Lo gnorri alla gogna

Posted on luglio 6, 2010

2


L’idea è di fare una specie di resoconto di scambio epistolare tra un vecchio pensionato che non sa che farsene dei soldi che ha accumulato grazie ad un discreto riscontro di critica risoltosi in apprezzamenti blandi e banali, non all’altezza, e un giovane prodigio che ha la brama di divenir famoso e si lamenta del pubblico che non lo acclama ancora. Il racconto, quasi esclusivamente dialogico, si prestava alla forma teatrale ed è perciòqquindi stato impostato, con pochi accorgimenti di regia, proprio per essere rappresentabile.

Vecchio: “Ore 4 finalmente trovo la matita e la voglia di scriverti, sono al buio come di consueto e confido quindi nella tua illimitata comprensività, vorrai scusarmi la grafia claudicante e il mio star al di sopra delle righe.

“Questa volta, mon cher, ti scrivo soprattutto per indignazione;  quel moto quasi ondoso dell’animo che con alti e bassi ma con caparbia continuità mette in subbuglio le viscere e rode le interiora, quella morsa che attanaglia la gola quasi questa fosse il cuore del senso di giustizia, quasi la moralità albergasse proprio in quel tubo che ogni tanto s’annoda fino a torcersi, che le ingiustizie anche quelle più minuscole possono ingolfare fino a inacidire ogni parola e ogni angheria deglutita si ferma poco più sotto lasciando senza fiato ad annaspare disperatamente in cerca di una ragione o spiegazione che giustifichi quella cosa che proprio non va giù e che anche una volta ingoiata sarà difficilmente digeribile poiché l’acre contraddizione che porta seco è inestinguibile fonte di bruciore;  un’indignazione rivolta non già ad una marachellata delle tue solite, un qualche fatterello che riveli una delle debolezze d’animo derivanti dal tuo particolar modo d’intender l’amoralità, ma tuttalpiù” – si trova il vecchio sul palco a dover ormai inveire menando il dito con fare minaccioso –  “ad un ben più sottile atteggiamento che infastidisce tanto più che è di moda e diffuso e tu non ne sei esente.”

Giovinastro: “Che tono pomposo, come un medico dell’umano sentire s’esprime, ‹non va giù› e ‹seco› nella stessa frase; mancano solo le rime… e generalizzare proprio nei miei riguardi… manco fossi uno qualunque ma con diritto a meno riguardi” –  deve aver pensato tanto ad alta voce il giovane leggiadro come se stesse leggendo interrompendo così la battuta/lettura del vecchio che riprende:

“Questa questione non riguarda te soltanto, ma la classe d’individui di cui ti proclami campione proprio negando che esista. Gli Unici, di solito gente solitaria e triste. Insoddisfatta ma per questo a volte spinta in alto anche contro la voglia di sopravvivere. Non è questa una critica nei confronti di una qualche ipocrisia, fenomenizzatasi in qualche riproducibile aneddoto, commessa nel tentativo di mascherare un qualche vizio, nel nascondere l’abuso di una qualsiasi affezione ad effetti di sostanze, ma neanche ad un affetto segreto, una mania particolarmente violenta, un impulso irrefrenabile di cui ti vergogneresti.”

“Insomma – pensa ancora il giovane intervallando il monologo monotono – è ironico che mi tacci di ipocrisia eppur sa bene di esser il mio modello.”

“Non ad un error privato, tuo diritto in eterno, bensì ad un atteggiamento di fondo subconsciamente condiviso: da ben scarno scranno mi ergo se mi giudico tuo pari che ti giudichi superiore, un indegno pulpito all’altezza dello sguardo vedo, palpiti di oscenità nell’oscurità straziata – indicando il coro di capri fare le loro sconce capriole. “Non scandalizzarti dunque della mia presunzione…”

Pensa A Voce Alta: “Presunzione è scritto tra le righe…chissà se quel pazzo l’ha fatto apposta o scrive davvero al buio?”

“…E non intendere la difficoltà del mio linguaggio solo come un vuoto arricchimento o un’inutile complicazione dell’espressione, non v’è arroganza né compiacimento: le mie parole provengono da un punto di non ritorno, tanto in basso sono giunto che la tonalità – effettiva rilevabile mutazione di tono – della mia voce ti potrà sembrare più profonda e oscurabissale o flebile di un’eco lontana. Non amareggiarti insomma, e piuttosto che condannare ciò che dico ignoralo: fa’ come se ciò che senti fosse non solo oltraggioso ma anche falso e a tal punto privo di senso da esser solo il ghiribizzo d’un pazzo, rinnega se puoi ogni parvenza di verità o semplicemente dimentica di aver riconosciuto, nelle poche righe che ti destino, una legittima e giusta critica al substrato del tuo modus vivendi : se giustificabile è da sempre chiudere un considerevole numero di occhi riguardo alla dissolutezza dei costumi (che è ormai il costume) è quantomeno deplorevole, invece, la catena di effetti collaterali del disinteresse, che lo sdegno per questa situazione provoca”

“Chiudere gli occhi è peggio che guardare le cose accadere senza muovere un dito.” – dice il vecchio pur sempre leggendo (se invece fosse il giovine a leggere il vecchio lo interromperebbe) indicando il giovanotto che dorme o finge di dormire –

“Il disinteresse è un’epidemia che permette ad ognuno di sentirsi, se non assolto quantomeno impunibile, se non innocente quantomeno incolpevole. Se da un lato credo che i tuoi innocui vizi e la tua condotta privata siano affari tuoi e non mi scandalizzino i tuoi peccatuccoli; mi azzardo anzi ad apprezzare il tuo rivendicar la libertà ed indipendenza dallo stato delle cose, e nei confronti dello stato in un secondo e più ragionato (invischiato) momento; d’altro canto li condanno perché, sebbene non ti diano assuefazion alcuna, sono parte di quell’atteggiamento generico di cui sopra, e non parte ininfluente ma senz’altro concausa dello stesso.”

Il vecchio nello scrivere/leggere: “Ostrega qui ci vado giù pesante con ‘sta predica” e il coro in delirio invoca l’affondo.

“La mollezza del tuo carattere e la smodata volubilità delle tue opinioni, che seguano la moda o meno, ti fanno ingojare compromessi che nel profondo ti logorano; mal si abbinano agli ideali che ti sono stati fortuitamente passati. Tu sei, amico mio, l’esempio perfetto, il prodotto più contraddittorio di questa giojosa giostra di notizie che è la società.
Tuo malgrado non hai mai sofferto grosse ingiustizie nell’ambiente che ti ha plasmato seppur possibilmente colto, molto condiscendente.
Ti hanno passato un bagaglio culturalcultuale che invece di liberarti ti imbriglia e ti imbroglia: con comodità eopulenza ti han legato e imbavagliato.
Ti hanno fatto credere con subdoli sottintesi di credere in te, che il tuo retaggio fosse quello di un’eroica casta, castrando così il tuo spirito; Ti hanno adagiato gli allori in testa affinché tu calcandoteli li facessi cader sugli occhi.

“Mentre studiavi l’ozio e sognavi ori e onori il tuo animo sobbalzava ubriaco d’orgoglio e gioivi nello stringer tra le mani le redini delle tue scalpitanti potenzialità. Sapevi di essere dotato in potenza, fiducioso nelle tue possibilità di far qualcosa anzitutto per gli altri e non solo per conquistar un podio nella loro memoria. Ma da subito ti instillarono anche il germe del declino, ti fecero rispettare ed agognare il potere per poi fartelo disprezzare e per precludertene l’accesso.
Grande sarebbe il tuo imbarazzo nell’ammettere di volerli sostituire, foss’anche per non esser nemmeno paragonato o paragonabile ad essi, enorme il tuo sdegno verso quelle posizioni che provatamente conducono alla corruzione.
E’ la tua stessa volontà di conservare una sorta d’integrità a far degenerare il tuo distaccamento in accidia.

“Nonostante le tue precauzioni l’ozio s’è tramutato in accidia; il tuo silenzio è stato inteso come un tacito assenso, le tue proteste lette come prova inoppugnabile di manifesta libertà. L’inutilità del tuo opporti ti ha spinto ad un’ancor più inutile resa; l’accettazione ti ha dapprima perplesso per poi abbandonarti allo sconforto.
Da sempre restio a scegliere una strada per non rischiare di precludertene altre hai accuratamente evitato di prender posizione e per evitare di restare infangato nella scimmiesca cagnara e per il capriccio di fare da spettatore a ciò che consideri più infamante della gogna, hai lasciato e forse anche sperato che proprio i peggiori colà s’annidassero, donde maggior danno è in lor poter di fare.
Ti hanno dapprima suggerito di essere imperfetto, poi hanno fatto si che fossi tu stesso a provartelo per lasciarti credere di esser inadatto a cambiar le cose a partire proprio da te stesso.”

Riflessione estemporanea per prender una pausa dell’ormai stizzito giovanotto: “Ci sarà un motivo se metà umanità proibisce ciò che l’altra metà desidera.”

“Ti hanno fatto intravedere la possibilità del successo pubblicizzandone il facile accesso, concedendolo a chi ti hanno dipinto come inferiore a te e tu accecato hai creduto che per te avrebbero fatto un’eccezione premiandoti per il merito, d’inverno da lupo ti sei travestito da pecora per un’illusoria ricompensa.
Hanno esasperato lo scetticismo benefico per nasconderti i tuoi stessi principi; Ti hanno fatto abbassare la testa con il pretesto di insignirti di alte cariche, ti hanno dato il posto apposta nel loro ordine imposto e così ti hanno disinnescato; Ti hanno dato qualcosa da poter perdere, da non voler perdere per impedirti di fartela rialzare.
Tutte le conquiste ti sembrano dovute e consolidate e ti è ormai scontato che te le rinfaccino e te le mascherino da prodigiose offerte, generose concessioni.

“Ti hanno dato tutto quello che ti hanno insegnato a desiderare e tu soddisfatto ti sei adagiato nel mondo senza più la rabbia per migliorarlo. Ti hanno concesso molto per impedirti di aspirare a di più, ti hanno dato il potere di votare affinché tu lo credessi scontato e inutile, ti hanno fatto intendere che se fossi stato in disparte non saresti stato mai colpevole.
Ti hanno fatto distogliere lo sguardo dalla realtà ridicolizzandola a tal punto che preferisci accondiscendere ad immaginarla come una finzione. Dalla tua prigione nemmeno troppo adorabile non fai che trangugiare pillole laccate d’oro e nonostante la tua naturale e sana diffidenza o forse proprio a causa d’essa accetti il subliminale consiglio di rifiutare consigli che ti portino a migliorare, e dunque lasci che tutto precipiti per inerzia, come fosse un’ inezia.
La Vostra colpa come diceva De Andrè è che voi quella notte voi c’eravate.”

Il coro se la canta di gusto.

“Ti sbatto in faccia (senza però che somigli ad un guanto della sfida) i tuoi difetti nascosti che volonterosamente ignori e presumibilmente spontaneamente rimuovi per tirar avanti per permetterti di rialzarti, di migliorarti per non doverti vergognare delle ingiustizie che non vorresti vedere impotente come fanno tutti”.

Si guardano tutti facendo gli gnorri, guardandosi le scarpe come se fossero in metropolitana.

“Bè come critica può funzionare, certo io non sarò mai il destinatario perfetto, calzante lo stereotipo che descrive questo anziano così deluso, ma vi riconosco alcune mie peculiari tendenze, il mio disimpegno politico può in effetti esser prodotto sperato e motivo di gran gajezza per coloro i quali disprezzo, la mia disillusione delude il gran vegliardo, ma è tutto qui?”

Scorge un ultimo foglio, quasi scocciato (lui non il foglio) lo prende, e quasi eseguendo il suo precedente pensiero, lo svolgimento compie una svolta: “Vorresti delle direttive, metodi e strategie, ma questo va oltre le mie possibilità, sappi che vivrò d’ora in poi per veder le tue opere e attraverso di esse, muojo oggi per la tua passata incosciente codardia e forse solo l’averti aiutato mi aiuterà a sopravvivermi.
Confido nel fatto che tu colto sul viso o nel vivo, non ti senta inadeguato per il compito che ti spetta, vivi amico mio e fa’ che i paradossi ti fortifichino (formicolio di un piccolo fico nel fortino) e non odiarmi per aver una lingua così sciolta che scarica responsabilità a barili.”

“Dopo avermi criticato sittanto veementemente non dovrebbe darmi in cambio consigli o istruzioni? Non sarò certo l’arrendevole fantoccio di nessuno, e non dovrò più stare nell’ombra, forse è meglio che non m’abbia inculcato speranze preconfezionate.”

“Amico, non posso che incoraggiarti a trarre tu stesso le dovute conclusioni, mi sono per così dire costituito parte civile in questo processo all’indole apolitica che caratterizza anche te come molti, per quanti testimoni troverai che giureranno che è meglio non agire, tu cimentati foss’anche solo per non fare quello che ti si dice: nell’arena, nell’agone, è possibile che vinca il migliore.”

“…e che prima di peggiorare faccia qualcosa di buono” pensa, stanco, l’impaziente scapestrato prima di andarsene… velocemente da nessuna parte.

Annunci
Messo il tag:
Posted in: racconti