Ad una rappresentazione

Posted on dicembre 29, 2010

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Quando la folla chiassosa ti accoglie e spintona mentre cerchi faticosamente di farti largo per raggiungere i posti che sono inevitabilmente quelli centrali della fila più bastarda da raggiungere, e una persona che vagamente conosci ti trattiene per salutarti quel tanto che basta per suggerire alla sala il momento migliore per spegnersi, costringendoti a insulti ed inciampi, beh, forse ti potrebbe venir da pensare che qualche stupida idea potresti anche lasciarla agonizzare in gola. Raggiunta la sedia, incespicando tra i tuoi imbarazzi ed i cordiali inviti a fotterti, è il momento di concentrarsi, dedicarsi alla scena; mentre Erri sale sul palco ti arrotoli con cautela le maniche della camicia, in modo da ottenere dei risvolti talmente impeccabili che la situazione renda merito all’eleganza del caso anche al buio.

Erri comincia a parlare in robusto tono campano, delicato ma pieno di trascorsi, di vita; il suo incedere è deciso, porta con sé anni di lotta e impegno; la chitarra gorgoglia un paio d’accordi semplici ma efficaci, e accompagna quei primi versi dal sapore popolare, antico, lontano. Anche il suo volto è piuttosto lontano, ma sicuramente spesso e rugoso; lo sguardo deve essere profondo, sincero, limpido; ti suggeriscono abbia anche un baffo niente male, ti sorprendi a pensare che lo stavi immaginando proprio in quel modo, magari con una fronte ampia, ed i capelli che arretrano senza ritegno.

Al suo fianco siede una ragazza, bionda, giovane; accompagna lo zio nel canto, e lo fa con voce più delicata, più soffice. Il suo trasporto è sincero, ma meno energico; tra le sue parole la trovi bella, deliziosa al limite del dolciastro, e ti potresti perfino innamorare di lei, se non fosse che quel coglione seduto dietro ti pianta un ginocchio nella schiena, sparando un paio di freddure circa l’illibatezza del suo sfintere anale. Nel frattempo Erri ha intonato una canzonetta che parrebbe abbastanza nota presso la fila che ti precede, da cui si alza un coretto sguaiato e del tutto fuori tempo. La tua mano destra si porta inesorabilmente al volto, e inizia a massaggiare la barba, sfatta al punto giusto, che prude quasi quanto l’arto che lentamente la sta stuzzicando. Erri legge un brano tratto da chissà quale romanzo, parla di arance; la mano sale fino alle tempie, le scava, e poi ancora più su, la fronte, i capelli, e pare una posa riflessiva, attenta, degna del momento.

Quello davanti non sta fermo un istante, ha una tosse fastidiosa e parlotta continuamente con tutti quelli che gli capitano a tiro; potresti picchiettargli sulla spalla, ma provi un immotivato ribrezzo per i tuoi polpastrelli. Preferiresti respirare forte e dargli un colpo furioso al centro della testa, aprendogli il cranio come fosse un cocomero maturo; le luci si accenderebbero all’ improvviso, si vedrebbe schizzare il suo cervello sui visi, sulle mani, sulle giacche appoggiate agli schienali, e macchiare il tutto indistintamente  forse d’ un tenue color d’anguria, forse marmellata di castagne. Qualcuno applaudirebbe, forse assaggerebbe.

Sul palco invece è salito un nuovo attore: ha una pronuncia straniera ben poco identificabile, e una voce cupa come il tuono rotolante, tradisce un volto sofferente; si alternano lui, lo scrittore, la bella nipote, la chitarra. Un ragazzo riccioluto si desta alla tua sinistra, e sprezzante si lamenta di quegli stupidi sandali che lo hanno svegliato, che lui quella cazzo di chitarra la sa suonare cento volte meglio e che sto stronzo gli ha spillato fin troppo tempo, e soldi. Lo guardi con disappunto, ma in fondo pensi che non abbia poi così poche ragioni; lo vedo tra le tue rughe. Gli inchini dal palco, il fragore e le luci ti risvegliano, ti accodi agli applausi ed inizi a cercare un varco verso l’uscita. Fuori i discorsi si mescolano, c’è un attaccamento morboso e ilare per alcuni passaggi. Tu non sei per nulla divertito. Potresti voler progettare platee più ristrette, ma in fondo non varrebbero più di un paio d’ore di ripetizioni.

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Posted in: racconti