Fuorigioco

Posted on giugno 7, 2011

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Il libero era il ruolo cardine, spesso la figura chiave su cui si fondava la solidità di ogni squadra. E la mia non faceva eccezione. Il nostro libero era Pierino: baricentro basso, velocità di gambe e tempi di reazioni fulminei. Del senso della posizione poi non ne parliamo. Pierino era nato libero, era come un’etichetta marcata a fuoco sulla sua pelle. Cioè, per dire, a me l’allenatore mi diceva oggi giochi a destra, stai alto e tieni su la squadra, oggi stai al centro, davanti alla difesa, oppure dietro le punte se Maghetto aveva fatto le ore piccole la sera prima della partita. Tanto ovunque giocassi facevo il mio dovere, niente di più. Ma Pierino. Pierino era il libero e se lo mettevi a fare qualcos’altro sarebbe andato in crisi mistica. E quando lo vedevi gestire la difesa con quel suo piglio discreto era pura poesia calcistica. Saliiiiiii! gridava pacato con la voce impastata di sigarette gitane, e noi salivamo come scolaretti impazziti.

Il libero, pensavo a quei tempi, che maledetta solitudine si porta dentro. C’è chi dice che la solitudine è tipica del portiere, ma non è vero, sono tutte idiozie: il portiere c’ha la sua porta, il suo fortino da difendere a spada tratta, e poi c’ha le ragazzine che lo stuzzicano da dietro le reti di recinzione. Il portiere è un galletto istrionico, un saltimbanco da sterrato. Invece il libero. Il libero è solo, tra l’anfitrione e il resto del gruppo, collante abbandonato che vaga circospetto nel suo ordinario lembo di terra. Non superare mai il centrocampo e appena vedi il pallone dalle tue parti spazza, diceva l’allenatore a Pierino prima di ogni partita. Pierino non rispondeva, tanto lo sapeva meglio di lui quello che doveva fare. E si preparava in religioso e maniacale silenzio, che la solitudine del libero se la portava appresso anche negli spogliatoi e poi nella vita reale, quella fuori dai campi polverosi di periferia.

Noi non lo invidiavamo e il pubblico lo guardava con compassione: poverino, gli tocca fare il libero, sobillavano dagli spalti deserti. Ma a lui non importava: per Pierino il libero era una missione, uno status. Gestiva la difesa, chiudeva le falle di quei centurioni dei terzini, consigliava il legnoso stopper, liberava e rilanciava. In pratica ci salvava spesso il culo. Ma con qualità. Che non è mica da tutti fare il libero. Guardate il buon vecchio Franz, o il malinconico Baresi. E poi quegli anziani registi teutonici tradotti in liberi per vocazione divina: penso a Matthaus, a Olaf Thon o a Matthias Sammer. Tutta gente dai piedi buoni, dall’innata visione di gioco, tutti leader silenziosi. Solitari.

Comunque io quando pensavo al libero pensavo a Pierino, mica a Baresi o a Beckenbauer. Gli facevano un baffo Baresi e Beckenbauer al buon Pierino. Poi un giorno il nostro anziano allenatore tira calcisticamente le cuoia e ci ritroviamo a fare i conti con uno sbirro esaltato fissato con Sacchi, il calcio totale e le diagonali difensive. Un’eresia per il povero Pierino. Se ne andò in silenzio, perché in quel calcio collettivo e maniacale non c’era più posto per uomini soli.

Pierino oggi ha aperto un bar. Da dietro il banco gestisce con il piglio del leader mansueto frotte di clienti scalmanati. Non fa più salire la squadra, ma all’ora della chiusura fa “salire” i clienti meglio di chiunque altro, e il senso della posizione non l’ha perso mai, ché è sempre pronto dietro l’enorme impianto spina con i bicchieri già inumiditi per evitare la troppa schiuma. Dietro di lui non ci sono più istrionici casanova ma solo un lungo stuolo di bottiglie colorate. La foto di Scirea con tanto di autografo è in bella vista, vicino alla cassa. In bagno invece, sopra il cesso, una foto di Sacchi al contrario, immagine sacrilega per eccellenza, certificato di avvenuto decesso dell’introverso romanticismo calcistico.

Ah, dimenticavo: il bar si chiama Fuorigioco. In tutti i sensi.

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