Quella che piove e quella che casca

Posted on aprile 16, 2012

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Lui combatteva le zanzare. E Lei non se ne preoccupava, perché le si addormentavano addosso, in uno stato di catalessi. Aveva una capacità ipnotica innata per sedare quelle piccole diavole con le ali e metterle in coma.
Tre sere prima, durante una grigliata organizzata dai vicini Dottori sul tema si erano sprecati vari minuti di conversazione, tra una salsiccia e una bistecchina di maiale. Nel disquisire i Dottori concordavano sul fatto che è un particolare odore della pelle che le attrae. Precisamente “una sostanza presente nel sudore che non tutti hanno in ugual misura.” Nonostante quella spiegazione Lui tornò da quella serata trafitto e sconfitto da quegl’aghi con le ali che per tutta la cena lo avevano mangiato. Peggio della crocifissione.

Erano quasi le venti. Lui scaldava degli avanzi di Ribollita dentro una pentolina rossa, mentre con la mano destra muoveva a scatti una racchetta elettrificata. Lei, invece, provava a sintonizzare la vecchia televisione, non c’era sera che le immagini non fossero piene di bruscoli.
“Non scaldarla troppo e non farci cadere delle zanzare morte dentro. Con questo caldo siamo i soli che ceniamo con la Ribollita, se poi è pure bollente e piena di zanzare… Non vedi che fuma già”. “Mezza fredda e mezza calda non mi piace. Mezza e mezza mi fa schifo…” disse Lui con mestolino e racchetta.

Finalmente la televisione sembrava aver trovato una frequenza decente. I colori sullo schermo sembravano sbiaditi dal sole, l’audio era buono e riconobbero la sigla di apertura del Tg1. Il volto del giornalista sembrava l’uomo di latta del mago di Oz, l’uomo di latta. Parlava di un ragazzo norvegese, di giovani laburisti ammazzati come in un videogioco nell’isola di Utoya, come un Rambo boy scout con armi di precisione e un crocifisso al collo.
“Ma i Dottori non sono in Norvegia?”
“Davvero, sì. In crociera…”
I Dottori lavoravano entrambi all’ospedale di Careggi. Ortopedica lei, radiologo lui.
Durante la grigliata avevano motivato il loro viaggio in Norvegia dicendo: “Per quest’anno niente avventure, abbiamo bisogno di riposarci un po’. E cosa c’è di più pacifico e tranquillo della Norvegia?”
Il mezzobusto di latta non aveva parlato di italiani coinvolti. I Dottori erano salvi.

Dalla finestra di cucina entrava la luce della luna che quella sera splendeva come la lama di un metallo, sembrava che galleggiasse all’interno della vecchia televisione. Intorno uno sciame stellato, in una collezione di costellazioni di cui Lui ignorava completamente i nomi. La mano di Lei gli porse le more che avevano raccolto qualche ora prima in una scodella di porcellana. Le mangiarono a manciate. Finendole. Lei si infilò sotto al lenzuolo e chiudendo gli occhi chiese: “Domani mattina andiamo a mangiare quella deliziosa sfogliatina alla crema. Vero?” Lui chiuse le persiane e un piccolo David di Michelangelo lo guardò da una mensola, appena spense la luce s’illuminò fluorescente.
Nel silenzio della camera il rumore vibrato di una zanzara, il gracchiare di qualche rana in lontananza e poi dell’acqua cadere. Come pioggerella.
“Piove.”
“Piove?” Con quella luna e quelle stelle era impossibile che fosse iniziato a piovere.
Non si fasciarono troppo la testa, il tempo è pazzo e ogni pazzo porta con sé le sue cose, come il tempo porta la pioggia quando ci sono le stelle.

Lui e Lei erano già nel mondo dei sogni, quando, nell’appartamento accanto, arrivò il Vicino. Le due abitazioni si affacciavano nella stessa corte interna. Aprì la porta di casa sua barcollando, la sigaretta gli sguazzava in bocca. Neppure il tempo di aprirla e il Gatto, un gatto con la testa da gufo, uscì come un fulmine a ciel sereno, bagnato, fradicio grondante. Miagolava che sembrava stridere. “Gattaccio” urlò a bassa voce. “Gatto! Dove ti sei bagnato in questo modo. Ti sei pisciato addosso, hai buttato in terra un catino pieno d’acqua. Bestiaccia. Accidenti alla mia ex moglie che ti prese in quella gattaia” e sorrise accarezzandolo.
Entrò in casa guardandosi i piedi, sentì una goccia sulla testa. Sopra lo scaffale il Duomo di Firenze in miniatura era completamente rosa. E poi ne sentì altre ancora cadere sulla sua testa unta, pioveva in casa che Dio la mandava. Una goccia spense la sigaretta, i croccantini del Gatto galleggiavano nella loro ciotola colma. Accese la luce e la sigaretta gli cascò di bocca. Dal soffitto grondava. Rivoli scendevano dalle pareti. Le casse dello stereo pregne come spugne, il divano, il giornale, le pareti, lo zerbino. Il disordine di quella casa non aveva pari, un agglomerato di roba accatastata e di monnezza, gli oggetti ordinati come in una discarica, l’umidità aveva fatto esplodere un violento odore di muffa.
“L’appartamento dei Dottori” pensò il Vicino. Corse alla libreria, aprì una Bibbia, nella quale aveva scavato un buco tra le pagine, e si accorse con piacere che la marijuana che teneva di scorta non si era annacquata. Rassicurato prese tre secchi posizionandoli nei punti dove l’acqua cadeva maggiormente.
Per tutta la notte versò secchi d’acqua nella corte. Appollaiato sul muro esterno, il Gatto assomigliava più a un gufo con il corpo da gatto che viceversa. La notte, per il Vicino, fu bianca, passò il tempo tra una sigaretta e un secchio d’acqua. Avrebbe voluto chiamare qualcuno, ma non era solito disturbare. Ogni tanto provava a schizzare il Gatto tirandogli una secchiata. “Gatto dove scappi”. E sorrideva. Poi arrivò la mattina e uscì il sole. Erano le nove.

Lei si era svegliata con in testa la voglia di una sfogliatina alla crema. Indossò la prima cosa che gli capitò sottomano, mentre Lui cercava le chiavi della macchina. Uscirono di casa con il sonno ancora negli occhi, davanti a loro l’asfalto era asciutto e il sole luminoso.
“Ma vedi che non è piovuto stanotte” disse Lui guardando la strada.
Lei si accorse che dalla finestra del Vicino stava gocciolando dell’acqua come da un congelatore senza elettricità. Il tempo di soffermarsi che la testa del Vicino sbucò dalla porta, la faccia sorridente con due occhiaie che gli segnavano il volto come cicatrici. Indossava i suoi soliti jeans e la solita maglietta martoriata, mentre i capelli pasticciati erano avvolti da una bolla di fetore. Era il solito Vicino di sempre con la differenza che rispetto al solito era completamente fradicio.
“Ragazzi, scusate.”
“Buongiorno. Ma che succede?”
“Un favore. E’ tutta la notte che tolgo secchi d’acqua. Mi piove in casa. Non volevo disturbarvi ieri sera e quindi ho aspettato che usciste.”
“Potevi svegliarci senza problemi.”
“Ieri sera ho aperto la porta e quel gattaccio era pieno d’acqua. Che succede mi sono chiesto. E poi ho tolto secchi su secchi d’acqua.” Parlava con lentezza, come se misurasse la parole. Uno spreco di energia di troppo e sarebbe caduto in coma dalla stanchezza.
Lui e Lei si affacciarono nell’appartamento e lo scenario aveva le sembianze di una discarica durante un giorno di pioggia.

“Perde acqua dalla casa dei Dottori e quelli, cazzo, sono in Norvegia.” disse Lui.
“Bisogna chiudere il contatore dell’acqua” aggiunse Lei.
Mentre andarono a cercare la valvola per chiudere l’acqua, Lui provò a chiamare i Dottori, provò più di una volta. “Questi sono in crociera tra i fiordi, non prende neppure il cellulare.”
Il tempo di chiudere la valvola e il Vicino sembrava alleggerito. “Grazie ragazzi. Ora dovrebbe smettere. Speriamo via. Sennò metto la piscina gonfiabile in mezzo al salotto.” Tutti risero della battuta.
“Bene. Ci vorrà qualche minuto per far defluire tutta l’acqua. Noi andiamo a fare la spesa, vediamo se smette. Comunque il contatore era quello giusto. Ne sono certo, la rotellina girava all’impazzata e adesso è ferma”.
Lui e Lei andarono alla macchina.
“Capito cos’era quella pioggia”
“Pensa te…”
“Ora sfogliatina però…”
“Sfogliatina!”

Quando tornarono, Lui e Lei trovarono i libri del Vicino esposti al sole, come alle bancarelle dei libri usati, con la differenza che in questo caso non erano chiusi ma aperti a pagine casuali per farli asciugare il meglio possibile.
Il figlio del Vicino era nel mezzo del salotto dentro alla piscina gonfiabile, sui lati di gomma azzurra era raffigurato lo skyline di Firenze, veduta piazzale Michelangelo con la scritta I love Firenze in caratteri rossi. L’acqua continuava a grondare e il bambino sguazzava felice come un rettile in mutande chiedendo al babbo: “ma la mamma non viene neppure questo fine settimana a trovarci?Chiamala, dille che abbiamo anche la piscina in casa così viene.”
“La mamma, la mamma, la mamma. Quando vuole può venire. Sa che siamo qui, mica le devo ricordare sempre tutto. Sicuramente sarà a spassarsela al fresco… Senti che caldo fa oggi…” rispose il Vicino.
“Ma non ha ancora smesso di pioverti in casa” disse Lui pensando che effettivamente era da mesi che la ex del Vicino non si faceva viva.
“No. Sono andato a prendere mio figlio e abbiamo fatto la piscina” rispose sorridendo.
“Bisogna chiamare i pompieri o ti cade il solaio in testa. Altro che piscina…” disse Lui chiamando il 115.
Lei nel frattempo era seduta sui gradini della corte e incuriosita leggeva i titoli dei libri che il Vicino aveva messo ad asciugare. “Il divoratore”, “Uomini normali in contesti fuori dall’ordinario”, “Il carnefice”, “Il crocifisso”, “Killer seriali parte seconda”… Quei volumi puzzavano come scarpe piene di formaggio andato a male.

Dopo un po’ di insistenze i pompieri si convinsero a intervenire. Andavano persuasi e si erano persuasi alle parole “se qui crolla il solaio, io comunque vi ho chiamato…”
Nell’attesa che arrivassero con la sirena accesa, i tre si misero a guardare le pareti esterne dell’edificio. Anche da lì filtrava acqua. “Quelli hanno il mare in casa, ve lo dico io” borbottò il Vicino. In quell’istante passò il Muto, che percorreva il quartiere dalla mattina alla sera, dondolando le braccia. Il figlio del Vicino correva in mutande dalla piscina alla strada, peggio di una trottola impazzita. Il Muto guardava dove guardavano tutti, per poi fissare le facce di ognuno con aria interrogatoria d’attesa. Lui disse al Muto: “Hai visto piove?!” Il Muto guardò il cielo, c’era il sole e disse: “noooo… aheoon, ahhhion” gesticolando con le mani come per dire “che dici c’è il sole, prendi per il culo?”
Il figlio in mutande chiese al padre: “Ma è inglese?”
“Certo è inglese, per questo non ci capisce.”
“La mamma l’inglese lo sa. Red, yellow, green, white…”

Finalmente arrivarono i pompieri. Il Muto andò via senza ombrello.
Una sirena che da lontano si fece vicino. Sei giovani in uniforme, tirati e asciutti alla guida del loro camion rosso. L’intervento fu rapido. Scale, agilità, vetri infranti e un mare di acqua che aveva invaso tutto l’appartamento. Sul pavimento galleggiavano mozziconi di sigaretta e una manciata di vecchi santini elettorali scoloriti raffiguranti il nuovo e giovane Sindaco pieno di sorrisi e battute veloci.
Prima di andare via i pompieri compilarono un verbale che consegnarono al Vicino, nel quale si motivava il serio rischio che il solaio pregno d’acqua potesse crollargli in testa.

Lui e Lei si misero a cucinare delle uova, quel pomeriggio avrebbero provato per la prima volta a concepire un bambino, mentre il Vicino giocava a un videogame con il figlio, tutti e due seduti dentro la piscina. Il Vicino lo sapeva bene che quel foglio pieno di timbri e firme che rendeva inagibile l’appartamento era soltanto una formalità che i pompieri erano obbligati a fare. Un modo come l’altro per scrollarsi di dosso anche le più piccole responsabilità.
“La conosco la burocrazia…” pensava.
Il Gatto con la testa da gufo dormiva al sole. Il caldo picchiava forte quel pomeriggio. L’acqua dal soffitto aveva smesso di scendere e per strada ripassò il Muto cantando in inglese. “Ahhhuhueh ahhuhuhuei.”
“Senti c’è di nuovo quel signore inglese. Babbo, sta cantando i Beatles. Alla mamma piacciono ancora i Beatles?” chiese il figlio del Vicino mentre sparava proiettili di fuoco contro un drago rosa del primo schema.
Il Vicino uscì dalla piscinetta senza rispondere, aprì il frigo e prese una birra. Dal congelatore spuntò una mano con un anello, all’interno di un sacchetto del bookshop degli Uffizi. Salutò la sua ex moglie baciando l’anello. “Fresco lì dentro eh, qui fuori si muore di caldo.” Richiuse il frigo e un rumore sordo rimbombò per tutto l’isolato.

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