Erre

Posted on febbraio 14, 2009

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Erre divide le persone in due categorie. Quelli che prendono i volantini mentre passeggiano e quelli che non li prendono. Non è certo una divisione sistematica e metafisica, ma gli offre indubbi vantaggi pragmatici. Erre odia spendere fiato con persone che non meritano parole. Ecco perché parla solo con quelli che accettano il pezzo di carta stampata. Erre non si considera un bell’uomo. É magro, né alto, né basso. Il suo viso è ovale, un poco allungato e mette in risalto un naso leggermente più grosso del normale. Le labbra lunghe e rugose, perennemente screpolate dal vento, nascondono alla vista un neo nero che alloggia nella fossetta del mento. La voce, perennemente rauca ed abbassata, trasuda smog, nebbia e maltempo. Un rantolo di morte.

Erre sente il rumore della pioggia sul vetro, sente la furia del vento sbattere contro le tapparelle verderamate. Erre si rigira nel letto, muove lentamente il piede destro, rimasto al freddo senza coperta. Fa scricchiolare un dito, poi si rigira ancora, poi emette un mugugno distratto. Erre si rigira ancora nel letto, poi sbatte le palpebre e inizia a respirare lentamente. Cerca di riprendere sonno. Conta le pecore, uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, cento, centotrentatre, poi si rigira nel letto. Erre ascolta il rumore del vento e appallottola il cuscino cercando di fargli prendere la forma del cranio. Erre si rigira nel letto, poi beve un goccio d’acqua. Il bicchiere è sul comodino. Erre accende la luce.

Erre ha un’età indefinibile, tra i quaranta e i settanta. Lui stesso non ricorda la sua data di nascita. Quando gli vengono chieste informazioni personali, Erre racconta trame di libri letti. Parla di Parigi e Baltimora, Di Edimburgo o di Mosca. Venezia per lui è sempre Casanova e Dublino, Stephen Dedalus. Non ha una vasta cultura, i personaggi e le storie non variano mai. Ma col passare degli anni ha unito personaggi distinti in un unico disegno complessivo che unisce epoche e luoghi diversi. Narra sempre in prima persona. Tutti sono ora convinti che abbia assistito realmente alla congiura di Catilina e vissuto nella Londra vittoriana, che abbia passato un inverno sul lago di Walden e un estate tra i partigiani in Liguria.

Erre si alza dal letto e lentamente si dirige verso la finestra, alza la tapparella e socchiude il vetro. Il vento scuote rami scheletrici, la pioggia colpisce i tetti delle auto parcheggiate. Uno scrosciare indistinto di suoni, sembrano urla di strega. Erre rapidamente richiude il vetro, quando una folata gelida, entrata per caso, gli gela le palle. Si sfrega le mani l’un l’altra e si dirige in cucina. Guarda l’orologio: le quattro del mattino. Erre sembra non riuscire a decodificare il significato di quelle lancette. Soltanto dopo un notevole sforzo semiotico si rende conto di avere dormito appena due ore. Erre è seduto in cucina, fissa il muro piastrellato verde ed ocra, ascolta il tictactictactictac della pendola, il plicplicplic della pioggia e il woooooo del vento. Si dirige verso un piccolo cubo poggiato sul comò; è un cubo di qualche centimetro di spessore, avvolto con carta di un quotidiano di qualche mese prima. Si legge ancora nel titolo: Scontri in Cadorna tra studenti e polizia. Poi beve un sorso di birra, è fresca, è in frigo.

Erre è una creatura del quartiere, sempre c’è stato e mai se n’è andato. Lui e la chiesa di Santa Radegonda sono le uniche costanti che sono sempre esistite qui attorno. Le casette dai finestroni verdi sono ora attorniate da palazzi, discount e centri commerciali. Lo svincolo autostradale s’innalza imponente tra i grattacieli grigiastri anni settanta, ingombra il cielo e collega il quartiere alla metropoli lontana. Il campo da calcio dell’oratorio è ora un parcheggio e la tangenziale taglia a metà il paese. Il comune qualche tempo fa, dopo una petizione cittadina, ha inaugurato un ponte metallico pedonale che collega le due parti del quartiere scavalcando le sei corsie sottostanti. Sembra l’esoscheletro di qualche mutazione genetica. L’hanno dipinto di verde. Erre ha individuato alcuni motivi sottesi a questa scelta, ma l’unica cosa certa è che per qualche chilometro il ponte è rimasto l’unico essere di questo colore. Erre sostiene tuttora che sia un chiaro riferimento al partito secessionista padano.

Erre finisce la birra e la getta nel bidone del vetro. Erre crede che la raccolta differenziata sia il personale aiuto di ogni essere umano alla salvezza del mondo. Poi ne prende un’altra. Spalanca la finestra e osserva una distesa di auto parcheggiate flagellate dalla fitta pioggia continua. Le lamiere colpite piangono d’un pianto esotico e lontano. L’asfalto dell’immenso parcheggio sembra nuotare e il rumore dell’acqua fa ricordare ad Erre perigliose avventure tra i mari del sud, avventure gratuite di immagini ed isole. Poi fissa i torrioni che sorgono dall’acqua e i palazzi che cingono i marciapiedi annegati. La luce aranciastra dei lampioni amplifica il riverbero della pioggia. La notte è gelida. La pioggia continua a cadere. Erre si infila il giaccone pesante, indossa un cappello d’altri tempi e d’altri luoghi e scende in strada. Prima, però, si ficca in tasca quel cubetto incartato. La mano destra di Erre, affondata nella tasca sfondata, stringe forte il pacchetto.

Erre vive in una catapecchia che è sempre stata di Erre. É un parallelepipedo rossastro di diametro non superiore ai sei metri. I mattoni a vista a causa del tempo. Attorno alla sua proprietà una azienda edile della grande città ha costruito un complesso di tre torri e ottocento parcheggi. Una petizione del quartiere, unita a qualche raccomandazione dei soliti noti, ha permesso di evitare l’esproprio del terreno di Erre. Gli hanno addirittura concesso un piccolo sentiero sterrato che attraversa i posteggi e lo congiunge alla strada principale. Ciò nonostante, dal giorno dell’edificazione sulla casa di Erre non batte più il sole. D’altro canto il quartiere di Erre non è mai stato particolarmente gradito al carro di Apollo.

La strada è un rigagnolo di liquido marrone ed ocra. L’acqua trasporta quotidiani del giorno prima, qualche bottiglia vuota, pacchetti di diana blu finiti e preservativi usati. Erre si fa strada sotto la pioggia e sotto la luce arancione. Erre segue la via centrale, vede il bar del Giamma, il tabacchi e il ferramenta. Poi costeggia tre call center e due ristoranti cinesi. La bottega del calzolaio e il pizza express. Erre si rende conto che le uniche due pizzerie ancora aperte sono  entrambe gestite da egiziani. Si chiamano Italia mia e Bella Napoli. Erre pensa che siano nomi azzeccati. Erre cammina tra fanghiglia, spazzatura ed asfalto per qualche minuto. Erre arriva ad una piazzetta circolare di cemento bianco cinta da palazzoni circolari, ora vasca di pioggia. Tra i flutti vede un opuscolo fradicio di un rosa vibrante. Erre lo prende in mano e non può fare a meno di leggerlo. Erre legge tutto ciò che è scritto. C’è scritto: “La menopausa è un momento importante per la donna e può essere accompagnata dalla presenza di alcuni spiacevoli disturbi”. Il pezzo di carta continua elencando questi disagi: “Stati d’ansia, irritabilità, sonno disturbato, affaticabilità, lieve depressione”. Erre si domanda se esiste la parola “affaticabilità”, poi getta il foglio nell’acqua e si dirige verso la tangenziale. Le dita di Erre giocano con il pacchetto in tasca, lo accarezzano.

Qualche anno fa il prete del quartiere è morto, un infarto – volontà del signore – l’ha colpito a metà della sua vecchiaia. Da allora la chiesa è abbandonata a se stessa e solo una suora spazza ancora il pavimento delle navate ogni tanto. Due volte al mese il parroco della parrocchia accanto dice messa anche nella chiesetta del quartiere, ma pure lui si sta avvicinando all’estrema unzione. Da quando il prete è morto, tutti gli anziani della zona si rivolgono ad Erre per ogni questione pratica o spirituale. Ad Erre non dispiace molto questo impegno perché gli permette di discorrere di problemi di scolastica e platonismo con ascoltatori attenti e inebetiti. Dopo qualche anno la comunità dei fedeli ha iniziato a lasciar delle libere offerte nella cassetta delle lettere di Erre. Ora è totalmente autosufficiente a livello finanziario e ha apposto una targhetta al campanello che dice: pastore di anime.

Erre sente l’acqua nelle scarpe, le sente rotte e, come un brivido, si sente scosso da astratti furori. Erre giunge ad un muro alto e ruvido. Cela alla vista ciò che si stende al di là: le sei corsie di tangenziale. Erre scorge la scaletta metallica del ponte pedonale. Il verde della tintura si è spento in un monocorde rosso ruggine. Per un attimo Erre pensa alle molteplici implicazioni simboliche del rosso, poi scuote la testa e i pensieri. La pioggia tamburella sulla scaletta metallica e crea cascate d’acqua che discendono uno scalino dopo l’altro. Un cartello dice: ponte pedonale, zona 15. Erre intraprende l’ascesa. Si aggrappa ben forte al corrimano e sfida il vento. Sorride e osserva la strada sotto di lui. Alcune auto zigzagando sotto la pioggia, slittano sul fiume che scorre tra le varie corsie. Erre, novello Prometeo.

Il nome del quartiere ormai si è perso nel tempo, i navigatori e tuttocittà lo chiamano zona 15. Il suono di quel nome antico non sopravvive neppure nelle memorie dei vecchi. Ogni uomo apporta una variante diversa e nessuno è mai riuscito a stabilire un’esatta gerarchia di valori tra le varie testimonianze. Al bar della piazza si discute costantemente del mistero del nome. Talvolta i disputanti più infervorati – o forse solamente quelli di una gradazione alcolica superiore – giungono alle mani. Erre sostiene che ormai è inutile parlarne. Ciò che non si riesce a tramandare è già morto, sostiene. La storia è scritta dai vincitori, dice, e chi ne perde persino il ricordo non può che essere un vinto. Erre si è spesso questionato sulle molteplici accezioni della parola “vinto”. Erre non si considera un vinto.

Erre ferma le gambe che camminano al centro esatto del ponticello metallico. La pioggia stride. Erre si appoggia alla ringhiera e volge lo sguardo all’orizzonte. Tra nuvole e grigio, Erre riesce a vedere le corsie sottoscorrenti snodarsi verso lo svincolo autostradale. In trenta minuti di coda il quartiere si collega così alla grande città. Erre ricorda il momento in cui l’asfalto è stato drenato tra i sorrisi laccati di imprenditori e politici corrotti. Erre ricorda le ruspe e le gru e gli operai e gli scavatori e i rumori e gli schiamazzi. Le grandi opere pubbliche. La costola rancida di tangentopoli. Lo svincolo sopraelevato riposa sotto catinelle battenti, solcato da qualche lumino che si perde tra le lamiere. Erre straccia la carta che copre il cubetto, ancora in tasca. Poi la mano destra afferra il cubo spoglio, lo afferra con forza virile.

Il cubo è nero, plasticosamente opaco. Al centro un pulsante tondo, rosso. Le quattro rughe verdognole della fronte di Erre s’inaspriscono un poco, mentre le dita giocherellano con l’oggettino. La lingua di Erre accarezza le labbra, articolando voci non proprie. “O madre ti prometto che compierò l’impresa, la porterò all’ultimo effetto. Nulla mi interessa del mio tristo padre, egli rivolse per primo la mente verso il nostro male” Erre ruota all’improvviso i bulbi degli occhi e rivolge nervosamente lo sguardo al cubetto. Erre sente il vento, la pioggia e qualche ululato di auto. Poi sente pure il cubo sussurrare: “Ed ecco che venne Urano, il grande, recando la notte. Bramava d’amore e subito si gettò su Terra, su di lei si distese. Crono impugnò, con la mano destra, la tremenda falce lungodentata e al padre di colpo recise le palle”. Erre pensa al significato di quei fonemi oscuri, ci pensa talmente intensamente che preme il pulsante.

Diruptio, onis è il lemma latino che indica un’esplosione. Fragor, oris, ne designa il rumore. Queste le uniche nozioni che s’inseguono per il cervello di Erre mentre il cavalcavia all’improvviso esplode. Cavalcavia, invece, non ha nessuna traduzione latina. Svincolo autostradale, neppure. Il boato è assordante, il fumo grigiastro s’allunga all’insù e detriti di ogni dimensione volano in cielo. Erre, ritto, immobile al centro del ponticello pedonale, osserva la diruptionem che ha generato un semplice pulsante rosso.  Il rumore del botto si disperde. Erre percepisce ora uno sciabordare di sirene impazzite. Le riconosce una ad una, quelle della polizia, quelle dei carabinieri, quelle dei pompieri e quelle dell’ambulanza. Il latrato dei cani rinchiusi in monolocali asfissianti accompagna il suono ininterrotto degli antifurti impazziti. L’aria è tersa, pesante, la pioggia non cessa. Il fumo soffocante un poco s’attenua e permette ad Erre di osservare il panorama novello. Lo svincolo autostradale è distrutto, pezzi d’asfalto e cemento ricoprono le corsie di tangenziale. Sembrano tasselli di un puzzle monocromo.

Erre non sa cosa pensare. Pensa solo di non essere pronto per una tale visione, non riesce a smettere di sbattere le palpebre. Un brivido freddo scuote i nervi delle gambe, attanaglia il busto e la schiena e si propaga tra collo e mandibola. Erre crede di comprendere il senso di quel tremore. Il brivido che accomuna il demiurgo e il distruttore è gelido. Tra le corsie annegate galleggiano residui grigiastri. Inebriato dal fumo catramoso, Erre rivolge nuovamente lo sguardo al pulsante rosso. Il cubo risponde agli occhi posati e sembra declamare con voce da baritono queste parole: “E le vergogne, già recise col ferro, Crono scagliò lontano nell’ondisono mare. Esse errarono per lungo tempo tra i flutti, la bianca schiuma sorgeva attorno all’immortale carne. Una fanciulla ne fu nutrita. E la Dea veneranda a Cipro sorse dal mare e crebbe erba morbida sotto i suoi piedi. Lei, la bella, è chiamata Afrodite. La chiamano Afrodite gli Dei e la chiamano Afrodite gli uomini.” Erre stringe con forza il plasticoso aggeggio tra le dita e con gesto deciso lo lancia tra le onde del mare d’asfalto e detriti. Erre si aggiusta il cappello e si siede per terra, le ginocchia leggermente sollevate. Erre chiude gli occhi e ascolta le gocce di pioggia colpire i pezzi annegati là sotto. Poi sussurra lentamente: “Afrodite”.

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