Johnni Stantuffo

Posted on maggio 12, 2010

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Johnni Stantuffo rideva di gusto.
Col sale grosso in pugno e gli spaghetti nella faretra, pronti a scoccare al suono del gong.
Niente a che vedere con l’intorno, Johnni avrebbe riso comunque.Vittima di una strana patologia, sembrava condannato alla felicità: e quando per un nonnulla il riso lo travolgeva, tendeva a nasconderlo fra le mani come un attacco di tosse. Poi, com’era venuto, il riso se ne andava e Johnni incideva con l’unghia e la meticolosità di un restauratore di carillon due tacchette ben ritte affondate nel legno marcio del frigorifero di casa. Restavano così marcati l’inizio e la fine dell’evento, in corrispondenza di numeri e caselle che facevano dell’antico elettrodomestico, adibito a guardaroba, una tabella a doppia entrata. Talvolta il riso s’allargava fino a trasformarsi in pianto, mentre non succedeva mai il contrario, giacché a Johnni Stantuffo mai era capitato di piangere e poi ridere senza motivo, ma solo di piangere dal ridere senza che nulla accadesse in principio.

Hadda, instancabile, faceva la staffetta tra il bagno e la cucina, gridando ad intervalli regolari se il signor Johnni avesse bisogno che chieda e altre frasi di cortesia. Intanto Johnni sbrigava le faccende di pulizia del corpo. Radersi allo specchio, Hadda diceva, è la sua Somalia signor Johnni, con tutti quei rischi di uscirne dilaniato e gocciolante di corposo sangue vivo misto a baffi sradicati e ad altre porcherie.
Il ridere per nulla certo non giova a chi s’impegna in una mansione di precisione.
E Johnni Stantuffo, una volta sbarbato, era un quadro di Picasso lasciato alla folla impazzita durante una guerra civile.

Hadda amava parlare di guerra. Lo sentiva come un bisogno e un gesto di lealtà. Parlava di guerre in famiglia, di guerre d’emozioni, di guerre coi fatti. Le guerre coi fatti erano quelle che succedevano nelle piazze delle città, che prepotenti s’allargavano fino a capitarti fra i piedi, nel cortile di casa e talvolta a valicarti l’uscio. Quando le guerre t’entravano in casa, diceva, si mischiavano con le guerre in famiglia e con quelle di emozioni e tutto il tuo pensiero diveniva una funzione della guerra. I tempi della spesa, della scuola, delle feste e della preghiera. Tutto il tempo diveniva tempo di guerra.
In guerra, conveniva Hadda, non c’è mai abbastanza tempo per nulla ed è un tempo che si spera sempre finisca presto. Ma non finisce mai.
Quando col signor Johnni s’erano messi a guardare la tv sul divano verde con Mogadiscio annebbiata dalla guerriglia dei Signori della Guerra, Hadda s’era parecchio imbarazzata. Come se la stessero spiando dal buco della serratura. Voialtri se la guerra non l’avete, vi portate in casa quelle altrui. Gli aveva detto con la voce tremula rotta dal dispiacere. E lui l’aveva abbracciata, ridendo a crepapelle fra le lacrime, e dicendole di venire con lui di là, nell’altra casa, senza l’elettricità e senza un televisore, dove nessuna guerra li avrebbe raggiunti.

Da qualche mese a questa parte Johnni si sentiva sempre meno a suo agio alla luce del giorno. Uno storico raccontava che i Germani non contassero per giorni ma per notti, sembrando ad essi che la notte precedesse il giorno. Johnni Stantuffo venendo a conoscenza di questo fatto s’era intestardito nel voler conoscere questo popolo tanto strano seppur così simile a lui e, quando gli s’era detto che i Germani d’oggi poco avevano in comune con Arminio e compagni, era piombato nella delusione più nera e gli attacchi di riso erano triplicati. Hadda spesso faticava a comprendere quell’uomo tanto particolare e tentava di tirargli su il morale raccontandogli le peggiori sventure, in modo da risvegliare almeno per contrasto, quel buon senso che come il senno troppe volte se ne andava sulla luna.

Non sempre le sue vicende servivano a riportare il signor Stantuffo alla realtà quotidiana, ma perlomeno Hadda trovava in lui un interlocutore tanto saggio almeno quanto matto.
Ci fu una volta in cui entrambi sedevano sul divano della catapecchia sorseggiando del té, fermi ad ascoltare il ronzio delle mosche d’agosto, ognuno rapito dalla mollezza estiva dei propri pensieri. Ad un tratto il signor Johnni l’ aveva fatta partecipe di quanto l’osservare inerme il lento finire del vociare al crepuscolo, lo rendesse irrequieto. Forse per l’imminente calar della sera, che li avrebbe sorpresi, immobile e silenziosa. Hadda aveva strabuzzato gli occhi, rispondendo come ciò fosse possibile, come una tal pace potesse risvegliare il tumulto nei cuori. E, infastidita, aveva fatto presente al signor Johnni che la quiete era un dono di cui pochi godevano gratuitamente. Gli aveva poi ribadito il fatto del bambino mai nato, che aveva dovuto lasciare di nascosto fra i liquidi viscosi di una camera clandestina a Mogadiscio, e di quanta irrequietezza le aveva causato perdere la stima e la considerazione di colui che amava. Più della sua vicinanza. A causa di una gravidanza inopportuna, che ansie e legami di parentela avevano strozzato insieme al suo rapporto amoroso. Con l’occhio un po’ lucido e morsicando dal nervoso un biscotto di pasta di mandorla, Hadda gli aveva puntato il dito contro sentenziando di pensare bene prima di definirsi un poverino irrequieto.
A questa sfuriata in crescendo erano seguiti un paio di minuti di silenzio intervallati solo dal croccar sotto i denti della granella di pistacchio. Al ché ridendo sommessamente Johnni Stantuffo s’era scusato, dicendo che aveva semplicemente cercato un’esemplificazione della sua condizione di noia ed inadeguatezza esistenziale diurna. Stato emozionale che, effettivamente, non corrispondeva a realtà, sentendosi, lui, a suo agio più la sera che di giorno. Come i Germani, per l’appunto. Poi, alzandosi per prendere il cappello e andare a coricarsi nella casa in fondo alla Strada dei Cedri, le aveva detto con un fil di voce che succedeva spesso che fare l’amore fosse disfare l’amore e che da un uovo strapazzato poteva, seppur a fatica, uscir fuori un ripieno regale.

Vi era stato un tempo in cui Johnni Stantuffo era arcinoto per una vicenda di zucche.
Qualche tempo addietro infatti, il signor Johnni con l’aiuto di un paio di amici era riuscito nell’impresa di vincere la gara di zucche giganti di un paese non lontano dal villaggio e di comparire sui giornali del borgo con la zucca sottobraccio posata su di un carretto. I 300 chilogrammi della sua creatura avevano fatto il giro della valle ma Johnni non era un uomo sensibile alle adulazioni ed alla notorietà, e se ne stava volentieri ritirato nella catapecchia di Largo Savonarola a fumar sigari tra le risa e progettar carretti per ortaggi. Ricordiamo che la mansione dello Stantuffo in gioventù era stata appunto quella di costruir immobili mobili, ossia strutture munite di ruote per qualsivoglia fine, dal movimento su carreggiata al cavar numeri telefonici. La scrivania stessa era stata modificata al suo arrivo con l’aggiunta di rotelline retrattili alla base delle quattro gambe massicce (cosa che per altro rendeva l’arnese parecchio ridicolo essendo le rotelline grandi come biglie e le gambe spesse come le caviglie d’un pachiderma).
Ma anche la vicenda delle zucche ebbe vita breve e fu avvallata da una cocente delusione che trascinò Johnni al noto stadio umorale della noia nera e del riso continuo. Dopo settimane di cura per quella che aveva tutte le carte in regola per essere la zucca della svolta, lo Stantuffo e i suoi due compari furono obbligati a trasmettere alla stampa il seguente sciagurato comunicato:

«Siamo a darvi la triste notizia che alcuni giorni fa abbiamo notato dalla base della zucca presentarsi della muffa, abbiamo ispezionato scavando e ci siamo resi conto che aveva una zona di marciume larga 15 cm e che ormai era spacciata. Sono stati interrotti sia i trattamenti sia le annaffiature ed è stata lasciata lì come concimazione per i prossimi anni, ci dispiace molto ci tenevamo a questo frutto ma questa stagione é troppo crudele con loro e noi non sappiamo cosa fare».

E il signor Johnni ricominciò ad appartarsi nella catapecchia, fumando come un bollito e molleggiando furibondo sulla sedia a dondolo, anch’essa munita di rotelline bigliformi e per questo scomoda come una lastra di ghiaccio sotto i pneumatici di una twingo.

Dal giorno del decreto sugli incroci autoregolantesi, il rischio di bruciarsi le dita che il signor Johnni correva ogni mattina all’incrocio tra la Strada dei Cedri e Largo Savonarola era triplicato. Con la regola che stabiliva che chi per ultimo arrivava all’incrocio per ultimo doveva attraversarlo, regnava un’indecisione tale che l’immobilismo era la norma. Giacché, colui che giunge ad un incrocio, sa per certo che qualcuno potrebbe esser giunto prima di lui su una sponda differente del medesimo incrocio, ed è quindi portato a guardarsi attorno al fine d’accertarsi che nessuno l’abbia preceduto. Solo dopo questa operazione, egli può dunque attraversare in tutta sicurezza ed appigliarsi ad un diritto inviolabile nel malaugurato caso che si trovi ad esser vittima d’un sinistro. Ora, Johnni riteneva di dover attendere a lungo il suo turno, benché il vigile, le strisce e tutti i simboli d’interfaccia che la legge dei teoreti usa per mediare col cittadino praticone, cercassero in ogni modo di consentirgli l’attraversamento. Quella mattina dunque, solo quando si sentì oltremodo sicuro, Johnni passò lesto dall’altra parte e, posata la caffettiera sul davanzale della finestra, estrasse la chiave dal taschino ed entrò nella catapecchia a fare colazione.

Monica l’aspettava nascosta sotto il lavabo.
Al goffo tintinnare della tazza sul legno saltò su come una molla.
Dammi una sigaretta o sparo.
E a tracolla aveva un fucile da caccia.

Fu così che avvenne la dipartita dello Stantuffo.
Noto fumatore di sigari toscani per nulla  generoso con le ragazze a modo.
Freddato come un fagiano, nel bel mezzo dei gelidi giorni della merla.

Racconto di Carolina Crespi

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