Il voto

Posted on marzo 30, 2012

2


“Vede? in cima alla dorsale. Lassù, vede?”
“La vedo. È lì che abita?”
“Lei, col figlio. Tutti e due un po’ tocchi, sa!”
Il ragazzo scese dal carretto ringraziando il vecchio, che già voltava il mulo per tornarsene a valle e si rimetteva a cassetta dandogli la schiena. Gli gridò un saluto e l’anziano rispose senza girarsi, alzando il braccio nudo e tenendo la mano ben aperta.
Aveva quasi finito, mancavano solo quei due, poi sarebbe potuto tornare alla comoda e rassicurante frenesia cittadina. Non che fosse male lì: tutti quei faggi e i fischi degli zigoli e l’aria frizzante pregna degli odori primaverili e l’erba e il grano e lo sterco delle vacche. Andava tutto bene. Per non più di qualche giorno però.

Non ci mise molto a raggiungere la cima della dorsale. Tutto intorno montagne e cielo, niente più. La casa sembrava vuota. Bussò. Non ottenne risposta. Chiamò, ancora niente. Eppure era certo che ci fossero. Quando l’eco della voce smorzò s’accorse del rumore, simile al ferro quando sbatte sul sasso. Proveniva dal retro. Fiancheggiò il muro di pietra grezza, dal tetto pendevano fronde scure che lo graffiavano sulla nuca rasata. Fango secco o paglia. Svoltò l’angolo e, prima ancora di vederli, ricevette come una manata in pieno volto, tanta era la puzza.

Vide l’uomo. Stava curvo che pareva una vela col vento in poppa; una vela dalle guance ruvide di barba, che teneva tra le mani un coniglio color cenere e lo carezzava con la dolcezza d’un bimbo. La vecchia gli cavò la bestiola dal grembo, e l’appese a un’asta nodosa, la testa all’ingiù, il pelo arruffato, le orecchie dritte, le zampe legate. Per un po’ l’animale si dimenò, con la speranza di poter fuggire, poi si arrese alla paura. Un grido acuto, come un fischio di treno, più triste, si sparse nell’aria riecheggiando nel vuoto che li cingeva in un abbraccio impalpabile. Lontano, un uccello s’alzò dall’albero. Pareva non voler più ascoltare. Poi il tonfo del legno sul cranio, lo stridio che smette, quello ancora respira. Lei che prende una roncola, la lama nascosta dal marrone della ruggine – una ruga le increspa la fronte – oltre il pelo, oltre la pelle, recide i muscoli dell’animale e la giugulare sottile come un polso di ragazza. Gli occhi sono bottoni neri, lucidi prima, opachi poi; il sangue che gocciola sull’erba, si raggruma, poi si assorbe. Rimane la macchia, e il pianto di un uomo senza voce.

“Che volete?” disse lei.
Trovò nella memoria le parole già dette altre volte e spiegò di essere venuto in veste di rappresentante della patria, mandato dal partito per ricordare ai cittadini il voto ormai imminente: bisognava cacciare il Re per diventare un Paese libero. Quella lo guardò torva e a lungo, poi staccò la bestia senza vita dal tronco e la mise nella carriola.
“Mi vedete vecchia vero? Nemmeno mezzo secolo. Patria, Re, Libertà. Sembrate un ubriaco dell’osteria. Che me ne importa a me?”
“Deve importarle. A Lei e a vostro figlio e a chi verrà poi”.
“Sto Paese lurido! Mi ha già cavato il marito e un figlio. L’altro me l’ha ributtato tra le mani senza parole né pensieri. Un mona. Non vi darò altro”.

Il ragazzo rimase lì ancora un po’. Forse altrove esistevano le parole giuste, forse un altro avrebbe saputo trovarle. Le cercò, in quel tempo silenzioso, mentre lei accoppava altri due conigli e l’uomo senza voce piangeva senza rumore. Ma non le trovò. Cercò perfino nel giornale che teneva in mano, tra i titoli spessi e neri, che fremevano d’attesa per la nuova era alle porte, ma fu inutile. Tutto quell’inchiostro sembrava liquefarsi, e perdersi in un’enorme macchia scura sul foglio.
Fece un cenno di saluto col capo, lasciò il giornale sulla cassetta di legno e tornò al paese, dove avrebbe chiesto un passaggio fino a valle. La donna non disse nulla.
L’uomo senza voce si passò la mano sulle guance tirando via quel che restava del pianto vergognoso, raccolse i fogli, strappò la prima pagina e se l’intascò. Il resto lo buttò nella carriola dei conigli.

Annunci
Messo il tag:
Posted in: racconti