Chiara Vanzetti

Posted on marzo 13, 2010

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Il soggiorno è ampio e spoglio; la parete biancastra è nuda. Una grande porta-finestra di vetro separa la stanza dal terrazzino e, quindi, dai palazzoni, dalle antenne, dalle lamiere e le sopraelevate, dal sole quasi al tramonto. Al centro della sala un tavolo rettangolare di legno scuro troneggia maestoso e un tremolante raggio rossastro ci passeggia sopra, come una venatura di sangue. Io sto seduto su di una sedia e appoggio i gomiti sul tavolone reggendomi il mento, cerco di raggrinzire i muscoli facciali in un’espressione pensosa e vagamente intellettuale. Poi scosto qualche ciuffo di capelli dagli occhi e torno a fissare il disco purpureo del sole. Io sono il prof delle ripetizioni.

Mi chiamo Matteo de Matteis, ho venticinque anni, due mesi e quindici giorni. Ho gli occhi grigi, i capelli color sabbia stinta e una precoce stempiatura asimmetrica che mi invecchia di qualche anno. Ho una laurea triennale in filosofia, una laurea magistrale in filosofia e nessun lavoro fisso. Non voglio iscrivermi a nessun master, nonostante la volontà contraria del parentado e i consigli di alcuni amici che sanno sempre cosa dire; soprattutto non voglio iscrivermi a nessun master in filosofia, ammesso che esistano. Lavoro qualche giorno a settimana, leggo almeno cinque libri al mese e odio la metropolitana. In particolar modo odio la linea verde.

La figura femminile seduta di fronte a me si chiama Chiara Vanzetti e frequenta la quarta o la quinta all’artistico di via Hajech. Ha gli occhi neri, adombrati d’ombretto e una frangia liscia che le ricade sulle palpebre. Una camicetta raggrinzita lascia intravedere qualsiasi cosa al di sotto del cotone e quando il mio sguardo incespica sulle rotondità del seno, mi rendo conto immediatamente che non è affatto male. Chiara Vanzetti fa schifo in italiano, storia e, ovviamente, filosofia; non riesce a distinguere un congiuntivo da un condizionale e crede che l’Orlando Furioso sia un film con Russel Crowe. In compenso porta una terza di reggiseno e millanta di avere plurime esperienze sessuali. Chiara Vanzetti oggi chiede aiuto per un tema. Io sono il prof delle ripetizioni e guadagno dodici euro l’ora.

Ascolto Devendra Banhart e i Calexico. Gli Explosion in the sky e Mark Lanegan. Ascolto pure qualche cosa Jazz e la canzone d’autore italiana. Credo fermamente che i Pink Floyd siano stati il miglior gruppo musicale di tutti i tempi e nella diatriba tra Gilmour e Waters che ha portato allo scioglimento della band, parteggio per Waters, nonostante la pochezza dei lavori solisti successivi. Una volta suonavo la chitarra, ma sapevo a mala pena distinguere gli accordi tra di loro, quindi, come si suol dire, scelsi di appendere la chitarra al chiodo. L’ho spaccata sul muro quando mi resi conto che non sarei mai riuscito a eseguire l’assolo di Starway to Heaven in tempi brevi. Avevo iniziato a suonare da tre settimane. Sono sempre stato una persona impulsiva.

Chiara Vanzetti apre il diario ed estrae un foglietto spiegazzato che mi porge accennando un sorriso. Il foglietto è la traccia del tema: Che utilità pensi possa avere la cultura? Soffermati in particolar modo sull’utilità che questa può avere nel tuo presente e in un’ottica futura. Lo leggo a voce alta e le chiedo se ha già pensato a qualche cosa, a qualsiasi cosa. Mentre rileggo la temibile consegna percepisco un accenno di bile risalire le interiora fino al palato, mi soffermo con gli occhi sulla parola cultura e la percepisco estranea e distante. Un fossile pachidermico di qualche dinosauro estinto moltissimi anni fa. Chiara Vanzetti, immobile nel suo finto sorriso pacchiano, dice di non avere alcuna idea.

Ho bevuto il mio primo alcolico a dieci anni in una baita innevata col nonno; ho fumato la mia prima sigaretta a tredici, nascosto dietro un vecchio Ciao; la mia prima canna a sedici, offerta dal mio vicino di banco; ho provato i funghetti a diciannove a Vondelpark, come tutti; ho preso il mio primo cristallo di md a venti, seguendo il culo di una ragazza che ballava Ellen Allien; il mio primo trip di LSD a ventidue, tra spighe di grano. Non ho mai sniffato cocaina, né ingerito chetamina. Ora ho smesso con quasi tutto. Sono tornato ad essere semplicemente un fumatore da un pacchetto al giorno che ama passare le proprie sere al pub. Come quando ero piccolo.

A che cosa serve la cultura? Suggerisco a Chiara di stilare una piccola scaletta con alcune argomentazioni e nel frattempo incrocio i miei occhi riflessi da uno specchio appeso alla parete. Vedo qualche piccola ruga incorniciare le palpebre e noto i miei denti ingialliti dal fumo, i capelli arruffati; mi vedo vecchio e spossato. Chiara Vanzetti sussurra che, forse, la cultura potrebbe aiutare a raggiungere un buon posto di lavoro, ma credo percepisca un alone di sgomento tra le pieghe del mio volto perché subito ritratta ciò che ha detto. Sussurro tra me e me la parola lavoro con icastica reiterazione, mentre dozzine di facce conosciute si susseguono nella mia mente come foto segnaletiche impazzite in parata. Le faccio un segno affermativo con la testa e le dico di segnarlo tra le argomentazioni, poi penso a stage non retribuiti, lavori interinali, contratti a progetto, master infiniti, lavori saltuari, contratti a chiamata, lavori in nero, pagamenti dilazionati, pagamenti a sessanta giorni, pagamenti irrisolti. Penso a nessun pagamento.

I miei primi ricordi legati al mondo del calcio risalgono a Capello allenatore e al divin codino. Non ricordo quasi nulla di Italia ’90, tranne il piccolo Tango con impresso sopra il logo del mondiale. Quell’omino, composto da decine di piccoli cubi verdi bianchi e rossi, è universalmente riconosciuto come la peggior mascotte mai ideata, progettata e disegnata nella centenaria storia del calcio. Di Usa ’94 ricordo invece ogni singola partita: dalla sconfitta all’esordio con l’Eire, al rigore sbagliato da capitan Baresi. Il calcio mi piace, ma non vado mai allo stadio. Allo stadio fa freddo, la gente grida e non si possono bere alcolici. Solo caffé Borghetto. Il manto erboso di San Siro l’ho visto solo in tivù, ma continuo a nutrire timore e riverenza ogni qualvolta costeggio il perimetro dello stadio con la mia bicicletta ammaccata. Sono fermamente convinto che Giorgione Weah sia stato un grande attaccante.

Chiara Vanzetti, visibilmente annoiata, gioca con la matita che tiene ora in mano, ora in bocca e tamburella il piede avvolto nelle scarpe griffate contro la gamba del tavolo. Le chiedo, per provare a sollevarla dal torpore, che cosa pensa di fare una volta terminato il liceo. “Voglio iscrivermi all’accademia”. Le chiedo allora se abbia qualche ambizione artistica. “Mi piace disegnare”. Cerco di battere il ferro finché è caldo; le dico che chiunque abbia una qualche volontà pseudo-artistica non può prescindere da una solida base culturale perché qualsiasi creazione necessita di sistemi teorici solidi per essere una vera opera d’arte e non solo semplice tecnicismo destinato a rimanere lettera morta. Chiara sgrana gli occhi e trascrive sul foglio protocollo parte della mia delucidazione, poi emette un sospiro e sbadiglia. Io inizio a pensare di non avere la minima idea di che utilità possa avere la cultura nella vita di una persona. Sono invece estremamente convinto che non avrà mai nessun peso nella vita di Chiara Vanzetti.

I miei primi ricordi legati al mondo politico risalgono alla discesa in campo del Silvio nazionale, ricordo una grande scrivania di mogano da cui spuntava una testa simil-pelata che in seguito smise di essere pelata. Da quell’infausto momento in cui ebbi il mio sverginamento politico, ho visto sedersi sullo scranno di palazzo Chigi dapprima Berlusconi, poi Prodi, poi ancora Berlusconi, poi Prodi. Infine ancora Berlusconi. Prodi ha ora smesso con la politica, ma Berlusconi no. Sembra, infatti, che Silvio voglia continuare a governare fino alla morte, sembra inoltre che intenda morire non prima del 2020. Voto a sinistra, spesso per gruppi extraparlamentari. Il mio è un voto totalmente inutile. Non ho partecipato a nessuna delle varie manifestazioni contro il governo. Non sono nemmeno sicuro che siano realmente esistite quelle manifestazioni.

Mi sento soffocare nella stanza vuota e asfissiante, mi alzo in piedi e mi dirigo verso la finestra. La spalanco e mi immergo nella contemplazione del sole rossastro che si nasconde dietro ad un paio di palazzoni grigi a diciannove piani. Continuo comunque imperterrito a cercare una via d’uscita per questo tema assurdo; suggerisco a Chiara Vanzetti che la cultura può aiutare a concepire il mondo con una mentalità più aperta, a farsi una propria idea sulle questioni importanti. “Sviluppa lo spirito critico” le dico. Termino la mia orazione sottolineando il fatto che avere spirito critico è necessario per essere veramente liberi, per avere la possibilità di compire scelte autonome, ma smetto di credere alle mie parole ancor prima di aver emesso le ultime sillabe. Chiara Vanzetti annuisce distrattamente e rimpolpa la striminzita scaletta del suo tema, senza comprendere una sola parola del mio discorso. Non le posso dare tutti i torti: io per primo non comprendo il mio discorso.

Mi piace la doppio malto, correre ad occhi chiusi tra la nebbia arancione di circonvallazione, scovare bancarelle scassate di libri usati disperse nelle stazioni della metropolitana, mi piace la carne alla griglia. Mi piace ruttare e cantare, mi piace Hopper e Twin Peaks. Mi piace la malinconica ironia di Pagliarani, l’estro dialettale di Zanzotto sul Montello e il mondo metafisico di Savinio. Le Big Babol, le serie televisive degli anni ’80, le figurine della Panini. Mi piace sentire la pioggia che batte sul tetto, mi piace il sesso e l’autoerotismo. Mi piacciono i vecchi filmini porno amatoriali in cui si vedono solo ombre indistinte, le impalcature metalliche che avvolgono i grattacieli in costruzione, i distributori automatici, gli sconti del 50 per cento, le scommesse alla Snai, le casalinghe in fila al supermercato intente a osservare la propria spesa nel carrello. Amo guardare i vecchi che giocano a bocce e i vecchi che guardano i vecchi che giocano a bocce. Mi piace il gioco delle bocce in generale. Più del bowling.

Chiara Vanzetti allunga le braccia e si stiracchia, lasciandosi scappare un piccolo gemito, dopodiché si sbottona la camicetta bianca e se la sfila. Ora le sue piccole tette tonde mi fissano seminascoste da una canottiera attillata prossima alla trasparenza. La piccola Vanzetti, con movimenti leggeri ed eterei, lascia il suo posto di studio e si alza. Mi cerca con lo sguardo, e mi trova ancora davanti alla finestra. Cammina verso di me in punta di piedi e mi raggiunge. Mi chiede che cosa io stia guardando attraverso il vetro, me lo chiede sussurrandomi all’orecchio, e lo fa appoggiandosi con il corpo sottile al mio fianco sinistro. Non le rispondo, non mi muovo, non respiro. Quella mi dà qualche piccolo morso al lobo, fa scivolare la mano sinistra sulla mia coscia e s’aggrappa ancor più al mio corpo. Immediatamente mi rendo conto che l’unica cosa che devo fare è riempire il silenzio del momento con una frase inutile, scostarmi dal suo abbraccio e dirle di essere intenzionato a proseguire la lezione. Invece le chiedo: “Sei sicura che i tuoi genitori non siano a casa?”. Chiara Vanzetti, nonostante non sappia riconoscere il tempo verbale di siano, risponde prontamente di essere a casa da sola fino a sera e mi sbottona la patta. Poi si inginocchia a terra. Nel momento in cui la vedo prendere il mio cazzo in bocca mi rendo conto che Chiara Vanzetti ha capito tutto del mondo e si è adeguata ad esso nel migliore dei modi, mi rendo conto che il flusso vitale del tempo, del nostro tempo, è perfettamente in lei e natura non può che esserne orgogliosa. Chiara Vanzetti entrerà nel mondo degli adulti dalla porta principale. Io, invece, questa sera prenderò un foglio protocollo, lo piegherò a metà e ci scriverò sopra un tema di traccia: “Che utilità pensi possa avere la cultura? Soffermati in particolar modo sull’utilità che questa può avere nel tuo presente e in un’ottica futura”.

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