Ghisallo

Posted on giugno 22, 2012

0


«Boia e fa cardo fori. Dentro fa freddo. L’acqua ora la vendono a un euro cinquanta, a’ tempi miei la si andava a prendere alla fonte, la si metteva dentro le borracce che ‘un l’erano mica le borracce che ci s’hanno ora. Di plastica. Di metallo erano, boiadundio se pesavano. E noi a portarle su dalle salite, come asini. A portarle su dalle salite e a spinge su’ polpacci come bovi da soma. Sulla salita del Perone bene, ma su i’ Ghisallo boiadundio? Tu l’hai mai fatto i’ Ghisallo? Tu sei un ragazzetto, quant’anni c’hai, venti? Tu ‘un l’hai mai fatto i’ Ghisallo co’ le borracce piene e la schiena che sembra si stia spezzando. ‘Un l’hai mai fatto, tu sei un freghino».

Il climatizzatore sbuffava una specie di vapore gelido, che si appiccicava alle gambe ogni volta che cambiavamo corsia. Fuori ci saranno stati trentacinque gradi secchi, e la litania di Arturo Ghezzi andava avanti ininterrotta dalla mattina. A pensarci credo non avesse smesso nemmeno la notte, mentre dormivo ogni tanto lo sentivo parlottare nel sonno. Come se stesse sognando il Ghisallo, con le borracce piene.

«Fai il bravo, Ghezzi. Andiamo fuori, andiamo a vedere il mare».
«Il mare. Il mare ‘na sega. Dice vieni al mare che l’aria co’ i sale fa bene all’angina. La mia angina sta bene così, senza l’aria co’ i sale. Fa troppo cardo fori. Fa cardo che ‘un si respira, che a me di respirare viè già dura cosi com’è. Ogni tanto e mi si spezza i’ fiato. Scalavo le montagne, salivo che c’avevo i porpacci a foco. Bruciavano. Ora ‘un riesco a fa du’ passi come si deve che mi manca l’aria, boiadundio».

Era il quarto anno che li portavamo al mare, ma per Arturo era la prima volta. Non che vedeva il mare, ma che veniva a una delle gite del circolo. Lo aveva iscritto la figlia, un po’ per toglierselo di torno per una settimana, un po’ perché da quando sua madre era morta non faceva che rastrellare il cortile e parlare tra sé. Era preoccupata, diceva. Pensava che non avesse retto il colpo e stesse andando fuori di testa. Io credo solo che non avendo più nessuno a cui raccontare delle borracce e del Ghisallo si sentisse solo, allora cercava di tenersi compagnia. O forse parlava col rastrello, non lo so.
Non mi dispiaceva seguirlo dentro e fuori dai supermercati di viale Ceccarini, mi teneva lontano dalle spiagge affollate e dalla calura. Mi teneva lontano dalle cosce grasse delle turiste tedesche e dalle risate ottuse dei ragazzotti in infradito e costumi tutti uguali. Nemmeno a me piaceva il mare.
Arturo era basso e ossuto, con gli anni aveva messo un po’ di quella pancetta tonda di chi  non si limita a un bicchiere per pasto. Era uno che beveva forte, e finché la moglie era viva faceva in modo che non tornasse mai a casa troppo ubriaco, ma ora bisognava controllarlo a vista. Nei supermercati di viale Ceccarini cercava di nascondere le mignon nella cintura dei pantaloni che si piegava sotto l’arco della pancia.

«Ghezzi, santo cielo. Metti giù».
«Fai bene a parlà te. Te sei un freghino, ‘un sai cosa vor dì avè una vita da sta’ dietro a quelli che s’arrampicano. Quant’anni tu c’hai? Venti? Cose ne voi sapè. Ma a me m’hanno chiesto ‘na sega. M’hanno messo le scarpette ai piedi e via, a portà borracce piene. Mica le borracce ci s’hanno oggi, boiadundio. Borracce di ferro. Pesanti e da fa schifo».

La storia si ripeteva sempre uguale, non credo che avesse una capo né una coda. Se lo avessi ascoltato probabilmente si sarebbe ritorto su se stesso e sarebbe tornato all’inizio. Erano solo borracce piene, salite ripide e il fatto che i vecchi credono sempre di essere i più vecchi di tutti. Dopo un po’ lo lasciavo andare per conto suo, e quando gli rivolgevo la parola ricominciava come un disco incantato. Senza prestarsi troppa attenzione neanche lui.
Era stato sposato per quarantasette anni, ora doveva averne settantacinque.
Sua moglie era più giovane di lui, ma in altezza lo superava di una spanna. Veniva a prenderlo al circolo tutte le sere alle nove e mezza, dopo che Arturo aveva giocato tre mani a briscola e due a scopa. Il bicchiere, quando arrivava lei, era sempre vuoto.

Da qualche settimana ero io a riaccompagnarlo a casa. Dovevo tenerlo per un braccio e guidarlo fino al cancello, poi assicurarmi che entrasse nel portone. Non sono mai entrato con lui, però mi sono chiesto cosa succedesse una volta che Arturo si era chiuso la porta alle spalle. Lo immaginavo rizzarsi sulla schiena, schiarirsi la voce e attraversare il corridoio fischiettando. Ringiovanito e contento. Me lo vedevo lasciar scorrere l’acqua del rubinetto della cucina finché non fosse stata abbastanza fresca, e riempire un borraccia, di plastica non di metallo, poi bere alla salute di tutti quelli che lo credevano un vecchio rincoglionito e depresso. Di tutti gli scalatori che gli avevano dato le spalle. Di tutte le mani a scopa. Di sua moglie, e del freghino che doveva portarlo a casa.
Una sera si fermò sulla porta, con la chiave nella mano destra appoggiata alla serratura. Sembrava si fosse dimenticato come fare a entrare.

«Ghezzi?»

Impiegai qualche secondo a decidere di spingere il cancello e percorrere il vialetto di beole fino ai quattro scalini della veranda. Arturo era più in alto di me, congelato nell’atto di infilare la chiave. Teneva gli occhi su un punto alla sua destra in un’espressione neutra. Taceva. Vidi la mano sinistra, appoggiata al fianco e solcata di vene scure, tremare leggermente. Come se la litania che non trovava sfogo dalla sua bocca cercasse di uscirgli dalle estremità.

«Tutto bene?»

Mi guardò, e vidi per la prima volta l’essere umano che viveva dietro lo sguardo lattiginoso e vitreo degli occhi chiari. Vidi le rughe appena sopra le guance, increspate e profonde. Quando cominciò a parlare non c’era più niente del vecchio che conoscevo. Era una persona a rivolgersi a me, nel senso più puro del termine.

«O cosa tu voi sapè? Tu sei un freghino. Quanto tu c’hai, vent’anni? Ho fatto i’ gregario pe’ tutta la vita, e ora mi tocca avecci un gregario mio, che controlla ch’i ‘un mi piscio addosso prima d’esse arrivato a i’ cesso. E io portavo le borracce, all’età tua, a quell’artri che erano più alti di me. Gli è tutta una cosa di gambe, ‘un tu lo sai. Se c’avevo venti centimetri di più, colle mie gambe, e facevo io lo scalatore. Ma iddio m’ha fatto basso, e allora m’è toccato fa’ il gregario, madonninabona. E salivo su co’ porpacci che andavano a foco, dietro vesti che spingevano come bovi, e a me doveva importà di dalli le borracce e basta. E ora ci manca poco che mi scordo pure come mi chiamo. La mi’ moglie, lei sapeva che fo’ il gregario, ‘un c’avevo mica bisogno di ridirglielo. ‘Un c’avevo mica bisogno di parlà co’ lei, si stava assieme da tant’anni che mi sembra sia sempre esistita. E l’artra settimana, boiadundio, mi dice vedi se poi cambià la mattonella all’uscio, che s’è crepata. E io, lo faccio le dico, ‘un so mica rincoglionito. Ma lei ‘un c’ha avuto tempo di ripetermelo più e la mattonella è ancora costì crepata. La vedi? A furia di seguì gli scalatori mi so’ scordato come si fanno le cose dassoli. E c’ho bisogno che qualcuno mi chiami, mi dica Arturo, la borraccia a Benazzini che schianta di sete. E io spingo, che se c’avevo venti centimetri in più ero a i’ posto suo. In cima. Al Ghisallo. In cima».

Rimasi a guardarlo senza sapere cosa rispondere, non c’era niente di significativo che avrei potuto dire. Sapevo che la piastrella sarebbe rimasta com’era e che ci sarebbero state altre sere sulla stessa veranda, ma senza più dire niente.

«Ne ho ventotto. Ho ventotto anni».
«Tu sei un freghino. Vai a casa, va’. Che qui ‘un c’è più ‘na sega da fa’».

Il commesso nero aveva iniziato a seguirci da una decina di minuti, ma ora ci stava proprio incollato. Cercai di non dare nell’occhio mentre rimettevo a posto l’ennesima bottiglietta ripescata dalla cintura di Ghezzi, lo presi per un braccio e lo spinsi verso le porte automatiche. Sentii il ronzio del climatizzatore per la prima volta, mi voltai verso Arturo e mi accorsi che non stava parlando. Mi guardava. Il vecchio e la persona assieme, mi guardavano mentre si lasciavano trascinare fuori nella calura.
Sorrise, e mi chiese quanti anni avessi.

Annunci
Messo il tag:
Posted in: racconti