La mosca è sul banco

Posted on agosto 17, 2010

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C’è chi dice che la follia sia una possibilità diversa. Una via alternativa alla strada principale, che spesso viene percorsa da personalità geniali.
Non so dirvi se sia vero. Quello che posso dirvi, in tutta onestà, è che Raffaello Dinolfi era un pazzo. Un pazzo e un genio al tempo stesso.
Fra i ricordi principali che ho di lui ci sono due fotogrammi: i suoi capelli scarmigliati, che luccicano al sole, e i suoi occhi che si muovono senza pace verso ogni direzione. Dinolfi vestiva con quello che gli capitava a tiro e si lavava di rado. Dell’opinione altrui non gliene fregava praticamente nulla, e aveva una sua originale visione del mondo e delle cose.

A volte, a scuola, durante l’intervallo si metteva a camminare a carponi lungo corridoio, mostrando il di dietro ai bidelli e ai nostri compagni. D’altronde, dopo i primi tempi, nessuno faceva più caso a lui.
“Dinolfi” gli dicevo “rialzati in piedi”.
“E perché mai?”
“Ti guardano tutti. Fai la figura dello scemo”.
“Beh, che si facciano gli affari loro. Io devo pensare alla mia salute”.
“Alla tua salute?”
“Sì. Camminando a quattro zampe riposo le caviglie e alleno le ginocchia”.
Come avrete capito, non c’era modo di dargli torto. Se ti mettevi vicino a lui e osservavi la realtà dalla sua prospettiva, tutti i suoi ragionamenti slittavano veloci come una palla da biliardo su di un tavolo. C’erano le premesse, e da quelle premesse si ottenevano certe conseguenze. Bizzarre, conseguenze. Tutto stava però ad accettarne le premesse.

Il professor Guidi, per esempio, sotto questo aspetto riscontrava certe difficoltà. Non riusciva proprio a comprenderlo. Trovava strano che Raffaello passasse una buona parte dell’ora con le mani giunte e le orecchie tese, concentrato nelle sue meditazioni a fissarlo come un gufo.
“Sto recitando il mio mantra”, rispondeva quando gli chiedevano spiegazioni.
Fu proprio il professor Guidi a farlo espellere dalla scuola. Quasi ogni lezione si trasformava in un’esibizione dai toni surreali, nella quale Raffaello declamava versi della Divina commedia o imprecava in latino. Altre volte, invece, tentava di esorcizzare la secchiona della classe.

La goccia che fece traboccare il vaso fu un discussione avvenuta in seguito ad un compito in classe. Guidi aveva tracciato un otto e mezzo a margine del suo tema. Lo lesse in aula, a tutti noi, allibito dalla conoscenza che Dinolfi aveva della letteratura.
“Ma perché”, disse Guidi, “lei non sfrutta un po’di più la sua intelligenza?”
“Mi scusi, cosa intende?”
“Mi faccia spiegare, Dinolfi. La sua sintassi è perfetta. La punteggiatura è paragonabile ad una partitura musicale. Lei ha una sensibilità rara. Ma allora perché”, domandò, “mi consegna quasi sempre i temi in bianco?”
“Le tracce erano stucchevoli. Perciò consegnavo il foglio in bianco”.
“E questa, invece, l’ha ispirata?”
“No. Era orribile”.
Un luccichio brillò fra gli occhi di Raffaello. Poi giunse le mani, e sibilò qualcosa di incomprensibile.
“Mi scusi, signor Dinolfi” mugolò il professore, “potrebbe degnarci della sua attenzione?”
Raffaello sbuffò.

“Sì” disse, “ma che sia una cosa veloce”.
“Vorrei sapere, signor Dinolfi, per quale motivo mi lascia tutti i temi in bianco se, quando ci si mette di impegno, lei scrive come Moravia”.
“Per carità, lasci perdere Moravia. Preferisco Calvino”.
“E va bene, allora facciamo Calvino…pensa di poter rispondere?”
Dinolfi mi guardò esausto.
“Questo professore” mi sussurrò all’orecchio “è davvero tardo”.
Poi si rivolse di nuovo a Guidi.
“Non lo so” disse, “è che me ne stavo seduto qui, in silenzio, a pensare all’idea di antimateria. Mi sembrava un concetto impossibile. Pensare che tutto l’universo – finito o infinito che sia – possa essere contenuto in un altro universo fatto di una sostanza del tutto diversa. Poi ho guardato il tavolo, e sul tavolo c’era una mosca. Così mi sono chiesto: cosa rappresento per questa mosca, io, Raffaello Dinolfi? E la risposta era semplice: l’antimateria”.

“Mi scusi” lo interruppe Guidi “ma tutto questo che cosa ha a che fare con il tema?”
“E cosa ha a che fare il tema, con la letteratura?”
“Questo è troppo. Senta, Dinolfi, facciamo così: lei viene qua, si prende il suo compito con un bell’otto e mezzo tracciato a matita blu, e se ne va a casa felice e contento”.
“Fossi matto”.
“Scusi?”
“Fossi matto, dico. Il tema è una mia personale emanazione. È come se avessi tirato la catena dello sciacquone. E lei, adesso, mi viene a chiedere se voglio riprendere tutto di nuovo nel mio stomaco?”
“Fuor di metafora, signor Dinolfi, cosa vuol dire?”
“Vuol dire che mi deve immediatamente levare quell’otto e mezzo. Glielo chiedo per cortesia”.
Il professore, adesso, era palesemente in difficoltà. Quello che stava avvenendo non rientrava nei suoi schemi mentali.
“Senta, professore” insisteva frattanto Dinolfi. “Glielo dico solo una volta, e spero che non se lo farà ripetere: esigo che il mio voto venga scambiato con quello di qualcun’altro. Mi pare sia la cosa più logica. Non crede?”

Non so quanto il povero Guidi stesse pensando alla logica, in quel momento. Per un attimo mi sembrò di vederlo perso, come se Dinolfi avesse mandato in frantumi una delle sue certezze più solide: la felicità di ricevere un buon voto. Con voce mozzata sibilò: “Perché?”. E Raffaello, udendo ciò, fece una faccia sbalordita, sgranando gli occhi. Poi sbatté potentemente i palmi sul tavolo, e per tutta l’aula si diffuse l’eco di uno schiocco.
“Professor Guidi” disse straccamente, “li metta a qualcun altro i buoni voti”. Mi indicò. “Li metta a lui, se ci tiene”.
Raffaello si lisciò il mento con il palmo della mano e, come una scintilla, un ghigno beffardo gli sfavillò sul volto. Nel frattempo il professore si teneva la testa fra le mani.
“Ma perché?” mugolava. “Che senso ha?”.
A quel punto Raffaello lanciò un sorriso nella mia direzione, e mi fece segno di stare tranquillo. E io sapevo perfettamente che stava per fare qualcosa di orribile.

“Dinolfi”, diceva frattanto il professore “mi dispiace ma io proprio non posso…cioè, voglio dire, non sarebbe corretto…ma poi cosa sto dicendo?”. Il professore cambiò tono di voce, che divenne più autoritario. “Si tenga il suo voto e non faccia storie”.
Dinolfi aveva ancora quel sorriso diabolico stampato sulla faccia.
“Professore” sbottò “lei così mi manda ai pazzi!”
“Io a lei?”
“Eh”.
“Dinolfi, per la miseria. Si prenda il suo voto e stia zitto”.
Ed eccolo là, di nuovo quello scintillio funesto nello sguardo di Raffaello. E quel suo sorriso sarcastico.
Mentre nell’aula regnava un silenzio di ghiaccio – quel silenzio metafisico che si può udire solamente durante i compiti in classe – Raffaello salì sul banco e si mise carponi. Ruotò le anche nella direzione del professore. La sua espressione era convinta e sacrale, consapevole. E io tremavo.
Raffaello si tirò giù i pantaloni e le mutande, e subito dopo l’eco vaporoso di un peto sibilò per tutta l’aula.
“Ora” disse Dinolfi “lei è pronto per la Poesia”.
Fu così che Raffaello venne sospeso. Ho ancora nella mente l’immagine del professor Guidi che lo trascinava verso la stanza del preside, mentre lui si teneva i pantaloni che gli calavano sulle caviglie.

Da quel giorno – da quando Dinolfi fu sospeso, cioè – mi sono sempre domandato che fine abbia fatto. Poco tempo fa un amico mi ha raccontato che su di lui girano strane storie. Alcuni lo vogliono uno scrittore affermato, che firma sotto pseudonimo, altri invece dicono che si sia imbarcato su una nave mercantile.
Ho cercato su internet ma non ho trovato nulla, e tutt’oggi dubito che una persona del genere sia potuta esistere veramente. Magari Raffaello era il prodotto onirico delle mie fantasie giovanili.

Una settimana fa, camminando per strada, notai uno strano passante. Indossava abiti azzimati e ben inamidati, ma infilati in modo insolito. Una giacca nera si ergeva sopra dei calzoncini gialli, e dei calzini verdognoli comparivano su due caviglie esili e frenetiche. In testa l’uomo portava una bombetta, e dalla sua tasca si poteva intravedere l’edizione economica di un libro di Dostoevskij (purtroppo, non riuscii a leggerne il titolo).
Incrociai gli occhi di quell’anonimo passante, e un brivido di consapevolezza mi fece sussultare nelle spalle. Si trattava senza dubbio di Raffaello Dinolfi.
Mi avvicinai. “Mi scusi”, mugolai. Senza accorgermene, lo stavo trattenendo per il braccio. “Ma lei è…”.
Raffaello mi interruppe. “Io sono qualsiasi cosa tu pensi che io sia”, disse. “E sono anche tutto il resto”. I nostri occhi si sovrapposero per la fuggevolezza di un attimo. Poi si girò e prese a correre in mezzo alla strada, fendendo l’aria con le braccia come per imitare un aeroplano.
In quel momento pensai che la mimica di Raffaello, più che il volo di un uccello, sembrava ricordare le traiettorie sbilenche di una mosca. Lo guardai infilarsi in una via laterale. Poco dopo sparì nel nulla.

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