Castelli

Posted on febbraio 17, 2011

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Margherita mi osservava in silenzio. Mai, in tutti i mesi che avevamo passato nella stessa casa, le avevo estorto una sola opinione su Zeno. Parlava di qualsiasi altra cosa e sembrava che per lei non fosse mai entrato nella mia vita. Io sapevo che non era così, avvertivo la disapprovazione di Margherita su ogni centimetro del mio corpo. La avvertivo ogni volta che mi chiudevo la porta alle spalle la mattina dopo aver dormito insieme, con le occhiaie e il trucco colato che non mi era neanche venuto in mente di lavare via. La avvertivo quando passavo in corridoio, e mentre cenavamo nella cucina di fortuna allestita tra le due camere. Una vecchia cucina presa dalla casa di mio nonno, che infrangeva con la sua sola ingombrante presenza metallica qualsiasi norma di sicurezza. Sotto la pressione di quegli sguardi avevo cominciato a mentire, nutrivo una morbosa necessità di tenere Zeno nascosto, come se la sua intera esistenza rischiasse di consumarsi. Ci vedevamo sempre fuori, oppure da lui, nascondevo i regali che mi faceva anche se Margherita non entrava mai nella mia stanza.

Un giorno Zeno mi aveva regalato una raccolta di poesie di Boris Vian. Un elenco lungo un centinaio di pagine di ogni morte possibile, di tutte le brutture da cui un corpo può essere corrotto, di tutti i vizi che lui, Boris, non aveva nessunissima intenzione di interrompere. Leggilo la mattina prima di andare al lavoro, mi aveva detto Zeno baciandomi sull’esatto confine tra la fronte e la tempia. Leggevo il libro quando Margherita era fuori casa, nascondendolo per il resto del tempo sotto le coperte, con il titolo rivolto verso il basso, per precauzione. Un giorno in cui Margherita era tornata prima del previsto, per mettere in salvo Vian ero scivolata dal letto e avevo battuto la faccia contro il pavimento. Avevo perso un incisivo e il bordo inferiore del libro si era macchiato di sangue. In ogni caso Margherita non l’aveva visto, aveva riso per il mio dente spezzato mentre cercavamo un dentista sull’elenco telefonico. Era successo circa un mese dopo, quando invece delle poesie di Boris Vian, che ormai nascondevo con lo stesso automatismo con cui si chiude la portiera della macchina, Margherita aveva scoperto un paio di scarpe nuove. Erano poggiate sul fianco, accanto all’armadio, verdi e lucide, con un po’ di tacco e il cinturino che si chiudeva intorno alla caviglia. Smeraldine e sfacciate. Tu odi comprare le scarpe, aveva considerato guardando fisso verso il pavimento. Davvero? Zeno? Davvero? Aveva ripetuto. Poi era uscita in corridoio scuotendo la testa.

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Posted in: racconti