Riflessi

Posted on luglio 8, 2011

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Il due gennaio, mattina, esco a buttar via la spazzatura. È una bella giornata di sole, calda – se non si sta all’ombra. Lei dice addirittura che sembra una giornata di primavera. Esco di casa presto, sulle dieci. Non è presto in senso assoluto, ma per chi come me deve rimettersi dall’insonnia forzata del cenone d’ubriacatura con gli amici svegliarsi alle nove è drammatico.
Getto il sacchetto pieno e vedo qualcosa luccicare sotto l’altalena del giardinetto, lì vicino ai cassonetti. Mi avvicino e vedo che è una pozzanghera, esattamente sotto uno dei sedili dell’altalena: una pozzanghera ghiacciata.

Corro a casa senza riflettere. Entro dentro come un pazzo: la tiro per il braccio, le faccio mettere a forza la giacca. «Ma che c’hai, che succede? Che cazzo c’è?» dice.
Non le dico nulla.
La porto giù quasi di corsa, lei ride e non capisce. Ci fermiamo davanti al giardinetto e mi avvicino all’altalena. «Perché t’impantani?» dice. «Vieni qui,» le dico. «Vieni qui.» Mi fermo davanti alla lastra di ghiaccio.
«Ma che vuoi, è una pozzanghera!» dice. «Mi hai fatto uscire per questo?» Intanto ha già messo un piede nell’erba, mi segue e si ferma dietro di me. Allora la vede: sottile, e piccola, una pozzanghera lasciata dalla pioggia di quattro o cinque giorni fa, che il freddo di queste notti ha ghiacciato, e intorno è erba, coperta di brina. Mi affaccio sulla lastra e mi ci specchio, male, ma si vede di sfuggita anche lei. Io devo senza dubbio farmi una doccia; lei è bella, anche di sfuggita.
Le tendo la mano, me la prende e sorride. Lo vedo nell’immagine sua che rimane in questa pozza gelata. La lastra è talmente sottile che si potrebbe rompere senza quasi appoggiarci la scarpa.
Ci guardiamo. Il fatto che la casa debba essere ripulita nel giro di mezz’ora ci sembra una futilità, una cosa che non ci appartiene. Rimaniamo là a guardare la pozzanghera, per un po’.
Abbiamo vent’anni, e il mondo pronto davanti a noi.

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