Meccanica fluorescente

Posted on maggio 3, 2009

4


È mezzanotte.

I neon della metroB bizzano fluorescenti nell’ultima corsa del giorno. Andrea fissa la sua attenzione su uno in particolare, che frigge mosche al suo interno e una scritta FREE TEKNO all’esterno.

Mi piacerebbe essere una mosca per sciacquarmi la testa con le zampe ogni volta che succhio Bordeaux. Sì sì, una mosca che supina non muore, ma che tende le braccia a far l’amore.

Il lungo biscione fugge nel buio abbracciato dal cemento. Andrea, passeggero nel suo ventre, ne scruta i particolari fino alla testa; gli pare di aver trovato un pozzo di cui si può vedere il fondo, senza raschiarlo.

“Mi basta/ mi basta che sia/ più profondo di me”

Qualche poltrona più in là siede una donna, ha il volto di un’adolescente, ma le mani rivelano un legame fresco di maritaggio. Andrea la osserva frugare nervosamente nelle tasche della borsetta, un gesto che ha visto fare centinaia di volte da altrettante donne. Andrea non riesce a smettere di sbirciarle le caviglie,  due fragili rami secchi da stringere con dolcezza, zucchero lussurioso.

Posso essere il tuo satiro?

Lo ha solo pensato, Andrea, e lei quasi l’avesse sentito si volta facendo una smorfia di disapprovazione. Andrea ha le scarpe sozze di fango lungo tutto il bordo che unisce suola e tomaia. Andrea non trova sonno da tre giorni, torna da una raccolta di anfetamine e gioie a scadenza nei boschi nettunensi. Barricate  di casse soporifere, terra, freddo, cani, camper.  Tourbillon oscillante. Senza lancette. Chronos d’infinito apparente.

Andrea ora le guarda attento la pesante chioma rosso fuoco, immagina di cingerle la testa con una corona di bacche flou semiliquide: l’estate all’ora del meriggio.

Andrea risalda in un fiocco le stringhe delle scarpe, poc’anzi lombrichi scomposti sul terriccio di plastica.

STOOOOPPP!

Fermata Marconi.

E la Madonna appare:

spogliatasi dei cieli, s’annaffia nel suburbano, s’aggiusta gli occhiali e scruta con attenzione la cartina della città.

–         Soffro d’insonnia – si confida la Madonna

–         Keta, robba, emmeddì? – risponde meccanico Andrea

–         Keta, robba, emmeddì? – ripete meccanico Andrea

I love you sconosciuta Signora.

Andrea digrigna, lima quasi fino ad arrivare alle gengive; ha la mascella rigida nel calcestruzzo.

Un improvviso tanfo d’immondezze offende l’aria e le narici. Andrea libera un rutto silente che scivola via lasciando birra e preparati sintetici.

STOOOOPPP!

Fermata Garbatella.

Fine della corsa.

Andrea insegue il tic tic dei tacchi della donna che lo precede sculettando, non potrebbe far altro. Andrea non sa dove sia finito, sta provando a cercarsi nelle tasche dello zaino, ma al momento il culo che gli balla davanti è più facile da trovare.

Andrea crede che Jean Paul Sartre Sia. Andrea odia il sale nei cibi, dice che ogni cosa ha un suo sapore, ci si deve solo sforzare un po’ per coglierlo. Andrea ama le porte che sbattono al soffiare del vento, dice che così possono sentirsi vive anche loro.

Da bambino Andrea sedeva per delle ore accanto ai cipressi dei giardini vicino casa, con la testa stretta nelle ginocchia e lo sguardo fisso verso il basso. A prima vista poteva sembrare si guardasse solo le scarpe o poco più in là. Nel notarlo, tutti si domandavano come mai quello strano ragazzino non si comportasse come gli altri suoi vivaci pari. Finché un giorno, interrogato dalla vicina sul perché stesse in quel modo e per tutto quel tempo, Andrea rispose quasi seccato che – naturalmente – per capire il cielo – se veramente vogliamo capire il cielo! – è necessario che prima si conosca  bene la terra. Pertanto, egli avrebbe continuato nel suo esercizio gnoseologico fino a quando non ne avesse avuto a sufficienza. L’unica che riuscì ad intuire ciò che Andrea intendesse con quella singolare meditazione fu Rosita, una giovane donna originaria di Panama, infelice sposa di un americano, Jim,  un trentacinquenne valletto fedele alla CIA. Quando un venerdì Rosita non fece più ritorno a casa dal mercato rionale, Andrea ammutolì contorto dal dolore. Ruppe il suo silenzio solo quando nell’autunno dell’ottanta Rosita ricomparve. Semplicemente le disse: – adesso io non ti amo più – .

Fino all’età di nove anni Andrea espresse Rosita nei suoi disegni ponendole dei baffi di spuma sopra le labbra, virgole di scherno che tuttavia non riuscivano a far impallidire la venere dalla carne olivastra. Avesse potuto scolpirla nel gesso, ad opera compiuta l’avrebbe derisa con una bomboletta spray. L’ultimo ritratto che Andrea le fece si risolse in un’informe esplosione di rosso vermiglio fatta di tratti pesanti e meccanici dall’alto verso il basso. Fino a sfondare il foglio. Accanto allo strappo Andrea scrisse la parola “uscita”: Rosita se ne andava così dalle sue ossessioni, tornando solo ogni tanto, nella normale ricorrenza dei ricordi. Andrea concluse che a rammendare buchi d’amore ci si ri-metteva troppo, perciò nessuno mai avrebbe preso il posto di Rosita e, se fosse successo il contrario, si sarebbe quantomeno munito di un sacchetto di plastica.

Andrea continua a rimbalzare su se stesso appresso alla donna coi tacchi. I due si muovono sincroni di gambe e di braccia, l’una generale, l’altro semplice soldato al passo. Due ombre che non combaceranno mai.

VIA ALESSANDRO CIALDI NUMERO TRENTA

Il portone è massiccio, è stretto da due doppie file di campanelli sia a destra che a sinistra e reca una scritta fucsia spessa ed incomprensibile. Questo è quanto Andrea riesce a vedere prima di chiudersi a fisarmonica, sgonfiarsi e cadere a terra. La signorina entra, Andrea rimane fuori, disteso.

Andrea è ora a Roma, ora a Genova, ora a Milano, ora a Catania, ora a Venezia, ora a Napoli, ora a Torino. Nessuno a Roma, nessuno a Genova, nessuno a Milano, nessuno a Catania, nessuno a Venezia, nessuno a Napoli, nessuno a Torino s’è fermato. Tutti però hanno guardato, e ferendosi gli occhi, si son voltati.

Meccanica fluorescente.

Andrea è in coma sotto la neve, il contorno di gelo che gli borda il corpo cuce lentamente un primo abbozzo di rigor mortis: presto gli verrà suturata un’imbastitura di cristallo. Gli ultimi brani nella mente di Andrea sono per Rosita, dei pensieri assolutamente coscienti. Andrea se la figura dopo i cinquanta, sciolta in una pelle burrosa, pelle che avvolge seni grezzi, secchi e profumati.

Cedri sotto il sole siriano. Rosita…

Andrea immagina che il tempo abbia un po’ rattristato la sua bellezza, ad eccezione di occhi, bocca e naso. Rosita vede ancora le cose attraverso due mandorle nere brillanti, parla con una bocca sottile di dama, annusa con lo stesso naso di quando l’ha conosciuta, elegante e leggero.

Rosita…

La notte è passata, ora è il giorno a farsi sentinella per le scartoffie del mondo. I piccioni fanno gli equilibristi sul filo dei cornicioni dei palazzi. Andrea è in anestesia totale fra il marciapiede e la strada, il velluto glaciale che lo cosparge gli ha conservato con cura i ricci biondi.

Nove dita veloci e disperate frugano adesso nelle tasche di Andrea: gli rubano il portafoglio, gli strappano l’identità burocratica, pochi euro, e l’ultima botta di cocaina.

– Racconto di Annarella –

Annunci
Messo il tag:
Posted in: racconti