
All’inizio della sua sudditanza nonostante fosse contento di riposare la testolina e chiudere i libri per farsi viziare continuava a pensare che il suo compito era solo rimandato e che avrebbe presto ripreso a riempirsi di nozioni e storie, dopo poco non ritenendo neppure più un piacere aver sospeso gli studi smise del tutto di rivolgere ad essi la sua attenzione. La sensazione di libertà da ogni impegno che non fosse il soddisfare sessualmente la sua salvatrice lo pervadeva a tal punto da lasciarlo vuoto.
Ma il fulmine squarcia il vuoto, l’aveva imparato quando era andato a mendicare in un monastero per entrare nel quale era stato rasato e vestito con strani ruvidi panni, era uno dei pochi periodi che la nuova vita gli concedeva di ricordare: non sapeva se quell’investitura fosse solo una prassi igienica dovuta ai suoi pidocchi o se nascondeva in realtà qualche altra implicazione.
Verso il diciassettesimo anno d’età, avendo ormai trascorso un anno a contatto coi piaceri più perversi e sconvolgenti immaginabili da semplice oggetto che era inizialmente, totalmente impacciato, era divenuto tanto esperto nel controllare il suo corpo e tanto premuroso con la sua padrona che questa si era stancata di lui al punto da trascurarlo per settimane preferendogli altre più giovani ingenue e inesperte vittime.
Questi periodi di astinenza pur facendolo soffrire lo scotevano dal torpore in cui stava sopito il suo brillante animo. In queste pause risuonava come un mormorio di grilli d’estate l’antica vibrazione che spesso aveva pronunciato anch’egli. Gradualmente il mantra lo svegliava dal suo stato, lacerando il buio in cui annaspava e i pensieri invece che tornare a fluire come prima ingarbugliati e contorti seguivano ora una speciale melodia e prendevano a vorticare creando una spirale che svuotandolo lo colmava di senso.
Raccolto nella posizione del loto quasi senza sapere perchè, pronunciava Om Mani Pahdme Hum con ossessiva monotonia, con l’enfasi del pappagallo, quasi la formula tramutata in cantilena sola potesse dargli pace, era l’unico appiglio a cui poteva aggrapparsi per risalire, la corrente che poteva sfruttare per raggiungere la superficie e romperla.
Si esercitava nell’immobilità che la padronanza del suo corpo gli permetteva; i suoi occhi divenivano allora di pietra, l’azzurro topazio sembrava scintillare spento. Nel più completo silenzio sentiva scorrere in ogni millimetro del suo corpo le ondate di sfrigolante energia che la padrona gli suggeva, gli pareva allora di sentire un fremito, come un formicolio che poteva dirigere a suo piacimento per intorpidire o far scattare in un tremolio le sue membra.
Dal Tan-tien sviluppava il brivido che aveva imparato a far risalire sinuoso lungo la dorsale e che con la respirazione faceva giungere dritto in un flusso spiraleggiante nei sette centri.
Quando Sunena lo trovò in quelle condizioni si sentì perduta, comprese in quell’istante d’aver imprigionato l’uovo di un pesce inadatto a qualsiasi acquario e si sciolse in un oceano di lacrime, riversò ai suoi piedi tutto l’amore che gli aveva rubato, che ancora aveva incastonato sotto le unghie e che gli aveva strappato vorace a morsi e con lo stesso farmaco con cui l’aveva avvelenato dilaniando il suo spirito si consacrò a lui in quell’atto che ormai aveva assunto la perfezione del rituale, quell’atto che aveva indissolubilmente legato le loro vite.

Amen il Fulmine nel Vuoto Oscuro.

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