René

Posted on gennaio 19, 2011

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Il bus navetta che collega l’aeroporto Charles de Gaulle al centro è scomodo e rumorosamente buio. Emme vorrebbe distendere le gambe per sgranchire i muscoli anchilosati e togliersi le scarpe, sente i piedi gonfi e stretti dentro il cuoio nero griffato, ma non riesce neppure ad appoggiare le ginocchia allo schienale del sedile di fronte, tanto il loculo a lui destinato è stretto e inospitale, quindi cerca di non pensare e guarda fuori dal finestrino. Vede bianchi palazzi di periferia immersi nella notte e pensa che questa non è Parigi, ma Milano, Londra o New York, ché appena fuori dal centro tutte le città sono uguali e riesci a vedere soltanto palazzoni alti e stinti, macchine e cassonetti e sporcizia. Vede scorrere al di là del vetro le luci giallastre dei lampioni e le vede rincorrersi, illuminando a sprazzi le strade a tripla corsia, e si sorprende a ringraziare la straziante monotonia dei sobborghi dove nessuno è di casa e quindi è casa per tutti.

Il volo è atterrato in ritardo e Emme è stato costretto a prendere l’autobus perché i guardiani hanno chiuso le banchine del metrò e lui i taxi li odia, detesta lo sguardo indagatore degli autisti, i loro occhi vigili che fissano lo specchietto retrovisore per scorgere qualcosa sul volto dello sventurato passeggero, e odia ancora di più quelle domande di routine, per rompere il ghiaccio; È la prima volta che viene in città, è in vacanza o è qui per lavoro, signore, e ancora, lei è straniero, da dove viene, dove va, che cosa fa. Meglio l’autobus; lento, scomodo e puzzolente, stipato di ragazzi ammassati che fanno bella mostra del loro zaino da esploratore, giovani pronti a far finta di voler esplorare il mondo.

Emme estrae un piccolo libro ingiallito dalla tasca della giacca, ne sfoglia le pagine senza interessarsi a quello che le parole vogliono indicare e, lentamente, giunge all’inizio del sesto capitolo; è là che una busta biancastra tiene il segno della lettura. Emme non la vuole leggere, si accontenta di tastare con entrambe le mani quell’involucro consumato, lo accarezza con i polpastrelli e solo dopo qualche secondo, si decide ad aprirlo. Ne estrae un foglietto con soltanto una riga d’inchiostro. Dice: René è morto. Emme socchiude gli occhi e tasta nuovamente la busta ché quell’avviso non è l’unica cosa a essere infilata là dentro, c’è pure una chiave, e sulla chiave c’è inciso 9, Rue des solitaires, e sul portachiavi c’è scritto piano quarto.

È là che Emme sta andando, e ancora non riesce a chiarirsi il perché, e se lo domanda mentre l’autobus attraversa la notte e le poche persone ai lati della strada sono tossici e cani e barboni. Emme non sa chi gli ha inviato la lettera, sa soltanto che pochi giorni prima l’ha trovata nella cassetta postale, chissà da quanto là dentro, lui non la controlla mai la posta, tanto nessuno gli scrive e le bollette le scalano direttamente dalla carta di credito perennemente sotto il livello di guardia. Il francobollo era francese e la data del timbro del mese prima, c’era scritto 29/8/10 e quel dieci gli dava fastidio. Orrore, quasi viscerale. Emme ancora non si è abituato del tutto a pensare che già un decennio degli anni duemila è trascorso, è scivolato. Il nuovo millennio avanza, sommerge il ventesimo secolo e fa invecchiare chi c’è e c’è stato, e René ora è solo al passato.

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Posted in: racconti