A pelo d’acqua

Posted on ottobre 13, 2010

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Attraversai senza accorgermene con il semaforo ancora rosso, le mani in tasca, per poco non caddi per evitare una bicicletta che mi tagliò la strada. Passavano le macchine e mi trovai prigioniero. Mi strinsi sulla linea centrale che divideva le corsie, sperando che nessuno suonasse il clacson richiamando l’attenzione degli altri pedoni. Quando scattò il verde ripresi a passeggiare verso la riva opposta della strada con molta calma, come se nulla fosse successo, ma nessuno mi stava guardando. Probabilmente il mio imbarazzo era eccessivo.

L’inverno era ancora presente nei colori del cielo, del fiume e dei vestiti, ma di giorno si poteva camminare senza troppi problemi con un impermeabile leggero o un giubbotto primaverile. Il problema, in questa stagione, era la sciarpa, troppo calda nelle tre ore centrali del giorno ma indispensabile sia prima che dopo. Non sapevo mai cosa farmene, quando la toglievo. Detestavo avere oggetti in mano e detestavo ancora di più la lana che mi mordeva il collo sudato, così finivo sempre per cacciarmela nella tasca della giacca creando una specie di tumore di tweed all’altezza della coscia destra. Poi si poneva il problema della distribuzione del peso degli oggetti delle due tasche, e di come recuperare le chiavi o le sigarette schiacciate sotto la sciarpa.

Avevo ancora tre ore libere, prima di andare a prendere Giuseppe all’ultimo dei suoi colloqui di lavoro. Erano le due del pomeriggio, dovevo ancora mangiare, ma un gelato sarebbe potuto bastare. Mi diressi verso nord a rapidi passi, emozionato per il primo dolce della stagione. Sapevo che lì vicino c’era una crêperie molto famosa sulle guide turistiche, avrei preso un cono e proseguito la passeggiata progettata la mattina. Il giorno prima avevo trovato una macchina da scrivere portatile in ottime condizioni a un mercato delle pulci. L’avevo portata a casa a dieci euro senza troppe contrattazioni. Pensai fosse una buona idea comprare del nastro nuovo, dal momento che l’inchiostro su quello in dotazione era ormai secco. Era una bella macchina da scrivere verde chiaro, degli anni settanta circa, l’avevo comprata per puro vezzo, certo non ci avrei mai scritto niente di importante.

Camminai verso Boulevard Saint-Germain dove c’era una grande cartoleria. Stavo per entrare quando una giovane donna ne uscì, camminando veloce. Si muoveva in maniera sgraziata per la fretta, la grossa sciarpa arancione sobbalzava e cadeva di continuo dalle sue spalle cosicché doveva riassestarla spesso, con un gesto cinematografico. Aveva capelli rossi e molto corti. Rimasi interdetto per un po’ prima di decidere di seguirla. Per una sigaretta, solo. Era una ragazzata, una scemenza, seguire una sconosciuta. Ma non avevo progetti né programmi per la giornata. Né per la vita, per la precisione. Riuscivo a starle dietro senza problemi nonostante la sua fretta. Era piuttosto bassa, e con un  solo passo potevo coprirne due dei suoi. Portava un grosso maglione blu, di lana spessa, troppo grande per lei, su delle gambe sottili e agili. Anche le scarpe erano arancioni, con la suola bassa e un laccetto intorno alla caviglia. Si fermò a un chiosco a comprare delle sigarette.

Mi arrestai di colpo per non guadagnare troppo terreno, e mi misi a trotterellare davanti a una vetrina. Di biancheria femminile. Pensai per un attimo che dovevo sembrare un maniaco. Ma no, le strade erano piene di gente che correva da ogni parte. Ripartì lei e ripartii anche io. Imbucò Rue Danton, procedendo verso la Senna. Continuava a procedere ad ampie falcate, ma si fermava spesso a sbirciare nelle vetrine, cosicché non riuscivo a capire se avesse fretta o no. Forse si era accorta della mia presenza, forse stava cercando di eludere il mio inseguimento. Aveva il cuore che le batteva all’impazzata? Aveva paura di me? Paura di me, impossibile. O forse mi credeva una specie di serial killer. In pieno centro a Parigi, piuttosto idiota come serial killer. Romantico, ma idiota. Forse stava per andare alla polizia. Mi ricordai di un capitolo in un romanzo di John Fante in cui Bandini insegue una donna, per le strade deserte del porto, la notte.

Mi fermai davanti a una libreria per lasciare che guadagnasse un po’ di terreno ancora. La donna, sorprendendomi, proseguì solo pochi metri e si fermò anche lei. In un’altra libreria, dal lato opposto della strada. Aveva scaffali pieni di testi usati sul marciapiede, la conoscevo. Mona Lisait si chiamava, ci avevo comprato a un euro l’uno una decina di trattati in tedesco e russo, su argomenti dei più disparati, che utilizzavo come soprammobili. Un po’ come la macchina da scrivere. Decisi di giocarmi l’ultima carta. In fondo stavo solo divertendomi con una specie di fantasia bambinesca. La affiancai sul marciapiede, stava scorrendo con le dita, distrattamente, dei libri per bambini. La fissai, e sentii il suo profumo forte, e sgradevole. Mi ricordò la casa al mare di mia nonna. Era piccola e luminosa, ma con le finestre sempre chiuse, così l’odore pesante di zuppe di legumi e minestroni invernali rimaneva anche in agosto, come se fosse in villeggiatura, appestando ogni morso di focaccia, ogni riflesso del sole sulle pareti, ogni fragola con panna. Mi distrassi, probabilmente, con la testa bassa a seguire le mie mani che sfogliavano pagine apparentemente vuote, perché quando alzai lo sguardo la donna non c’era più. Avevo perso il gioco, ci rimasi male.

Pensai di proseguire su Rue Danton, fino a Pont Saint-Michel, dal momento che era la direzione che stavamo seguendo prima. Arrivato sulla Senna, circondato da turisti e polizia, mi fermai. Abbandonai l’inseguimento. Ci avrei potuto scrivere un racconto, descrivere il movimento dei capelli della sconosciuta, le anche e le gambe come uno stantuffo, rapide per i vicoli di una città piovosa. Il cielo perdeva l’intonaco, il sole stava bucando qua e là le nuvole. Chiesi una sigaretta a un italiano. Di Firenze. Viveva a Parigi, tecnico informatico. Io invece? Villeggiatura, accompagno un amico a dei colloqui, mi sono appena laureato e non ho fretta di trovare un lavoro. Qui in Francia si lavora bene. Ma io non conosco il francese, comunque grazie della sigaretta. Buon viaggio, ciao. Ciao. Mi appoggiai alla balaustra, non c’erano battelli da quelle parti, solo qualche pescatore addormentato. Forse faceva ancora troppo freddo.

Poi notai un uomo. Aveva un maglione vistosamente colorato, di quelli che fanno pensare agli anni novanta e alla Scandinavia. Tutto il mondo sembrava fatto di tre colori, l’acqua verde scuro, gli alberi verde albero e il cielo, i palazzi, il ponte, di un bianco sporco. Pensai che sarebbe bello imparare il francese e trovare posto come commesso in quella libreria, Mona Lisait. E diventare amico di questo italiano e chiedergli continuamente sigarette. E dopo il lavoro scoprire Parigi inseguendo sconosciute da Saint-Germain fino a Clichy. Si alzò il vento, e mi diede fastidio. Faceva il cretino con i rami degli alberi, un bel rumore, ma era freddo, e il sole appena uscito se ne tornò dietro alle nuvole. Guardai ancora l’uomo sulla riva del fiume, quello con il maglione colorato. Non aveva canne da pesca e stava immobile a guardare l’acqua. C’era un vecchio pescatore raggomitolato alla sua sinistra, il vento gli portò via il cappello dal naso, ma non si svegliò. Il tizio invece rimaneva in piedi, guardava l’acqua che scorreva e lo ignorava. Quando tirai la sigaretta giù dal ponte, si lanciò in acqua. Si buttò, si lanciò, si fece cadere, si immolò. Ma non si tuffò.

Nessuno urlò, nemmeno io. Una donna indicò le piccole onde formatesi nel fiume all’amica, ridendo.
Poi vi passò sopra la mia sigaretta, ma il tizio non uscì. Non avevo ancora preso il gelato.

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