Veduta d’invisibile

Posted on marzo 26, 2009

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Quella volta fu diverso; sapeva di epilogo, di perfetto non ritorno. Il Guercio aveva davvero superato se stesso. Erano ormai diversi anni che Dafne si spostava alla locanda per aiutare il nonno durante il periodo di fiera, quando la città si animava follemente d’ogni più varia stravaganza; la settimana della fiera era eccitante, divertente, e Dafne trovava ogni anno stimoli eccellenti per nutrire la propria vorace curiosità. E lo spettacolo del Guercio era qualcosa di imperdibile. Il Guercio era artigiano del posto; età indecifrata ma non troppo in là, passato burrascoso, mani e volto segnati, scarsa presenza scenico mondana. Le prodezze del Guercio erano sempre le più attese alla fiera perché, tutti dicevano, era un artista. Forse il più grande marionettista che mai avesse dato anima a pezze e legno, il più stupido ottuso maestro della dedizione, il più incredibile beone che conservasse sconosciuta lucidità quando il momento era quello giusto. Il Guercio non dava confidenza a nessuno, al massimo prorompeva in un riso sardonico; ma era maledettamente eccellente. E Dafne amava le meraviglie che erano e inventavano quelle marionette, e perciò amava quella fiera. Il Guercio univa con naturalezza la tradizione occidentale a quella orientale, non preoccupandosi di un’esistenza forse ingiustamente troppo sola. Il Guercio era sempre in cammino, e Dafne ne aveva sempre avvistato le orme; forse non tutti, forse pure il nonno, lei quasi certamente.

Tuttavia quella volta seppe di non ritorno, di epilogo; fu perfettamente diverso. Lo spettacolo fu terribilmente preciso, bello, grandioso. Non sembrò altro. Per questo Dafne aspettava con trepidazione che il Guercio giungesse alla locanda, per poter scrutare nei suoi occhi bui il motivo di quella scelta. Che fosse il canto d’addio? Certo il Guercio al bancone non sembrava turbato, piuttosto rassegnato; solo beveva, mormorava, sghignazzava, pareva infastidito e beato. Per lui, probabilmente, quella volta fu perfettamente uguale, forse lo era già da tempo. Probabilmente. Dafne pareva rassegnata a non capire.

E sebbene fosse fiera, fosse gioia e fosse baccano, la locanda cadde d’un tratto in silenzio di cimitero. Che diavolo, chi diavolo come e quando e che ardire! Nessuno volle credere a quel che vide, molti nemmeno seppero e tacquero comunque, e quelli che sapevano non fecero altro, se non carpire le reazioni del Guercio.

Era diverso tempo che il bombarolo non si vedeva in città, perciò molti nemmeno lo conoscevano. Il Guercio lo sentì arrivare, ma non si scompose dalla sua posa quasi estatica vicino al bancone. Il bombarolo avanzava sprezzante, grattandosi la barba con la mano sinistra,  mostrando candidamente quell’ arto mancante di alcune falangi. La gente ora bisbigliava, mugugnava, s’interrogava; un tempo il Guercio ed il bombarolo furono amici. Si conobbero durante gli studi, qualcuno diceva che furono naturalmente spiriti affini, e insieme presero a creare meraviglie. Poi un giorno la rottura insanabile; il bombarolo decise d’ andarsene, iniziando ad esercitare come dinamitardo. Da qui bombarolo e quant’altro, si diceva vivesse l’esistenza come una missione.

Improvvisamente il Sopravvissuto, dopo l’ennesimo starnuto, picchiò violentemente il volto contro il bancone, lacerandosi la pelle del naso e prorompendo in copiosi schizzi di sangue brillante. Il nonno gli porse un fazzoletto di bassa levatura, ch’egli afferrò  di mala voglia uscendo dal locale bestemmiando forse in esperanto.

Fu come una scena teatrale a cavallo tra il XVII ed il XVIII secolo, un dialogo sibillino che Dafne interpretò a suo modo; ognuno carpiva delle parti, ed immaginava quel che restava sotteso, attimi sottratti al flusso del tempo.

<Sei invecchiato, ed anche finito. Il tuo spettacolo di oggi nulla lasciava all’immaginazione. Sei al fine giunto laddove non volevi si dovesse arrivare. Lavoratore infaticabile>

<Sfacciato come sempre, misero sobillatore. Dimmi, che ti porta dopo tanto tempo, lontano dai tuoi biechi impieghi, con che coraggio vieni per guardarmi negli occhi? Tempo fa stringemmo un patto silenzioso, inutile sarebbe stata ogni parola. Tu hai rinnegato con la tua vita quel che insieme scovammo, ed ora non credo che qualsivoglia tua giustificazione possa avvicinarci di nuovo. Sai bene anche tu che non è più possibile.>

Discorsi pacati.

<Sai, stupido Guercio, non per te io vengo, per me piuttosto. Nulla più mi interessa della tua famosa dedizione, guarda dove ti ha portato! Tu stesso sei diventato schiavo di quel che cercavi, logoro ed ottuso, ingenuo artigiano… Assaggio la rassegnazione che pervade il tuo corpo, ed assaporo intensamente la tua resa. La tua perseveranza è stata certo encomiabile, non lo nego. Tuttavia la freddezza si è impadronita del tuo genio, la tua arte è diventata talmente perfetta da risultare noiosa. Per quanto lontanamente affascinante, sei gravato dal peso del tuo piedistallo. Addio vecchio amico, non più di te il mondo ha bisogno… Ma non con questo volevo stupirti…>

<Mai potrò negare che anche una natura malvagia porti con sé grande saggezza, piccolo collega. Gli anni indigesti non ti hanno certo istupidito, il tuo acume è tuttora intatto, la sapienza molto maggiore. Tuttavia, l’ingordigia si è impadronita del tuo genio, la tua arte è divenuta talmente prorompente da risultare dannosa. Non nego certo d’aver sbagliato, d’aver perso la ragione. Ma il mio monito resterà ancora, il mio sforzo non sarà del tutto vano. Sempre combatterò le generazioni d’accidiosi, coloro i quali s’affidano alla pura estasi contemplativa. Quell’ attimo estatico che tu persegui, quell’ istante di disgregazione che prepara alla rigenerazione,  mai rappresenterà la liberazione dell’individuo dalle catene con cui il mondo moderno imprigiona l’uomo. Non ci si può sottrarre al flusso del tempo, e non c’è bisogno vincenti improvvisati e maldestri. Benvenuto ingenuo amico, non più di me sei ammirevole.>

Parole delicate, estate serena. Dafne dondolava felice, accovacciata vicino al bancone, sperando che non arrivasse mai la sera.

<Guercio, Lidia è morta. L’hanno ritrovata senza vita giovedì sera, in un canale di scolo, a Marsiglia. Pare un suicidio, aveva il volto sereno. Per questo son venuto, pensavo dovesse interessarti.>

Il Guercio fu percorso da un fremito interminabile: <Infatti, credo debba interessarmi.>

Accanto al corpo senza vita di Lidia fu trovato un biglietto, in bella scrittura, che riportava poche curiose parole: “Purtroppo ancora desidero entrambi, ma non voglio nessuno. Non credo di far torto, chiedendo poche sincere parole.  L’unica scusa per colui che fa una cosa inutile, è che egli l’ammiri intensamente. Temo che quell’ arte sia perfettamente inutile”

Il bombarolo se ne andò, silenzioso e inviso come se n’era venuto; il Guercio rimase immobile, bevendo beato ed infastidito. La fiera poté ricominciare, per tutti. Dafne corse di sopra, e scrisse felice: voglio essere un ragno, voglio ricamare il silenzio.

Orpellofaceto

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