Attitos

Posted on maggio 8, 2012

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Le nubi schioccano noci d’acqua lavica, le luci rauche della città si stagliano in un orizzonte saturo di finitudine. Serafino alita sul vetro appannato, lo sguardo si perde lontano, in un intingolo di erbe folli; il cambiamento è un processo talvolta irreversibile, non in questa asfittica valle di polvere dove un tempo volteggiavano leggiadri i danzatori delle stelle. I quartieri dormitorio spuntano come micosi episodiche tra larve di teatri abbandonati e discariche all’aria aperta, la strada si riempie di pecore scalze, odora di latte cagliato, ventuno teste di cavallo mozzate stanno appese su altrettanti piloni lungo un’arteria sommersa nella sua stessa fragile inutilità, ma nessuno sembra farci caso: sarà l’affannosa abitudine al macabro.

Qualche ora prima ha toccato Terra, se n’è stato per un po’ impalato sulla scaletta dell’aeromobile, ha aperto le narici, ha aspirato l’aria a pieni polmoni, dietro di lui la folla esalava fiotti di rabbia ansiolitica: il fiele amaro della fretta. Ma non c’è lentischio né asfodelo, né giunco o rosmarino. Il sole bruciava l’asfalto sabbioso, la levità crassa dello scirocco soffocava sul nascere la sua proustiana recherche del lezzo perduto.

Santi numi, pensa adesso Serafino vedendo le saracinesche sprangate e un esercito di cavalieri reali che batte in ritirata. Tristi presagi offuscano la sua mente, le ruote scorrono imperterrite sul sangue dei vinti, folate improvvise di tramontana gelida affondano lo chagrin collettivo nel turbinio feroce di una bardana di fantasmi mascherati.

Un’auto della Giustizia percorre nervosamente questo dedalo di abbandoni scalcinati, in quella che sembra una vana caccia ai dimonios delle montagne. Lo fermano, l’appuntato scende baldanzoso dalla vettura, si tiene il cappello con le mani, Dogumendi brego, il suo alito sa di peperoncini verdi sott’olio, le acca sono aspirate e strisciate, quasi fosse un discendente delle genti di Goros; e invece è solamente l’ennesimo orfano della Sila spedito in vacanza premio quaggiù, nella culla scalfita dei poeti e dei pastori.

Serafino esegue gli ordini, è un segno tangibile dell’immobilità del tempo. Riprende patente e libretto, saluta con un lieve cenno del capo, l’auto riparte svogliata. Sono un moribondo in un campo di croci pensa tra sé, l’amarezza si mischia alla vergogna e alla nostalgia: un tempo Atene sarda, oggi, grottescamente, Pyongyang, capitale fugace dell’Impero del nulla. I ricordi teatralizzano i semi accecanti dell’immaginazione, il silenzio irreale delle pietre ti sbatte in faccia l’autolesionismo apatico della realtà. Serafino scende dalla macchina, ci dovrà pur essere quel vento di specificità che lasciava ancora addito, diritto, alla speranza.

Attraversa il ponte di ferro, cammina lentamente sul ciottolato ferito, va a caccia del nervoso e rassicurante vociare del popolo, dei panni stesi, dei palloni bucati: ma non ci sono più bambini a domare la solitudine del maestrale. Un cane azzoppato abbaia senza convinzione, una strega magnanima spazza via le foglie morte, un cartello davanti ad una bottega inneggia all’happy hour. Un brivido lo scuote, il bistrot e l’happy hour: manco fossimo a Londra a Milano a Parigi. A Bologna. Entra, vorrebbe che qualcuno lo insultasse, che gli dessero del Continentale, del Disterrau. E invece si trova davanti un barista anfetaminico con un ricordo di sopracciglia. Serafino lo osserva, non ha mai biasimato il monochizzo, Scusi, sa mica se c’è un iscopile nei paraggi?

Il barista evolutofa una smorfia di scoraggiamento, Iscopile? dice, Di cosa si tratta? Ah, stasera se le interessa facciamo il karaoke. Non c’è alcun bisogno di replicare. Serafino riprende il cammino, la via Majore lo abbraccia nel suo orizzonte chiuso, solo i muri parlano: d’indipendenza, di estradizione, di un passato lontano. Sale lentamente lungo il letto di questo fiume di impotenza, accende faticosamente la pipa, stracci di tabacco arrugginito planano via soffici, s’immagina il canto straziato di un aedo improvvisato, s’attitu, la violenza conciliata della murra, , il cinismo apotropaico di questa terra, sos maccarrones furriaos.

Il senso di colpa si accresce, lo schiaccia, ha il peso insopportabile del granito, del marmo di Orosei, il pane si gonfia nella fornace rovente, il cinghiale emette gli ultimi singulti, quando i ghiacciai si scioglieranno il mare arriverà fin qui sotto, e le genti di Santu Predu e di Seuna avranno finalmente la loro spiaggia argentata senza dover più guardare verso Oliena. A Locoe c’era una vigna fiorita, a Marreri una caserma crivellata di rabbia inibita e un fiumiciattolo limpido e scorbutico dove li steddi amavano abbeverarsi dopo corse infinite. Nel burrone dell’inciviltà oggi si raccolgono mozziconi di cicche e scorie di amianto, il fumo disegna traiettorie di un’eleganza improbabile e la legna arde nel camino de sos ammentos. La strada si arrampica verso squarci di cattedrale: Serafino si ferma, riflette, ammette le sue colpe, Neche o non neche nde pranghet berbeche, i preti bruciano nell’oblio pagano, un bar bislacco spalanca le sue porte.

Il locale è freddo, senza stile, al posto del bandito Corbeddu hanno messo la foto di Valentino Rossi, là dove c’era l’effige di quella bagassa bétza di Grazia Deledda oggi regnano le tette gonfie di una sgualdrina della televisione. Serafino chiede una birra, quella birra del posto che tutti vantano, che tutti ossequiano, che tutti trangugiano come ossessi assatanati. Quella birra con le teste dei mori. La barista – segno che i tempi cambiamo anche qui, – lo serve, il momento è purificatorio. Manda giù una lunga sorsata lenitiva, la gola brama, ma la cicatrice infetta si riapre tempestivamente: hanno annacquato anche la birra.

Incappucciati, foschi, a passo lento, due energumeni entrano nel locale. Uno ha le barregonfie e la barba incolta, le mani vagano immobili nei taschini anteriori dei calzoni di velluto liscio. Sembra impaziente. Scruta la cameriera intenta a torturare un telefonino di ultima generazione, poi emette la sentenza, una sentenza che non ha appello: Bah, parete unu desertu. Una sete nuragica. Vengono serviti, brindano con un cenno dei chizzi, il telefono del bar squilla. La barista solleva la cornetta, Serafino ascolta interessato. Evverrybboddy Bbar, buongiorno! Ed è tutta una civiltà a crollargli addosso. Un canto mortale si leva sulle anime ebbre: adesso sembra davvero un deserto.

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