L’ostessa

Posted on marzo 8, 2009

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Era nata in una campagna misera e rinsecchita, che circondava una città piccante, tentatrice e stanca insieme, come una cortigiana ormai troppo matura. Mentre nella campagna si cavavano patate gelate da una terra non proprio nera, in città gli studenti tenevano in scacco le guardie, ogni notte invece delle stelle fiorivano duelli e serenate; e immense fortune passavano da affusolate dita aristocratiche a tozze zampe di borghesi, in mezzo allo strepito delle carrozze e al vociare delle osterie. Quelli in cui era nata erano dunque tempi duri, come lo sono del resto tutti i tempi.

Eppure lei andava fiera per le strade sterrate, portando la sua unica gualcita sottanella come uno strascico da gran dama. La sorte l’aveva dotata di tre grandi doni, di cui lei si rendeva ben conto, sapendo che usandoli al meglio sarebbe arrivata, se non lontano, almeno da qualche parte. Il primo di questi doni era la capacità di giocare con la stupidaggine altrui, senza mai rimetterci; il secondo, la bravura come cuoca. E il terzo, probabilmente il più importante, era la bellezza: un lampo insolente negli occhioni neri, anche dondolanti da vitella bene ingrassata. Certo era una beltà contadina, dall’igiene sospetta, dalla dentatura lacunosa; ma insomma l’unico vero difetto che si sarebbe potuto rimproverarle (cosa che le altre contadine spesso facevano), era un petto decisamente troppo abbondante. Ma è risaputo che gli uomini considerano quest’abbondanza positiva quanto quella della propria braghetta.

Il proprietario della povera campagna in cui viveva, un vecchio onesto per quei tempi, che fino ad allora aveva amato le sottane dei preti più di quelle delle donne, la notò; cominciò a pensarle tutti i giorni, a sfiancare il cavallo per dirle una parola di saluto. In breve, era innamorato perso, una furia; e nella sua ridicola onestà, voleva sposarla. Lei, furba, si rifiutava fingendosi timida vergine; dicendosi tra sé che le giovani erbette succose non sono certo destinate ai vecchi caproni! E che però, da quel vecchio caprone, era meglio cavare quanto si poteva, come anche si fa dai maiali, perché era infinitamente ricco.

Dapprima ebbe qualche fiore raro, poi pietanze delicate che lei, più delicata ancora, rispediva alla mensa del vecchio trasformate in piatti degni di re duchi e papi; e il vecchio si infiammava sempre di più. Poi le mandò vestiti, ninnoli, cagnoli, gioielli, cavalli…e lei continuava a non concedersi in nessun modo. Infine una notte di pioggia battente, il vecchio, sfinito, disperato, smagrito, si recò alla casupola di lei in un superbo tiro a sei e, in ginocchio sotto la sua finestra (il cui davanzale gli arrivava ridicolmente all’altezza del naso), con le brache di velluto e le calze di seta nel fango, la implorò a gran voce di sposarlo; e lui le avrebbe concesso qualunque, qualunque cosa.

Da tempo la ragazza accarezzava un modesto sogno: la città, e nella città una robusta locanda rossa; e lei vi avrebbe regnato dalla sua cucina, sempre intenta ad impastare e sfornare capolavori, circondata dai mille profumi delle spezie come da amici fraterni. E dunque, fingendosi intimidita, con balbettii studiati, lei espresse al vecchio questo sogno – come a dimostrare la scarsità delle proprie pretese, come a testimoniare la propria viltà di villana – e con frasi come ‘che sciocco siete, a sprecarvi così per me, donnina da nulla!’ ne adescava la tenerezza, e manifestando timori sulle chiacchiere della gente, faceva risaltare la propria presunta onestà. Quella locanda la chiese non chiedendola, e la ottenne rifiutandola; e comunque in nessun modo promise al vecchio che l’avrebbe sposato.

Il vecchio si mise all’opera fin dal mattino seguente: comprò una robusta e vetusta palazzina a tre piani, a due passi dalla cattedrale, e assunse artigiani d’ogni tipo affinchè la mettessero a nuovo. Ma fu questo tutto ciò che riuscì a fare, perché, già dal secondo giorno, la ragazza prese le redini dell’impresa: diceva ai falegnami che mobili voleva, agli ebanisti con quali fregi; ai vetrai ordinò finestre colorate, specchi decorati, ai ceramisti vasellame d’ogni tipo, e comprava tessuti pregiati e guanciali di piuma per le stanze della locanda. Ai mastri muratori fece costruire una cucina senza eguali, con ben tre grandi camini. Prese contatto con i migliori fornitori della città; infine assunse, come cameriere, due popolane sveglie e pulite. un vecchio, ex lacchè di un nobile, e suo nipote, furono i suoi stallieri e facchini.

Nell’arco di soli due mesi tutto era finito, e la città aspettava con ansia il giorno dell’inaugurazione: quella sarebbe stata non solo locanda ma anche osteria, ed era ormai risaputa la bravura culinaria della proprietaria. Venne infine il giorno tanto atteso, e il banchetto che lo celebrò fu materia di conversazione per almeno un anno. Come sanciva la moda del tempo, sulla tavola nulla sembrava quello che era: piccole lepri arrosto si fingevano uccelli delle americhe, grazie a decorazioni di croccante pasta sfoglia; e non sembravano lepri neanche al palato, poiché erano condite con miele e zucchero. Un’orrida testa di manzo sanguinolenta si ergeva in un angolo, ma a guardar meglio si capiva che non di carne era fatta, bensì di innumerevoli peperoni rossi, spellati, che racchiudevano un tesoro, quello sì carnoso, di rognoni e sanguinacci. Un enorme dolce di albume montato a neve e glassa riproduceva con strabiliante maestria il campanile della vicina cattedrale, ed era stato disposto abilmente sulla tavola in modo che vi si sovrapponesse, con effetto astuto ed applaudito. Ma il piatto più strabiliante era quello in cui, vestite di vegetali, con teste di pasta molle, piccole quaglie mimavano un carnevale, con i balli, le adunanze di borghesi e persino il re degli sciocchi montato sul trono. Come l’ostessa avesse saputo scolpirle e disporle in così artisticamente, era un prodigio che lasciava ogni ospite a bocca talmente spalancata da riuscire a inghiottire ciclopiche porzioni di cibarie. E queste erano solo alcune delle meraviglie sciorinate sul grande tavolo nell’ingresso; grazie a queste, e anche al vino, alla cervogia e ai liquori che scorrevano in tutte le gole, la serata fu memorabile: fu visto un anziano e dignitoso prete cantare canzonacce in compagnia di alcuni studenti nobili e dilapidatori; e i membri di due famiglie in lotta resero la festa gradevolmente pericolosa con le loro continue risse.

Un gentiluomo, con grande cortesia, disse che per ricompensare l’ostessa di tanto ben di dio, avrebbe passato la notte nella locanda: subito anche altri fecero a gara a chi vi sarebbe restato di più; vinse un capitano dell’esercito, che dormì nella locanda per almeno un mese, e forse trovò un modo ancora più esplicito di rendere onore alla proprietaria. Il vecchio si aggirava nella bolgia festante un po’ intimidito, senza mai staccarsi dalle sottane dell’ostessa che, proprio quella sera, fu soprannominata Susanna (poiché tanto insidiata da un vecchione) da uno studente paffuto, suonatore di chitarra e conoscitore di donne.

Dopo questo banchetto memorabile gli affari della locanda fiorirono come rose a maggio; nel giro di due mesi la sua fama si era sparsa in tutte le città più vicine ed era frequentata da ogni genere di personaggi, alti, bassi o finanche loschi. Attorno all’ostessa si era formata una piccola corte di poetastri che, come fosse una preziosa, l’avevano ormai rinominata Susanna. Tutto andava a meraviglia, ma l’ostessa aveva un tormento, una spina nel fianco: era il vecchiardo che, fatto il favore, ora esigeva in cambio una messa solenne, uno scambio di fedi e un talamo nuziale. Mai l’ostessa si era trovata in uno stato così ambiguo: il suo grande sogno si era realizzato, ma ora sembrava volersi realizzare anche il suo grande incubo. Passava sempre più giorni seduta nella cucina con la testa fra le mani, trascurava il proprio aspetto e, cosa più grave, la propria arte culinaria; finché il cielo non le mandò un aiuto nella persona del suo stalliere, anch’egli un vecchio, ma non lubricamente onesto come l’altro.

Susanna, se posso anch’io chiamarti così come fanno tutti’ le disse un giorno ‘vedo che soffri e ti dibatti e nemmeno con la tua invincibile astuzia riesci a recidere questo malo laccio che ti lega al tuo benefattore; io non ho una soluzione, ma ho una moglie, Carla, ch’è una gran troia, e prima di diventare vecchia me n’ha giocate tali e tante che, se le chiedi aiuto, sicuramente saprà cosa consigliarti.’ Detto fatto, quella sera Susanna lasciò la locanda in mano alle sue cameriere e si avviò verso l’abitazione dello stalliere, in compagnia del nipote di questi che ad ogni angoletto buio allungava le mani (trovandola bendisposta, poiché era giovane e prestante). E, in una povera stanzetta, ebbe da questa Carla, vecchia ma ancora opulenta, un buon piano, e un misterioso involto; il nipote non ebbe modo di udire cosa si dissero, né gliene importava, concentrato com’era su un ritorno pieno di altri angoletti bui e palpatine.

Il giorno dopo, Susanna cedette pubblicamente al vecchione, dichiarandogli che la sua timidezza era ormai svanita e che credeva finalmente al suo amore. Di lì a qualche giorno – tanta era la fretta del vecchio – erano già pronti per un solenne matrimonio. Il mattino del giorno delle sue nozze, chiaro, odoroso e pieno di canti d’uccello, Susanna, da timida sposina, si era lavata completamente, e indossava, sul sontuoso vestito, uno strano medaglione, mai visto prima. Poiché nulla si sapeva dei suoi genitori -che erano rimasti in campagna, ignari perfino del fatto che avesse ora una locanda tutta sua – fu accompagnata alla chiesa dalla sua corte di poeti e di corteggiatori (alcuni dei quali sfoggiavano un ironico lutto). Nella chiesa pavesata a festa, piena di borghesi e nobili curiosi dello strano e improvviso matrimonio, il vecchio già attendeva, mentre i suoi familiari, inveleniti dal vedersi sfuggire la sostanziosa eredità, continuavano a consigliargli di andarsene prima che fosse troppo tardi. Una domanda serpeggiava su tutte le bocche: cosa mai aveva mutato l’avversione dell’ostessa in amore, specie ora che aveva già tutto quel che voleva?

Il chiacchiericcio fu sopito all’ingresso della sposa, e sostituito dalla potente voce dell’organo a canne. L’ostessa avanzava, ora veramente con uno strascico da gran dama, aureolata di luce mattutina, la sommità dell’enorme seno che fioriva nell’ampia scollatura. Arrivata all’altare, si inginocchiò e guardò il prete con occhio mistico, pudico ma pieno d’attesa. le prime formule del rito, in un latino altisonante quanto confuso, erano già state pronunciate, quando si vide una vecchia – ma ancora opulenta – entrare nella chiesa a grandi falcate, gridando e strepitando che quel matrimonio non s’aveva da fare. Il prete ammutolì, l’organo a canne con lui, mentre il chiacchiericcio s’alzava di nuovo, più forte che mai. Alla fine la voce tornò al prete che, tentando di riprendere la sua aria solenne, salmodiò ‘come osi tu, vecchia strega, voler interrompere questa sacra funzione, quest’unione di due anime in casto amore?’

‘ma come, ventre di dio, quale casto amore! Quello è suo padre!’

La folla, inorridita, prima urlò quasi a una voce sola, poi ammutolì stupefatta. Il vecchio si guardava attorno come se non capisse bene che cosa stesse succedendo, mentre la sposina lo fissava, spaventata. Alla fine fu proprio lei la prima a parlare: ‘ma come, mio padre vive nelle campagne e io non avevo visto quest’uomo mai, prima che fosse preso di nobile amore per me’ e nell’ultima parte abbassò gli occhi arrossendo studiatamente.

Le rispose la vecchia ‘come puoi tu averlo mai visto, dato che ti abbandonò appena infante? E ti dirò una cosa, che io, e non altri sono la tua vera madre. Sì, io, la moglie del tuo stalliere! Ti ho riconosciuta dal medaglione che porti in petto, che lui’ ed indicava il vecchio ‘mi donò dopo una notte folle!’ i volti della folla passavano dallo stupore al disgusto di momento in momento; ci si chiedeva come quel vecchiaccio seduttore di donne sposate potesse esser passato, in tutti quegli anni, come strenuo difensore della moralità; ci si ricordò che non aveva mai preso moglie prima di quel momento ed improvviso questo cominciò a sembrar sospetto, finché il vecchio, con l’angoscia sul volto, riuscì a gridare: ‘ma cosa va dicendo questa donna? Non l’ho mai vista né, lo giuro sul mio onore, onore di gentiluomo che voi conoscete bene, ho mai visto questo medaglione in vita mia! Questa donna è una mendicante, una pazza, di sicuro ha avuto un commercio con un demone che voleva rovinarmi le nozze, invidioso!’

Si alzò allora il marito della Carla, lo stalliere: ‘avete sentito, gente? Quest’uomo osa insultare mia moglie, santa vecchia che un solo triste fallo ha commesso nella vita, quello di concedersi a quest’uomo. Ma sapete perché l’ha fatto? Il nostro figliolo maggiore era ammalato e noi non avevamo di che pagare un medico, e questo vecchio libertino ce ne offriva uno in cambio di questo turpe commercio! Cosa dovevamo fare, lasciar morire il figlio primogenito? La mia onesta moglie dovette piegarsi al ricatto, e dal ricatto nacque una bambina, che avrebbe potuto darci gioia nonostante il nostro peccato, e che invece quest’individuo volle dare a dei villani nelle sue campagne! E ora capisco il perché: affascinato dalla bellezza della madre, voleva avere la figlia disposizione -la sua stessa figlia!- per il futuro!’

‘e per poter riconoscere questa mia povera figliola’ aggiunse la Carla ‘ e inisieme per separarmi dal dono di quell’uomo corrotto, io feci in modo che portasse con sé quel medaglione che ora porta’

‘è vero, dichiarò Susanna, stupita, ‘ho questo medaglione dacché ho memoria, e mi è anche stato detto che un giorno avrebbe, forse, potuto fare la mia fortuna!’

Il vecchio non sapeva più a che santo votarsi. Nulla di quello che si stava dicendo attorno a lui era vero: il poveraccio era così ottuso da non aver mai commesso una qualsiasi colpa in vita sua, ma non aveva modo per provarlo. Provò a volgersi al prete, suo confessore da ormai vent’anni, ma questi lo stava guardando con disprezzo: si volse intorno, verso quelli che gli erano stati amici, ma vide che la menzogna era penetrata ormai a fondo nei loro cuori. Si volse allora alla sposa, sperando che il suo unico amore terreno non credesse a quelle voci: quale sorpresa fu, coglierle sul volto un sorriso leggero e passeggero di soddisfazione! Allora capì tutto. Lei non l’aveva mai voluto, l’aveva solo sfruttato e, non contenta, ora gli aveva anche rovinato la reputazione, e gli ultimi anni di vita. Apprendere questo lo portò quasi alla follia e d’un tratto, con una traballante corsa senile, abbandonò la chiesa, urtando nel passare la Carla che gli urlò dietro ‘puoi picchiarmi ma almeno non puoi più insozzare nostra figlia, incestuoso!’

Si rifugiò nel suo palazzo di città, dove giacque delirante per nove giorni, in un antico e tarlato letto a baldacchino. I medici provavano disgusto nel visitarlo, sebbene pagati favolosamente; e nessuno tranne loro lo visitò, finché morì. Non aveva lasciato alcun testamento; ma il buonsenso dei notai e la vergogna della famiglia fece sì che la quasi totalità delle sue sostanze passasse in mano della sua presunta figlia, quale compenso per le oscene attenzioni di cui il vecchio l’aveva così indecentemente macchiata. Susanna così si trovò in possesso della campagna in cui era nata, oltre che di svariati palazzi, di una piantagione nelle americhe, e di un titolo nobiliare che le permetteva di essere nelle ultime file al risveglio della regina. Con una risata liquidò la tanto sognata locanda; concesse un vitalizio alla Carla – che riuscì a spenderlo quasi tutto in giovanotti prima di trovarsi impestata dalla sifilide come un soldato. Passò qualche anno a far spettegolare la città e a tiranneggiare la campagna, poi, annoiata, decise di presentarsi a corte e da allora nessuno seppe più nulla di lei. Il capitano dell’esercito che l’aveva onorata della sua presenza per un mese credette di riconoscerla nel provocante ritratto dell’amante di un duca; e il nipote del suo stalliere, divenuto vetturino di piazza nella capitale, giurò di aver trasportato una notte una dama velata che aveva il suo stesso prosperoso seno… ma insomma non c’è nulla di certo, non sono che dicerie da postiglioni.

Vorrei disporre di qualche formula da aedo che mi permetta di concludere la mia storia in modo sbrigativo, ma essendone priva devo accontentarmi di lodare di vero cuore tutti i malvagi del mondo e della letteratura per l’infinito piacere che riescono a donare a chi li osserva. E se la mia Susanna, come spero, avesse anche solo una debole eco delle loro splendide miserie, potrei ritenermi soddisfatta. Grazie infinite, dunque, al Barry Lyndon di Thackeray, a non pochi personaggi di Zola, a Bel-Ami, ai tizi che hanno svaligiato una banca nascondendocisi dentro, al Joker di Jack Nicholson…e a tutti gli altri come loro che sono stati, che sono e che saranno, anche solo immaginati.

Racconto di Danae Nisusco

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