Priorità

Posted on febbraio 22, 2012

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Da una settimana i suoi pavimenti brillavano. In ogni stanza della casa, il pavimento, in una certa ora del giorno, quando un raggio di sole attraversava l’appartamento da parte a parte, emanava un riflesso tenue di luce e legno. Il parquet, di un caldo marrone ambrato, era stato fatto sistemare dal miglior cesellatore di legni. Non aveva intercapedini, non aveva macchie. Era una piana ed enorme distesa di sottili listelli di palissandro del Canada. Fatto arrivare su ordinazione, era stato sistemato con minuziosa precisione. Ogni due giorni veniva aspirato da un macchinario con gommini alla base per non rischiare di graffiarlo, poi veniva bagnato con un nuovissimo prodotto che Lei aveva da poco scoperto. Rendeva il legno ancora più lucente e, allo stesso tempo, disperdeva nell’appartamento un gradevole odore di limone fresco.

Lei era stata intransigente, in casa sua Lui poteva fare quello che voleva, vedere la partita sul divano mangiando e bevendo, poteva buttare i suoi vestiti sporchi sul pavimento senza curarsene, ma non sarebbe mai dovuto entrare in casa con le scarpe ai piedi. Accanto alla porta di ingresso infatti, c’era un angolo con una scarpiera incassata nel muro. Lui doveva entrare, sostare sul tappetino indiano intrecciato, togliersi le scarpe e infilarsi le pattine; poi avrebbe potuto fare quello che voleva. Era un discreto compromesso: Lui eseguiva e Lei glissava su tante cose che non le andavano giù, ma quello doveva essere il matrimonio.

Per non correre il rischio che il parquet si graffiasse, ogni mobile o superficie solida che entrasse in contatto con il pavimento era stata provvista di piccoli dischi di feltro anti-graffio. Per le strutture più grandi della circonferenza di una gamba della sedia, come il divano o la libreria, Lei aveva comprato delle strisce di feltro, le aveva sagomate e tagliate. Aveva impiegato un intero mese per fare tutto ciò, ma alla fine era possibile spostare qualsiasi mobile esercitando una lieve spinta. Tutto scivolava con un minimo attrito tra il feltro ed il legno. Ovviamente per le sedie della cucina aveva una particolare attenzione. Essendo quelle più utilizzate, ogni due settimane Lei provvedeva a cambiare i cerchietti di feltro sotto le loro gambe. Era metodica e precisa. Ogni due venerdì mattina, se qualcuno fosse entrato nella sua casa, avrebbe trovato le quattro sedie ribaltate sul tavolo della cucina e Lei che minuziosamente toglieva i cerchietti vecchi per metterne di nuovi. Anche se non erano consumati, se non accennavano a staccarsi, lei afferrava la tondeggiante gamba della sedia e asportava l’eventualità di una cicatrice sul suo pavimento.

L’aver applicato il feltro a tutte le gambe delle sedie e l’obbligo delle pattine creava uno strano clima di silenzio, dato che, anche la presenza in casa dei due coniugi, a meno che non parlassero, era percepibile solo da un leggerissimo “flush-flush” delle pattine sul legno. A Lei piaceva, identificava quel rumore con il respiro della sua casa, come il suono di un bambino che dorme, “flush-flush”, e null’altro, la soffitta di casa Frank sarebbe parso un bordello in piena attività al confronto.

Quel parquet era il suo orgoglio, era l’argomento di conversazione delle sue amiche quando andavano a trovarla, ovviamente dopo aver calzato le pattine. Lei ne era fiera e nulla avrebbe dovuto alterare quella condizione.

Quella mattina, Lui torna a casa per pranzo. Lei sta apparecchiando e l’unico rumore che si sente è quello dei suoi piedi che strisciano sul parquet. Lui cambia canale al piccolo televisore sul mobiletto porta vivande. Ha sonno e fame. Non parlano molto, ma nessuno dei due si lamenta. Lui si appoggia con i gomiti al tavolo che, inesorabilmente, scivola ad una decina di centimetri di distanza. Per compensare l’allontanamento, Lui punta i piedi per terra e, schiacciando il culo sulla sedia, cerca di spostarla più vicina al tavolo. La presa dei piedi però non ha appigli e quando fa forza sulle punte queste scivolano indietro e Lui rimane fermo. Riprova schiacciando con maggiore forza sulla pianta. I piedi non scivolano. La sedia si muove ma, ad un certo punto, si sente un “crik” provenire dal basso. È un attimo. È quasi impercettibile. Ma quasi. Lui si fa scuro in volto, abbassa lo sguardo, lo rialza e guarda la schiena di Lei che gli dà le spalle mentre condisce l’insalata. Le braccia di Lei non si muovono, è immobile, pietrificata.

L’aria si ferma, sembra che anche la televisione si sia zittita in attesa della tempesta. Lei si gira. Ha gli occhi sgranati in una smorfia di disgusto e rabbia. Lui la guarda come un bambino che sa di aver fatto qualcosa che non doveva fare, ma senza responsabilità. Lei sposta il tavolo facendolo scivolare lontano da Lui. Gli mette una mano sotto l’ascella e lo fa alzare lentamente. Lo allontana dalla sedia e gli dice di andar via. Lui si allontana indietreggiando e rifugiandosi in camera da letto.

Lei solleva la sedia in perfetta verticale. Un’operazione chirurgica. La ribalta poggiando la seduta sul tavolo e rabbrividisce vedendo che manca un talloncino di feltro. Non ha il coraggio di guardare. Ma deve farlo. Deve sapere quanto è grave il danno. Chiude gli occhi e si accovaccia nel luogo dove, fino a pochi istanti prima, c’era la sedia. In posizione da cova li riapre e scopre il delitto. Un perfetto taglio di una decina di  centimetri incide la superficie del parquet. Si sente venir meno. Tira un grosso respiro e si riprende. Si lascia andare sul pavimento appoggiando pesantemente il culo con un “pof” “tum” di chiappe e coccige che sbattono sul legno.

Il dito scorre avanti e indietro sul taglio del legno. Ne saggia la profondità e la lunghezza. Si alza e va ad osservare la gamba della sedia da cui manca il feltro. La analizza con minuziosa cura. Non riesce a capire come sia potuto succedere. Un piccolo residuo di colla è ancora attaccato sotto la gamba. Mentre sta svolgendo la sua indagine, si accorge che la gamba della sedia è leggermente unta alla fine. Una decina di centimetri dalla base. Avvicina il viso e sente un vago odore di lavanda, sembra la sua crema idratante per il corpo. Non riesce proprio a capire come mai sia possibile, ma ciò che è accaduto la distoglie da qualsiasi altra idea. Qualsiasi cosa pensa si trasforma, nella sua mente, in una linea dritta che attraversa l’immagine pensata. Una perpetua ripetizione di tagli, linee, escare. Fontana si è appropriato della sua mente.

Si muove come un automa per la casa. Lui è ancora in camera da letto, guarda la televisione seduto sulla panca ai piedi del letto. Lei entra nel bagno. Si butta dell’acqua fredda sul viso, si vede nello specchio ma non si guarda. Pulisce con un dito una macchia sul vetro. Si guarda attorno, non sa che fare. Trova la cesta del bucato sporco sotto la finestra. Si siede sul bordo della vasca, rovescia la cesta ed il suo contenuto si ammonticchia ai suoi piedi. Comincia a dividere gli indumenti bianchi dai colorati. Mentre solleva un paio di mutande di Lui per metterle tra i bianchi, vede cadere qualcosa da dentro gli slip. Si fa largo tra i vestiti ciancicati sul pavimento. Trova ciò che era caduto dalle mutande. Lo prende tra le dita: è il piccolo talloncino di feltro della sedia, è umidiccio, viscoso e puzza di merda. Lo butta nel cesso e tira lo scarico.

Con calma serafica apre la porta della camera da letto. Guarda suo marito che con le spalle curve cambia canale al piccolo televisore. Lui alza lo sguardo colpevole, non immaginando quanto lo sia in realtà. Lei gli dice che deve andarsene e non tornare mai più. Lui promette che le farà mettere un parquet nuovo. Lei ci pensa su un attimo e poi dice che adesso vuole il pavimento di marmo.

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