H2O

Posted on novembre 25, 2011

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Magnetico. È magnetico, penso guardando in basso verso la chiusa. Con un naviglio stracolmo che ruggisce lì sotto e un’ora talmente tarda che acqua o asfalto fa lo stesso. Le chiuse e l’acqua che scroscia, roboante. Con quegli schizzi talmente alti che ti arrivano negli occhi. Seduta sul muretto, con i pantaloni risvoltati sotto al ginocchio e le gambe sulla pietra. Senza un brivido, senza sentire il freddo del granito, la pietra calda per tutto il sole del giorno. Queste cose solide che se stanno al sole assorbono calore e poi lo rilasciano lentamente. Anche l’acqua certo, ma solo se stagnante.
“Cosa saranno poi 6 metri di salto”

Se è un’acqua così, un’acqua che scorre, che ti riempie la bocca, allora quella non stagna mai.

La vedo sotto i miei piedi, i miei piedi nelle scarpe di tela e le gocce che spruzzano verso il cielo, fino alla mia caviglia.

Dondolo le gambe sospese e piego la testa. Abbasso lo sguardo verso i mulinelli e avanzo di qualche millimetro, seduta sul muretto di granito. Punto le mani sulla pietra e mi tiro su con la sola forza delle braccia. Lo avevo visto fare a qualcuno in tv, forse una giapponese coi piattini e la tutina in lattice. Mi tiro su e cerco di incrociare le gambe, così, sospesa. Sospesa sull’acqua, con la mia canotta a righe e le scarpe di tela basse, bianche.

“Sembri un marinaio”. Mi avevi detto così mentre ti correvo incontro, buttandoti le braccia al collo, io che abbraccio così raramente. Io che così raramente faccio promesse senza poi mantenerle.

“Sembri un marinaio”

“Un mozzo o un capitano?” avevo allora domandato.

“Un marinaio. Semplice. Un capitano no. Il capitano è quello dei bastoncini di merluzzo, quello con la barba che insegna a fare i nodi a un equipaggio di novenni. E poi i capitani hanno il berretto”. Eri stato zitto per una manciata di secondi e poi: “però i mozzi indossano le magliette a righe”. Avevi sorriso, passandomi un dito sulle labbra.

E mi piace pensarmi come un marinaio, con la mia canotta a righe e i pantaloni risvoltati mentre guardo l’acqua turbinare, come fosse mare in tempesta. Abbasso la testa e mi arrivano gli schizzi sul naso, negli occhi. Tiro su le ginocchia, le porto al petto e le abbraccio. Io, che abbraccio così raramente, me ne sto raccolta su me stessa come se da un momento all’altro dovessi tuffarmi a bomba nel naviglio.

Un tuffo di sei metri. Si sa poi che se un tuffatore è bravo gli schizzi sono ridotti al minimo.

“Non regge comunque: i marinai hanno una donna in ogni porto, io invece ho solo te. E viceversa”. E ti avevo guardato negli occhi e tu, con la testa bassa, avevi tirato fuori una sigaretta stropicciata dalla tasca per poi cercare di accenderla quattro volte con quattro fiammiferi diversi.

“Non importa” avevo detto, “non mi aspettavo una risposta”. O forse sì. “Di cosa volevi parlarmi, allora?”

Perché volevi parlarmi. Me lo avevi detto tu. E sarà anche un retaggio cinematografico e dovrei smetterla di fare la nostalgica ma le parole sono importanti.

“Di che cosa volevi parlarmi, allora?” ti avevo domandato, quasi in un soffio.

Eri stato zitto, ti eri passato una mano fra i capelli e poi, rivolto al tombino: “Delle donne in ogni porto. E del fatto che di porto sicuro ce n’è solo uno, però”.

In quel momento era passato accanto un uomo alto, con un bassotto al guinzaglio e il bassotto aveva ringhiato ai tuoi pantaloni, impuntandosi sul cemento a lato della scarpa. E più l’uomo tirava il guinzaglio, più il bassotto ti ringhiava contro, guaendo di tanto in tanto. Era stato strano e mi era venuta in mente mia nonna quando raccontava del suo bassotto e del fatto che quando sta per arrivare un terremoto o una qualsiasi catastrofe, i cani lo avvertono con ore di anticipo. E il bassotto di mia nonna aveva ringhiato tutto il pomeriggio prima del terremoto del ’76, mordendole anche una mano.

Il cane continuava a ringhiare, afferrando coi denti la tua stringa e l’orlo dei pantaloni, scuotendo la testa da sinistra a destra in una lotta feroce e ostinata.

“Così non ce la faccio” mi avevi tirata per un braccio, lontani dal tizio alto e dal bassotto.

“Dicevo che di porto sicuro ce n’è sempre e solo uno. E tu sei il mio da tempo, forse troppo”.

Ora ero io quella che abbassava lo sguardo, preparandosi a percorrere la passerella prima di finire in pasto agli squali. Silenzio.

“Capisci quello che voglio dire? E’ troppo tempo. E questa cosa comincia a starmi stretta… Sento il bisogno di esplorare, di andare in mare aperto”. Mi avevi sollevato il mento con le dita per guardarmi dritto negli occhi e io, chissà perché, li avevo contati i secondi di quello sguardo: quattro. Poi avevi tirato fuori il pacchetto morbido di sigarette, tormentandolo con le dita.

“Ho mollato gli ormeggi” avevi aggiunto.

Non avevamo più detto niente forse per un quarto d’ora. Eravamo rimasti lì, immobili come quell’afa plumbea e quell’umidità che ti schiaccia contro l’asfalto. Io con la testa bassa e tu a tormentare l’etichetta del monopolio di stato. Erano passate due macchine e una vespa.

Poi mi ero accucciata, accendendomi una sigaretta e avevo sussurrato: “Magellano”.

“Cosa?” Mi avevi guardato, infilando velocemente il pacchetto in tasca.

“Magellano”.

La sola cosa che ero riuscita a dire: Magellano. Un’illuminazione da sussidiario delle elementari, la fotografia di una vecchia carta nautica in basso a sinistra con tanto di didascalia. Avevo intuito che non stavi mollando soltanto gli ormeggi. Eppure mi era venuto in mente solo quel nome: l’esploratore per eccellenza, il cavaliere dell’ordine di cristo.

Stringo le ginocchia così tanto che le unghie lasciano segni sui polpacci. L’acqua di sotto scroscia troppo forte, è troppo tardi, è da troppo che sto seduta qui. Forse fa male o sono emotiva, talmente emotiva che non piango neanche. Tanto ci sono già gli schizzi del naviglio a camminarmi sulla faccia.

“Sono stanca”. Seduti di fronte a un controviale, su una panchina appiccicosa di fiori di tiglio e l’odore dell’asfalto bagnato. Aveva cominciato a piovere, i capelli incollati sulle guance e le scarpe di tela nelle pozzanghere. Avevamo corso forse per un chilometro e poi ci eravamo seduti lì, bagnati, sotto un lampione.

“Sono stanca. E tu hai la rugiada sulle ciglia”.

“Non sei stanca, sei sbronza” e avevi incrociato le braccia dietro la testa, appoggiandoti allo schienale scrostato, gli occhi chiusi. E la goccia di rugiada era caduta giù, come la lacrima di Pierrot. E forse ero ubriaca sul serio perché sentivo una tristezza insolita nel pensarti così, come Pierrot: perché a me quelle maschere hanno sempre inquietato.

E mi erano tornate in mente quei due quadri dove Picasso ritrae i suoi figli vestiti come Arlecchino e Colombina: due quadri malinconici e due bimbi blu. Due bambini blu con la testa reclinata appesi al muro della mia stanza. Un carnevale mia madre mi aveva cucito un costume da Arlecchino ma, al momento di indossarlo, avevo pianto talmente tanto – abbracciata alle sue ginocchia, il viso sprofondato nei collant – che era stata costretta a confezionarmene un altro, da orsetto. Ma quando ero piccola e triste potevo piangere a dirotto aggrappata alle ginocchia di mia madre: nel controviale, invece, c’erano solo le mie di ginocchia. E poi c’eri tu, con gli occhi chiusi sotto un lampione.

Eri rimasto immobile venti minuti, abbandonato sulla panchina con la maglietta appiccicata al petto bagnato, il cotone fradicio che andava su e giù al ritmo del tuo respiro. Per un quarto d’ora avevo guardato i tuoi capelli gocciolarti sul naso, rannicchiata in un angolo scrostato della panchina. E guardavo le tue ciglia mentre la pioggia continuava a scendere e più sentivo freddo, più stringevo a me le ginocchia.

“Se sono ubriaca è solo per tenere fede al mio ruolo di mozzo. Si sa che un mozzo deve bere come una spugna.”

Avevi sorriso, tenendo gli occhi chiusi.

Non ti eri neanche accorto che me n’ero andata. Mi ero alzata piano, con i piedi freddi e umidi stretti nelle mie scarpe di tela e fango. Avevo camminato con gli occhi semichiusi, trascinandomi nelle pozzanghere e poi mi ero seduta qui, sul muretto. Queste cose solide che se stanno al sole assorbono calore e poi lo rilasciano lentamente.

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