Il vecchio e il cane

Posted on ottobre 28, 2009

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Il vecchio avanza lentamente tra le sterpaglie, seguendo l’argine polveroso di un placido fiume in prossimità dell’estuario. Il vecchio, in realtà, non è poi così vecchio, ma il respiro affannoso ed il busto scheletrico sbugiardano la carta d’identità. Anche i capelli, più bianchi che brizzolati, i denti giallastri ed il passo zoppicante contribuiscono a rendergli appropriato il sostantivato vecchio. Dal resto veniva chiamato el vécio anche da piccolo. Dopo mezzora di cammino, il vecchio vede il fiume annodarsi in un’ampia ansa che scorre verso ovest, serrato da alcune dune di sabbia. Scende allora dall’argine con macchinosa lentezza e s’incammina per un piccolo sentiero che costeggia una canaletta di pietra grigia. Il vecchio muove i piedi l’uno dopo l’altro borbottando qualche parola tra sé e sé. Il sentiero di terra battuta s’insinua tra rigogliosi campi di grano; le spighe intralciano l’orizzonte e brillano nell’aria ovattata. Il vecchio ascolta il proprio respiro ansimante e si slaccia qualche bottone della sporca camicia azzurra. Capisce di barcollare, serrato da un’improvvisa sensazione di claustrofobia, quindi volge lo sguardo annebbiato a destra e a sinistra, come se stesse cercando di ricordare qualcosa. Si lascia cadere su di un tronco mozzato ed estrae dalla tasca una fiaschetta di metallo da cui beve un sorso di grappa. L’abitudine all’alcool ha reso completamente immune laringe e palato da qualsiasi sensazione, quindi il liquido scende direttamente allo stomaco senza alcun singulto. La vertigine si dirada e i pensieri ritrovano la propria via.

Nello stesso momento in cui il vecchio decide di alzarsi in piedi e riprendere il proprio cammino ode un ululato strozzato e vede comparire un cane stremato che gli sbarra la strada. È un cane lupo dal pelo ormai grigiastro, ma dallo sguardo ancora vispo; gli occhi neri sono vivi ed arzilli, inquisitori. Il vecchio s’appoggia nuovamente al tronco e sorride. “Quanti anni hai, cane? Stai trascinandoti per zolle di terra alla ricerca di un posto in cui morire o cerchi ancora di fare la guardia a qualcosa di estinto?” mormora il vecchio rivolto al cane che lo guarda con la lingua penzoloni. Il cane, ovviamente, non risponde, ma evita di abbassare lo sguardo, resta immobile. “Sono più di quarant’anni che non rimetto piedi in questi luoghi, più del doppio della tua vita intera. E dopo tanto girovagare sono forse più saggio? Ho forse trovato qualcosa?”.  Il vecchio agita le mani e ingrossa la voce, simile ad un navigato attore teatrale intento a recitare un monologo su di un palco scalcinato. Infatti riprende subito a parlare.

“Lo vedi il fiume? Io sono nato su queste sponde, a qualche chilometro dal mare. Laggiù, oltre questi campi di grano, si trova un piccolo borgo ammassato attorno ad una chiesa, là vissi fino allo scoccare dei vent’anni. Facevo lavori stagionali; pulivo la spiaggia d’estate e vendemmiavo l’autunno, pescavo astici e orate, strascicavo reti zeppe di cappesante. Poi tutto cambiò, un giorno. Quel giorno ero seduto sull’argine polveroso e tenevo stretto in grembo un piccolo libro tutto imbrattato di fango; ricordo chiaramente la copertina, bianca con una sottile striscia rossa, ma vedo svanire le lettere che compongono il nome dell’autore. Ad ogni modo lo posai a terra e volsi lo sguardo verso l’azzurro dell’acqua. Fu in quel momento che compresi, come folgorato, l’assurdità del mondo. Fu una comprensione istintiva, non razionale; da allora però la sensazione di essere immerso nella gratuità assoluta non mi ha mai abbandonato. Ci volle qualche altro anno di lavoro in campagna per convincermi ad abbandonare tutto e tutti per intraprendere un cammino di ricerca. Mi continuavo a ripetere che una necessità doveva pur esistere nascosta nel fluire del tempo in qualche antro remoto del nostro piccolo globo.

Andai dapprima a Parigi, dove sopravvissi dando lezioni di italiano, io che parlavo quasi esclusivamente dialetto. Fu nella ville lumière che mi sorprese il sessantotto, ma non ricevetti alcuna emozione da quell’accozzaglia di slogan sbiaditi. Dopodiché Londra, Granada, Colonia ed Atene, mi addentrai nello studio dell’antropologia e scavai a ritroso la storia del pensiero occidentale. Quando giunsi all’apeiron, compresi che l’assurdo è sempre stato parte integrante della nostra civiltà. A metà degli anni settanta decisi di penetrare in Russia, addentrarmi in quel mondo comunista che non era altro che l’altra faccia della medaglia della cultura europea. Ero consapevole dell’estrema improbabilità di trovare un senso reale in quell’ambiente asfissiato dalla retorica politica, ma decisi comunque di tentare. Riuscii ad eludere i controlli della polizia e ad entrare nel Paese grazie alla mia vecchia tessera del PCI – nonostante il compromesso storico – e ad alcune conoscenze con alti funzionari sovietici conosciuti durante le mie ricerche. Mi resi subito conto che, sotto quella patina collettivista e militarista, ribolliva un magma sotterraneo di antiche tradizioni e sapienze. Vissi a San Pietroburgo, che allora era per tutti Leningrado, ed entrai per alcuni anni in contatto con un gruppo di seguaci di Gourdjeff, che mi introdussero da una porta d’accesso privilegiata nell’universo esoterico e tutto ciò da cui deriva. Il gruppo non ebbe però vita lunga a causa dell’intervento del kgb che imprigionò alcuni alti responsabili, la fuga diventò l’unica via praticabile per evitare l’arresto – o la deportazione.

Attraversai le infinite praterie russe sommerse di neve, cercando di raggiungere il Caucaso, ma la stupidità degli uomini mi rese un inferno questo proposito. Mi ci volle più di un anno per raggiungere il delta del Volga e, quindi, il mar Caspio. Costeggiando le sponde dell’immenso lago salato riuscì a penetrare nel mondo arabo, grazie ad un gruppo di dervisci in pellegrinaggio che mi accolse, mi guidò e mi protesse. Attraversai l’antica Persia post-rivoluzione alle prese con una modernissima guerra contro Saddam; le campagne erano devastate, i paesi disabitati. Imparai l’arabo, studiai le sure del Corano e feci amicizia con uno studioso di dottrina islamica che mi presentò alcuni dei pochissimi intellettuali scampati dalle purghe fondamentaliste. Ben presto, però, la mia presenza fu mal vista anche dalle autorità iraniane – ricordatelo cane: la presenza di un ricercatore è sempre osteggiata da qualsiasi tipologia di governo. Dovetti fuggire nuovamente, ma lasciare il vicino oriente fu per me un colpo durissimo; in quei luoghi aridi e remoti si riesce davvero ad intendere il soffio di esistenze sommerse che bisbigliano, si può percepire l’eco di popoli lontani sciabordare nel vento.

Ad ogni modo riuscii a raggiungere l’Indo ed iniziai a risalirlo. Attraversai distese di baraccopoli e palazzi pericolanti fino a quando non decisi di abbandonare l’alveo principale per seguire l’affluente che costeggia il deserto di Thar, il fiume Sutlej. Mi lasciai alle spalle altri massacri e guerre di religione e con esse mi allontanai dall’infinito trambusto del mondo. Le giornate sembravano essersi allungate a dismisura, la nozione stessa di tempo pareva raggiungere significati fino a prima totalmente estranei. Non ricordo nemmeno dopo quanti anni mi trovai ai piedi dell’Himalaya. Mentre ricercavo sentieri impraticabili in direzione Katmandu ebbi la fortuna di essere ospite per lungo tempo in un monastero buddhista. S’ergeva imponente e maestoso in cima ad un massiccio inferiore del complesso del Daulaghili, ottomila metri di montagna e nessuna nomea internazionale. La meditazione e la contemplazione del ruvido paesaggio montuoso, di una bellezza sublime, mi consentì di raggiungere un livello di consapevolezza interiore che mai avrei ritenuto possibile. Per qualche mese mi addormentai con la certezza che mai avrei abbandonato quel luogo benedetto, credevo di aver raggiunto il mio Nirvana personale. Purtroppo, però, ricomparve all’improvviso quel diavoletto bastardo che mi ha sempre pungolato le vene, l’irrazionale irrequietezza che spinge a guardar oltre senza conquistare nulla; non potei rimanere al monastero nemmeno un giorno in più. I monaci lo sapevano dal primo momento che mai sarei riuscito a stabilirmi lassù e non ebbero infatti alcuna reazione quando me ne andai, continuarono ad occuparsi delle loro mansioni come se la mia dipartita avesse meno importanza di una goccia di pioggia.

A Katmandu studiai per un paio di anni ogni sorta di libri e dottrine alla biblioteca nazionale, incurante del caos che proveniva dalle strade della città. Compresi le differenze tra la scuola Thervada e quella Mahayana, mi interessai di confucianesimo e taoismo, studiai il Sanatan dharma racchiuso nei Veda, i sei differenti Darshana e per finire il Sufismo. Dopo anni di privazioni e letture infinite compresi l’inutilità di apprendere sulla carta sistemi filosofici che sono, invece, da vivere sulla propria pelle. Purtroppo non riuscii a mettere a fuoco maggiormente la problematica perché in un caffè della capitale incontrai un professore giapponese che mi propose di trasferirmi nel Paese del Sol levante. Era il ventinove novembre duemilasette e fu la prima volta che salii su un aeroplano dopo tanto viaggiare, la prima volta che vidi il suolo dall’alto. Raggiunsi Tokio con il proposito di partire verso qualche paese più piccolo dove avrei potuto concentrarmi nelle pratiche zen che, in quel periodo, assorbivano totalmente la mia attenzione, ma mi fu impossibile. Vidi grattacieli di vetro, schermi luminosi, autostrade, elicotteri e sopraelevate, immagini in continuo movimento, cellulari, computer, smog e cartelloni pubblicitari; vidi le persone ridotte a formiche griffate. Ero certo che anche al di sotto di una sovrastruttura consumistica si sarebbe potuto nascondere un nucleo fortemente spirituale, ma mi sentivo ormai svuotato da qualsiasi linfa. Una mattina mi alzai dal letto, mi avvicinai allo specchio e mi guardai fisso negli occhi arrossati. Mi tastai le rughe della fronte e quelle degli occhi, mi accarezzai le dure squame del viso. Stetti immobile ad osservarmi per qualche minuto e poi compresi che tutto era giunto al termine. Finito, cane, chiuso”.

Il cane, però, aveva smesso di ascoltare da qualche minuto. Il vecchio lo squadra e lo sente mugugnare, disteso a terra, in preda a qualche strano sogno. “Nemmeno tu mi stai a sentire” commenta con voce stentata, dopodiché beve un altro sorso di nettare alcolico dalla fiaschetta. Così rifocillato si alza in piedi e riprende il suo lento cammino. Il cane inizia a seguirlo; un attento osservatore può così scorgere, tra i campi di mais attorno all’estuario di uno stanco fiume, un vecchio uomo zoppicante e un vecchio cane assonnato che barcollano in fila indiana. Il sentiero conduce ad una strada deserta, un piccolo altare dedicato alla Madonna ne orna il crocicchio. Lungo il nastro asfaltato sorge una serie pressoché infinita di casette a schiera dai colori disparati, ognuna delle quali è accessoriata con un piccolo giardino fotocopia del precedente e del successivo. Al di là della schiera di case il vecchio intravede tetti ed antenne di altre abitazioni, un campanile e qualche palazzina. Si guarda attorno spaesato, osserva un punto lontano, poi distoglie lo sguardo smarrito e sputa a terra incazzato.

Cammina per qualche ora per le vie di quel paese sorto nel nulla, costantemente seguito dal cane, fino a quando non giunge in una piccola piazza rettangolare dove, improvvisamente, si ferma e decide di sedersi su di una panchina. Il cane appoggia il muso sul ginocchio destro del vecchio e rimane in attesa di una grattatina sulla testa che non arriva. “Vedi quel cancello nero? Quello è il cancello del posto in cui vivevo”. Beve un sorso di grappa, si riabbottona la camicia e si dà una scrollata ai capelli, poi si alza in piedi di scatto. Prima di suonare il campanello, però, si ferma ad accarezzare le foglie di un ulivo che sorge in mezzo alla piazza. Il vecchio si sorprende a riflettere sul cambiamento dei tempi, mai aveva visto un ulivo lungo il corso del fiume. Mai avrebbe sospettato di vedere così tante abitazioni in paese.

Il vecchio si appoggia alla rete che avvolge il cancello della villetta e prova a scrutare il giardino interno attraverso le maglie, ma riesce a vedere soltanto qualche colore indistinto. Si mette allora a leggere le lettere scolpite sulla cassetta postale di ferro battuto nero. Diego Munari, c’è scritto. Dopodiché si decide a premere il campanello e sente un ronzio stridulo risuonare nella quiete mattutina. Sente pure dei passi leggeri percorrere il vialetto d’ingresso, si avvicinano a lui. Una porticina si apre e compare una donna dai ricci capelli castani, avvolta in uno scialle viola che le copre il seno. Il vecchio dice che sta cercando Diego, le dice di essere un vecchio parente e farfuglia qualche sillaba sconnessa ricercando il proprio nome fino a quando non vede la donna allontanarsi alla ricerca del marito.  Il vecchio è pallido, ha gli occhi spenti e respira affannosamente. Prova a contare gli anni che è stato in viaggio, ma non riesce a concentrarsi in piedi sotto al sole. Vorrebbe bere un sorso di grappa.

Il vecchio cerca allora di rammentarsi il motivo per il quale si trova in piedi sotto al sole aspettando un uomo, vuole ancorare il proprio pensiero a qualche attività concreta in modo da non lasciarlo gironzolare per i fatti suoi. È ancora immerso nella lotta interiore contro il proprio anarchico stream of consciousness, quando un uomo in camicia da notte compare davanti a lui; il volto è ovale e racchiude un naso leggermente aquilino che adombra le labbra sottili. Il vecchio rimane ritto in silenzio, gli occhi fissano le pupille del signor Diego Munari. La già debole volontà del vecchio si squaglia ed i pensieri innaturalmente bloccati riprendono a disperdersi in molteplici direzioni casuali ed imprevedibili. Gli affiora alla mente l’immagine di un bambino a gattoni sul selciato di pietra bianca, ricorda che stava imparando a camminare, che inciampava in continuazione, ogni due piccoli passi. Non si ricorda però a che età i bimbi inizino a camminare, né cosa gli disse prima di andarsene per sempre. Il vecchio continua a squadrare il viso dell’uomo al cancello, rivede i propri lineamenti liberamente ri-assemblati in quel volto estraneo. Muto. I due uomini rimangono uno fronte all’altro in silenzio per qualche minuto, le loro ombre si accavallano come in un vecchio film western, poi il vecchio strizza gli occhi e scorge un bambino giocare nel cortile con una palla. È biondo ed è seduto sul selciato di pietra bianca. “Mi scusi davvero signore, ma devo aver sbagliato indirizzo” sono le sole parole strozzate che riesce ad emettere il vecchio. Si volta e muove la gamba destra cercando di camminare, ma una stretta dell’uomo gli trattiene il braccio. “Eppure il suo mi sembra un viso familiare, è sicuro che non ci conosciamo?”. Il vecchio non risponde, si libera dalla stretta e bestemmia sottovoce. Poi se ne va, senza voltarsi.

Ora il vecchio cammina nuovamente tra le spighe, il cane continua a seguirlo. Raggiunge l’argine arrampicandosi a fatica su di un pendio sassoso e trova un piccolo spiazzo avvolto da un manto d’erba dove potersi sedere. Accanto a lui si distende rachitico un prugno dai rami ricurvi per il peso dei frutti maturi, sembra voler offrire al vecchio i propri doni. Il vecchio coglie una grossa prugna color petrolio e guarda il fiume con gli occhi velati. Addenta il frutto e pensa “Che buono”. Lo mastica con cura, poi sputa il nocciolo sulla propria mano destra e lo getta in acqua.

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