Berlino 1852

Posted on marzo 14, 2012

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Caterina è tornata nella mia vita di mercoledì, alle tre del pomeriggio. L’ho incontrata in un bar del centro e ha ordinato un caffè doppio, e chissà quanti ne aveva già presi. Ci siamo guardati a lungo senza dire niente, poi ho allungato la mano e ho preso la sua fermandola sul tavolo. Lei ha aspettato un attimo prima di sottrarsi e mettere insieme le sue cose. Ho temuto di averla persa per sempre, ma poi ha preso l’agenda e sfogliandola ha detto “Ci vediamo la prossima settimana”. Da quel momento ci incontriamo sempre il mercoledì. E come ogni religione, anche la nostra intimità necessita di rituali, ma a inventarseli dal nulla o ritrovarli nella memoria ci vuole tempo. Abbiamo cominciato provando tutti i bar della zona, poi siamo passati alle cene e solo allora ha permesso che pagassi per lei.

Le chiavi di casa mia gliele ho date quasi subito. Le ho dato a intendere che fosse dovuto, che per me era uguale, ché tanto non ho niente da nascondere. Invece qualcosa da nascondere c’è, anche più di un qualcosa, e le ho detto di non sbirciare sperando che lei invece lo facesse comunque: dice che se ne frega, ma io me la ricordo curiosa. Ogni cosa che scopre da sola è una confessione in meno per me.
Dicono che le ragazze della sua età siano fiumi in piena, ma per me è una cosa nuova, e non sempre capisco cosa dice, o cosa intende.
“Com’è stata la tua giornata?” mi chiede, mentre sposta il pedone in E4.
“Berlino 1852?” le domando in risposta, ignorando i convenevoli. “Anderssen contro Dufresne. No?”
Mi tocca sempre quello sfigato di Dufresne.

A Caterina piace così, imitare le partite di scacchi famose. Personalmente trovo il tutto strano e abbastanza noioso, ma poiché mi piace averla intorno mi sono limitato a studiarne a centinaia. Kasparov-Letterman, Napoleone -M.me de Remusat, persino Einstein-Oppenheimer: l’unica costante è che il nero perde sempre. Non sapeva cosa propormi la prima volta, certo non potevamo ricominciare come se niente fosse stato, e così trasformammo la sua mania in un momento di intimità alternativa.
Ora tutti i mercoledì, nel tardo pomeriggio, ci incontriamo qui da me e stiamo insieme fino a sera. Certe volte neanche ceniamo, presi come siamo a giocare. Io parlo poco, ho paura di distrarmi e mandare a monte. E soprattutto di non prestare attenzione a lei, che invece se la merita tutta la mia attenzione.
“Questa sera ho davvero voglia di cinese”.
“Ok”.
“Senti, raccontami di nuovo com’era quella zoccola”.

Il tono di Caterina non cambia mai, per questo è sempre una stilettata quando se ne esce così. Ma è naturale che voglia punirmi, mi sa che me lo merito.
Mi fermo un attimo, mi impappino, tengo in mano il cavallo e non ricordo più da dove lo muovevo. Vorrei chiederle di cosa sta parlando ma rischierei di scatenare un moto d’ira indicibile.
“Bionda. Un classico, no?”
Provo con una battuta, spero che dal tono comprenda il mio senso di colpa. Sposto il mio alfiere davanti al suo. Senza sorprese.

Caterina ha i capelli scuri come me, ma gli occhi di un verde selva che ti cattura. Mi piace quando siamo vicini sul divano e i nostri capelli diventano gli stessi. Mette la testa sulla mia spalla e mangiamo e non parliamo, o parliamo di niente. Certe volte si lascia andare, mi racconta qualcosa di sé, di un malumore. Non le offro consigli, lo so io e lo sa ancora meglio lei che le mie parole non valgono niente. Devo riconquistarla. Quando le ho scritto quella mail (che cretino sono stato a trattarla come una vecchia amica), lei non mi ha risposto. Le dicevo che ero tornato e che questa volta sarei rimasto. Mi ha chiamato qualche giorno dopo al telefono e ha detto soltanto “Sono Caterina. – lunga pausa – Sei sicuro?”. Io le ho risposto di sì, che glielo promettevo. Mi ha dato del marinaio, ma ha deciso comunque di incontrarmi mercoledì. A me andava bene tutto, non avrei obiettato per niente al mondo. Non sono un bastardo, ho solo fatto una cazzata. So pentirmi.
È così che è nato il nostro rito infrasettimanale. Io preferirei il week-end, ma solo perché alla mia età il sabato sera non è niente di che. E poi mi piace come aspetta il mercoledì, mi fa sentire speciale.

“E i figli, li hai conosciuti i figli? Erano biondi anche loro?”
Questa volta la osservo attentamente, non me la sento di tirarmi indietro. Sbircio un attimo la sua pancia magra, magrissima.
Non mi aveva mai fatto domande così esplicite, non le era mai tremata la voce. Sapevo che prima o poi mi avrebbe chiesto qualcosa, ma non tutto insieme. Di solito lancia una domanda alla settimana, distratta, e io raccolgo le briciole. Non posso mentirle, non voglio mentirle mai più. Non è facile dire sempre la verità, ma ascoltarla deve essere ancora peggio. Mi faccio uno scrupolo, ma ho perso da tempo la mia occasione di trattarla come una bambolina.
“Sì. Due maschietti, biondi anche loro. Mi volevano bene”.

Caterina si alza e si versa dell’acqua, poi si accende una sigaretta. Non sapevo che fumasse, la guardo severo con l’arroganza di chi sta per dirti che ti ucciderà. Mi guarda anche lei e si siede a terra a gambe incrociate direttamente sul tappeto. Fa un lungo tiro e mi sembra quasi che i piccoli polmoni che ha in petto stiano per scoppiare, espira piano, poi mi ride a crepapelle in faccia. Mi dice “Non provarci nemmeno, non ci provare proprio”, e mi dice anche “Fumavi pure tu, me lo ricordo bene. Mi ricordo poco, ma me lo ricordo bene. E mi piaceva l’odore di fumo che portavi a casa. E mi piacevi tu. E non mi piaci più ora, invece”.

È la prima volta che mi parla di com’era avermi in casa, e non so se se lo ricorda davvero o se sta inventando, ma io me lo ricordo e il mio piccolo piacere è quello lì. Resto in silenzio e guardo Caterina. Penso a tutte le volte che non le ho baciato la fronte prima di dormire, ai compleanni festeggiati con due domeniche di ritardo, ai regali doppioni sotto l’albero di Natale. Me ne vado in cucina e cerco un posacenere, qualcosa che possa trasformarcisi per una sera, qualcosa che possa somigliare a un posacenere più di quanto io somigli a quei papà bravi che fanno smettere di fumare le figlie. A uno di quei papà di tutti i giorni. Un papà che si meriti i pedoni bianchi.

“Tra una quindicina di mosse il tuo re muore, lo sai?”
“Già… quando eri piccolissima riguardavi cento volte quella maledetta cassetta di Robin Hood. Mi sa che ti è sempre piaciuto sapere in anticipo come va a finire”.
“Oh. Beh… magari mercoledì prossimo ce lo rivediamo”.
“Come?”
“Niente, ti ho mosso la torre”.
Caterina mi sorride e spegne la sigaretta ancora lunga dentro una zuccheriera svuotata. Vista così quella robaccia d’argento sembra proprio un posacenere.

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