C.D.L.

Posted on marzo 1, 2011

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Me ne sto a leggere gli Urania con la tapparella abbassata, il ventilatore che ronza e un piede che ciondola su decine di Ratman, sparsi sul pavimento a mo’ di scendiletto. Con la bic nel taschino e la brocca di thé alla pesca, in uno di quei pomeriggi afosissimi che sudi solo ad aprire l’anta del frigorifero. Accaldata e indolente, fingo indifferenza ma in realtà ho le orecchie tese come quelle di un gatto: aspetto che il cheeseburger a forma di telefono mi dia un segno. Aspetto di avere la cornetta appiccicata all’orecchio mentre tu mi domandi che fine ha fatto il bambino triste della Kinder. Aspetto di poterti rispondere che sì, il mio film preferito è proprio ET. Poi il telefono suona davvero e dopo un paio di squilli rispondo e ci mettiamo d’accordo che fare i giovani è la soluzione più semplice: aperitivo sia.

Siamo a Milano, è vero ma ormai è quasi metà luglio e il 14 sarà l’anniversario della presa della Bastiglia e mi metto a pensare che potresti farti crescere le basette e indossare una camicia con le rouches per l’occasione e poi potremmo alzare barricate sui navigli e far sì che scorra il sangue dei monarchici oppressori. Perché il naviglio è un po’ la Senna e le zanzare di luglio sono guardie del Re da combattere e annientare. Immagino l’eroismo della nostra battaglia, l’eleganza delle nostre divise mentre camminiamo alteri con le baionette sguainate, pronti a sacrificare la vita e la nostra giovinezza per la causa. E ringrazio quindi gli interminabili pomeriggi trascorsi a guardare Lady Oscar ma poi ci penso bene e la ringrazio un po’ di meno, ché neanche dieci anni di analisi potranno mai dissipare i dubbi in merito alla sua sessualità. Ma ciò che importa è combattere con destrezza e non arrendersi mai e il popolo ha fame e noi abbiamo fame, ergo: tutto questo spargimento di sangue si traduce poi nel rosso del Campari che scorre a fiumi e al fatto che quando sono ubriaca posso parlare qualsiasi lingua, anche il francese. Con o senza basette, con o senza libertà, uguaglianza e fratellanza, sono sinceramente contenta di vederti questa sera, tanto che non mi pesa neanche la luce al neon delle Mie Prigioni, il buio scantinato dove sto preparando l’ultima sessione d’esame. E mentre consumo evidenziatori, fingo interesse anche per le Relazioni Pericolose che si instaurano fra agenti esogeni e patologie infettive e mi sorprendo quasi commossa davanti ai Turbamenti del Giovane uomo di Neanderthal. E passano le ore e non memorizzo nulla ma sono talmente contenta di vederti questa sera che sarà una Commedia Divina essere bocciata a questo esame.

Quindi non mangio niente se non del melone e mi preparo psicologicamente all’incontro, guardando i documentari su quel tipo che a furia di stuzzicare le bestie feroci nel mondo, è morto sbranato da una tigre. E penso che se  provi a fregare una tigre lanciandole un gomitolo, alla fine, sono anche un po’ cazzi tuoi. Poi esco e la rivoluzione c’è davvero: sciopero dei mezzi, metropolitane barricate, traffico congestionato e clacson impazziti. Ed è in questi momenti che ti accorgi di quanto l’eredità sessantottina dei tuoi genitori ti lasci indifferente e di quanto vorresti invece che il mondo fosse popolato da crumiri e schiavi del padrone e che la lotta di classe significasse solo autogestione. L’autogestione che non ho mai fatto in vita mia, generazione fine anni ’80 dove i compagni di classe urlano all’occupazione perché la crema nelle brioches delle macchinette automatiche è fredda.

– Vedi cosa succede a dare al popolo le brioches? –           

Ma sono talmente contenta di vederti che vado a piedi perché sono giovane, perché sono atletica, ma soprattutto perché sono ansiogena e fottutamente in anticipo e, a quest’ora, la distanza città studi-navigli me la potrei fare quattro volte andata e ritorno. Cammino ed è metà luglio e lo sciopero mi fa pensare alla rivoluzione francese e, siccome fa decisamente troppo caldo per mettersi un basco alla parigina, compro una baguette alla boulangerie. Qui di pane ce n’è talmente tanto che il popolo potrebbe sfamarsi per i prossimi trent’anni e se non bastassero gli sfilatini alle olive, ci sono le focacce ripiene e i panzerotti e i panini dolci. Io odio i panini dolci. E c’erano a tutte le cazzo di feste delle scuole elementari e medie inferiori: i panini dolci con il salame e il prosciutto cotto, un classico. E quella mollica stopposa ti si attaccava al palato in stile ostia e tu eri costretto a staccartela col dito e magari prendevi dentro le scaglie del palato con l’unghia, una cosa che fa un male inimmaginabile. E magari ti cuccavi anche il cazziatone dei parenti addetti al controllo di giovani marmotte in eccesso di zuccheri “ché non si mettono mica le mani sporche in bocca”. Una volta la mamma di una bambina bionda con le trecce mi ha corretto un congiuntivo: avrò avuto 5 anni e mi ha corretto un congiuntivo. Ma il mio spirito è talmente frizzante che dei panini dolci me ne frego ed esco saltellante con la mia baguette, sollevando nuvole di briciole e farina.

Supero il Planetario e ho la mia baguette sotto il braccio e fischietto la Marsigliese e tutti penseranno che sono completamente pazza ma non importa perché sono sinceramente contenta di vederti, anche se in centosessanta caratteri mi dici che sei in ritardo, bloccato nel traffico della circonvallazione e imprechi contro lo sciopero. E a conti fatti, fra il tuo ritardo e il mio anticipo, aspetterò un sacco ma adoro aspettare e intanto cammino mollemente sull’asfalto di metà luglio, sciogliendomi all’ombra dei cornicioni e respirando catrame.

Il cellulare intanto mi urla le tue maledizioni verso i trasporti pubblici, i vecchi col cappello che guidano davanti a te, la cappa di Milano, la tua schiena sudata e i minuti di ritardo che si moltiplicano ogni secondo che passa. Comincio ad aver bisogno di zuccheri perché sono ansiogena, ho la gola secca, l’arsura di luglio ha evaporato il melone nel mio stomaco e la baguette è più per far scena che altro: datemi una coca, ho bisogno di una coca! e vorrei urlarlo mentre entro in un bar, per creare un po’ di scompiglio nella clientela, possa quasi quanto i salatini sul bancone. E sono lì al bancone con quella sete che solo metà luglio e una camminata di un’ora ti sanno dare e seguo attentissima ogni singola mossa del barista che intanto sciacqua il bicchiere, mette i cubetti di ghiaccio e taglia la fetta di limone ed io mi sento un po’ come alla vigilia di Natale, quando lo vedi il pacco-regalo sotto l’albero e sei certa che dentro ci sia Hollywood Barbie ma non puoi ancora scartarlo però sei felice lo stesso perché in fondo sai già che tu, Hollywood Barbie e i suoi lunghissimi capelli biondi siete ormai una cosa sola e niente al mondo potrà più separarvi. E io già me la sento la coca sulla lingua con tutte quelle, tutte quelle bollicine e ho la certezza che se Vasco si fosse ritirato trent’anni fa forse oggi sarebbe uno dei miei cantanti preferiti. Ma mentre penso alle degenerazioni della musica italiana mi distraggo e quando il barista mi porge il bicchiere dicendomi che la coca è finita e quindi ha pensato di darmi un chinotto perché “tanto’è istess” è ormai troppo tardi. Non è vero che sono la stessa cosa, idiota. E io volevo una coca, non un chinotto. Il chinotto mi fa schifo: il chinotto ha il colore della coca ma sa di aranciata amara andata a male, è un inganno formato bibita. Mi fa così schifo che alle elementari, durante i compleanni in giardino, avevo ideato uno stratagemma per liberarmene: con il bicchiere straripante di chinotto, mi allontanavo dallo sguardo attento della mamma del festeggiato, fingevo di inciampare in una radice e mi liberavo dell’immonda bevanda, versandola sul prato. Uno stratagemma del cazzo dato che in tempo zero il bicchiere di plastica ritornava colmo fino all’orlo. Colpa delle madri zelanti e delle scorte da reggimento di bevande analcoliche: superata la soglia dei 15 anni difficilmente qualcuno si preoccuperà che il tuo bicchiere sia sempre pieno e se lo farà sarà solo perché punta a qualcosa di ben più allettante delle figurine di “Esplorando il corpo umano”.

Mentre bevo disgustata, i tuoi centosessanta caratteri diventano trecentoventi e poi quattrocentottanta e comincio a chiedermi se la circonvallazione non si stia per caso trasformando nella Salerno-Reggio Calabria, ché ormai è più di un’ora e mezza che io sono puntuale e tu in ritardo e se continua così all’aperitivo non sarà rimasta neanche una pizzetta. Poi il chinotto finisce e con le dita unte di arachidi mi sfrego gli occhi e comincio a lacrimare. Ma è solo il sale delle noccioline, lo giuro. E se continuo a piangere anche all’altezza del kebabbaro di Porta Ticinese è solo perché qualche stomaco di ferro ha ordinato un Doner completo con tanto di cipolla. Il cellulare l’ho spento e poi non hanno mica inviato un sms alle truppe prima di attaccare la Bastiglia e ormai è talmente tardi che anche le zanzare più combattive avranno alzato bandiera bianca. Sono ore che cammino e la tua camicia avrà anche fatto in tempo ad asciugarsi dal sudore, sempre che tu stia indossando una camicia. Il barista a cui imploro un cocktail la indossa ed è per questo forse che non lo guardo in faccia, ma ordino un negroni dopo l’altro, Campari rosso come rivoluzione e, barcollando, guido il mio popolo immaginario di vuoti a rendere, il mio esercito di combattenti che ad ogni bar recluta un nuovo bicchiere soldato. Siamo noi la valorosa armata, gli irriducibili vuoti che più che a rendere dovrebbero imparare ad arrendersi. Arrendersi all’evidenza e capire che il Naviglio non è la Senna, che la Libertà non può certo presentarsi sbronza alla guida del popolo e che aspettarsi offensive strategiche da parte di una pila di bicchieri in plastica è eccessivo. Non sono la Libertà e non sono nemmeno Lady Oscar: se sputo rosso su un fazzoletto non si tratta di tubercolosi, è solo Campari.

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