Domenica mattina

Posted on settembre 22, 2012


Quando io e Michele lo abbiamo conosciuto, Lou non dormiva ancora in mezzo alla strada. O meglio, ci dormiva a periodi alterni, in base a complesse valutazioni meteorologiche, umorali e, molto spesso, sessuali.
«Alla fine se incontro una ragazza mica le posso dire: “Vieni, ti faccio vedere la mia rientranza tra il marciapiede e la vetrata della banca”, no?» ci diceva.
Lou era infatti, strano a credersi dato il suo particolare stile di vita, pieno di donne. Ragazze normali, studentesse, stagiste, cameriere, con una vita stabile e amicizie regolari, tutte caratteristiche che a lui non interessava possedere.
Avevo cominciato a frequentarlo il primo anno di università, nel periodo in cui usciva con una mia compagna di corso; Michele invece era subentrato qualche tempo dopo, quando ci aveva procurato del fumo – di pessima qualità, a voler riportare fedelmente gli eventi – ad una festa del dipartimento di Agraria.
Poi la mia amica aveva deciso di lasciare Lou.
«Non conclude mai un argomento», mi aveva confidato «è come cercare di fare un discorso sensato con un Furby strafatto».
Invece io e Michele avevamo continuato a vederlo, entrambi attratti da quel guizzo frenetico che aveva nello sguardo, come se stesse pensando a un miliardo di questioni differenti senza riuscire a dipanarne nessuna. Effettivamente non concludeva mai un discorso, era capace di parlare di alieni, crisi economica, anfetamine, di basi militari abbandonate in Libano, di Chaka Khan, dei Pink Floyd, dell’Armenia, della Basilicata e di quanto fosse proprio una roba da galera che Syd Barrett avesse inciso solo due album da solista. Soprattutto Syd Barrett e l’Armenia erano due questioni che, vai a sapere il motivo, gli stavano particolarmente a cuore.
Avevamo scoperto la sua abitudine di dormire per strada solo alcuni mesi più tardi quando, mentre salivamo sull’ultimo tram al termine di una serata, si era accomodato sotto un bancomat in Porta Romana e ci aveva salutato con un cenno del capo.
Non che Lou avesse realmente bisogno di dormire in giro, in realtà era cresciuto in un complesso residenziale nella periferia sud dove i suoi genitori, che gestivano una tintoria, vivevano ancora. Aveva fatto il liceo scientifico, studente mediocre e tranquillo solo una volta era stato sospeso per aver picchiato con una stampella un ragazzo di una classe più avanti.
«Era enorme e stronzo», ci aveva raccontato «io ero magrolino e basso e mi aveva preso di mira. Non riuscivo a impedirgli di starmi addosso. Quella distorsione al ginocchio era l’unica occasione che avrei mai avuto di avere sia un’arma che un alibi».
Della tintoria di famiglia parlava con orgoglio: «È attiva da tre generazioni. Ha visto due guerre, magari ne vedrà anche una terza», ci diceva, senza però dare alcun segno di volerci andare a lavorare.
Su cosa facesse Lou per sopravvivere, mentre io studiavo e Michele spacciava, non ne avevo idea, sapevo solo che di tanto in tanto riparava computer a signore della Milano bene che lo pagavano più del dovuto. Certo era che, oltre all’appartamento dei genitori, avesse un suo monolocale, completamente vuoto fatta eccezione per un materasso, tre scaffali pieni quasi esclusivamente di raccolte di poesia, e cinque chitarre acustiche. Quando gli avevo chiesto cosa ci facesse con cinque chitarre mi aveva guardato come si guarda uno scemo.
«Le suono», mi aveva risposto con un velo di pietà nella voce.
La logica di Lou non faceva mai una piega.

Insomma, Lou di tanto in tanto, senza un motivo plausibile e assecondando l’inclinazione del momento, dormiva per strada e con il passare degli anni l’abitudine era via via peggiorata. Passava le nottate, per settimane e settimane, rannicchiato agli angoli degli incroci, nelle rientranze dei portoni, sotto i rari portici che si incontrano nelle vie del centro. Non preferiva un quartiere a un altro: un mese aveva orbitato in zona Ortica, un altro in Giambellino, era passato dal sagrato del Duomo e da Piazza Affari all’Esselunga di Mac Mahon.
Inspiegabilmente però Lou continuava a rimorchiare. Rimorchiava anzi ben più di me o di Michele, impegnati a correr dietro alle nostre vite piuttosto che alle relazioni. In quei casi Lou si metteva la camicia buona, invitava le sue morose a cena in trattoria e poi le portava in quel suo monolocale, rimasto praticamente identico a quando ci avevo messo piede la prima volta.
Ogni ragazza gli faceva la stessa domanda che gli avevo fatto io: cosa ci facesse con tutte quelle chitarre. Lou non rispondeva nemmeno e continuava a baciarle.

Questo suo vivacchiare, come lo chiamavo io, o stare in comunione con il creato, come lo chiamava lui con una faccia da paraculo che aveva perfezionato nel corso del tempo, si interruppe in un autunno particolarmente caldo per colpa, come spesso accade, di una ragazza.
Questa in particolare si chiamava Leda. Pallida e bionda senza averne l’aria, sorrideva sempre e sembrava vivere in punta di piedi, quasi stesse aspettando la prima folata di vento per sparire via.
Lou ce l’aveva presentata in un bar vicino ai giardini della Vetra; era la prima donna che ci faceva conoscere – con una sorta di imbarazzato incontro ufficiale – in cinque anni.
Michele ordinando la birra mi aveva bisbigliato: «Il vecchio perde colpi, a ‘sto giro si è innamorato. Dagli un mese di tempo e smette di dormir fuori».
Intanto Lou l’abbracciava con gli occhi che brillavano, quella biondina fragile e ridanciana.
«E tu cosa fai?» le avevo chiesto poggiando le birre sul tavolo.
Leda aveva fatto una smorfia imbarazzata, mi era parsa tesa, ma Michele aveva sostenuto fossi paranoico, anche se la sua attenzione in quel momento era assorbita ad aprire una Menabrea con le chiavi di casa.
«Mah, varie cose. Sai, come si fa di solito», aveva risposto Leda.
Varie. Michele aveva alzato lo sguardo dalla bottiglia trattenendo una risata. Potevamo dire che Lou avesse trovato la donna della sua vita.

Il dramma, poiché al centro di ogni storia c’è un dramma, aveva avuto luogo il venti di novembre quando, come sarebbe stato facilmente prevedibile dai più, Leda aveva scoperto che Lou passava la maggior parte delle sue nottate rannicchiato contro un portone.
In quel periodo Lou aveva sviluppato una predilezione per Città Studi, gli piacevano in particolar modo le strade intorno a Gorini, con quelle casette basse che ci potevi guardare la vita dentro, le finestre come tanti televisori. Leda passava così una sera per Moretto da Brescia, con le braccia incrociate e lo sguardo fisso per terra di chi si è perso nei suoi pensieri, quando aveva visto accovacciato, con uno zaino per cuscino e una copertina di flanella, quello che non si era ancora decisa a chiamare «il mio fidanzato» per una radicata fobia delle definizioni dei rapporti.
Leda allora lo aveva scosso bruscamente, con le sopracciglia aggrottate e l’ansia che potesse essergli successo qualcosa di estremamente brutto. Lou, assonnato e istupidito, l’aveva guardata per qualche secondo. Prima con espressione colpevole, poi con il sorrisetto beffardo che indossava ogni volta che non sapeva come cavarsi da un pasticcio, le aveva detto qualcosa che era suonato all’incirca come «Mi sa che hai scoperto il mio segreto».
Allora le aveva raccontato tutto, le aveva detto quanto fosse bello sentire il freddo dell’alba, le aveva spiegato che in ogni momento di solitudine guardava attraverso una finestra diversa, condividendo le cene e le litigate di quelle famiglie sconosciute. E comunque, aveva aggiunto sul finire del discorso, non era una cosa che facesse proprio sempre, in inverno evitava di star fuori e anche nelle mezze stagioni, per quanto la nottata fosse calda, si portava dietro qualche coperta in più.
«A volte ne ho talmente tante che le lascio a chi non le ha», aveva concluso.
Leda, in risposta a tutto quel discorso da poeta paraculo, si era messa a urlare. Si era messa a urlare forte, con la faccia paonazza dalla rabbia e le parole che si accavallavano una sull’altra, che rotolavano sulla lingua e venivano rimasticate prima di uscir fuori. Lou giurava di aver sentito un «non esiste», uno «stronzo bugiardo» e anche una serie di epiteti non del tutto lusinghieri rivolti a me e Michele che, complici della sua idiozia, invece di preoccuparci lo assecondavamo mentre buttava la sua vita in mezzo alla strada. Letteralmente.
Poi se n’era andata, camminando a passi tesi verso viale Romagna.

Così ci aveva raccontato Lou il giorno dopo, attorno al tavolo di fornica incastrato tra il bancone del bar e la porta del bagno mentre Piero ci preparava dei panini con un salame che per gusto e consistenza doveva risalire al ‘93.
Lou aveva dichiarato, irremovibile e nervoso, che per quanto fosse dispiaciuto non si sarebbe certo messo a cambiare le proprie abitudini per una tizia qualunque, soprattutto non dopo una crisi isterica come quella a cui aveva assistito. Anche parlando di Leda e della necessità di farla finita non solo con quella storia ma con ogni relazione in generale, Lou aveva tirato in ballo un’infinità di argomenti diversi, tutti opposti e discordanti tra loro. E mentre parlava e parlava e mangiava quel panino che io ancora avevo davanti quasi intatto, mi era sembrato di risentire la mia amica che  diceva: «Non conclude mai un argomento».
Aveva continuato a blaterare finché Michele non lo aveva interrotto, a voce bassissima e un po’ scocciata, come se parlasse tra sé.
«Sì, ma ‘sta Leda, ti piace?».
«Certo che mi piace», gli aveva risposto Lou, con la condiscendenza con cui si spiega a un bambino un’ovvietà.
«Va bene, ma ti piace nel senso che te la scopi e ci stai bene, o ti piace nel senso che forse credi che magari potresti anche tipo innamorartene?».
Lou era rimasto in silenzio qualche secondo, poi si era alzato ed era uscito. Io e Michele eravamo rimasti a fissare gli ultimi morsi del suo panino, tristi relitti in un piatto di plastica.

L’autunno si era trasformato in un inverno cupo e cattivo. Per giorni eravamo rimasti intrappolati da quella pioggia milanese che non lava ma insudicia, preferendo ripescare vecchi telefilm piuttosto che guadare le circonvallazioni alla ricerca di un vago sentore di vita.
Poi una sera Lou si era presentato a casa mia e sul pianerottolo, senza preambolo alcuno, aveva annunciato che voleva riprendersela, Leda. Dietro di lui, Michele lo aveva spinto in corridoio e mi aveva passato un pacco di pasta e un barattolo di pelati.
«Ma senti, ce lo dici come vi siete conosciuti?» avevo chiesto a Lou mentre cenavamo, cercando di spezzare la cortina di riserbo con cui si ostinava a coprire la faccenda.
«Eh, scappava e mi è sbattuta contro».
«Stavo andando a dormire sotto l’Arco della Pace», aveva proseguito «e in un attimo mi sono trovato quasi per terra. Aveva le guance tutte rosse, il fiatone e dei capelli disordinati che non si capiva dove iniziassero e dove finissero; quindi invece di augurarle la buonanotte e tirare fuori il sacco a pelo le ho domandato se potevo offrirle qualcosa da bere».
«L’unica cosa che mi è sempre un po’ dispiaciuta», aveva detto dopo mezz’ora di sproloqui su quanto la loro relazione fosse sotto ogni aspetto perfetta, «è che non mi ha mai detto dove abitasse».
«Cioè non siete mai andati a casa sua?» gli avevamo chiesto.
«No».
«E non l’hai mai accompagnata? Non ti è mai venuto in mente di chiederle il suo indirizzo?».
«Non è venuto fuori il discorso».
«Cristo, Lou, come fa a non esser venuto fuori il discorso?».
«Eh, abbiamo parlato d’altro».
«Sai almeno dove lavora?»
«No. Ha detto che faceva varie cose, come ha detto anche a voi. Tra l’Arco e Garibaldi, sosteneva, di solito di notte».
Io e Michele ci eravamo guardati e senza aggiungere una parola in più, che sarebbe stata irrimediabilmente di troppo, avevamo deciso di accompagnarlo a cercarla.
«Strano che tu non l’abbia mai vista, sono posti in cui dormi spesso», aveva aggiunto Michele.
«Già, strano».

Avevamo passato svariate notti alla ricerca di Leda, con Lou che camminava dietro di noi di qualche passo, fingendo di essere completamente disinteressato a quanto stava accadendo, ma alla fine non l’avevamo trovata e la vita di Lou, giocoforza, era tornata normale.
Continuava a dormire fuori, ormai solo una notte ogni tanto perché era pieno inverno. In quelle sere lo raggiungevamo con una bottiglia di vino e qualcosa da mangiare, crackers, biscotti, cose così. Se era giorno di mercato Michele arrivava con un sacchetto di salumi.
Lou aveva smesso di parlare di Leda, di nuovo era tornato ai soliti discorsi: l’Armenia che era una terra dimenticata, il riscaldamento globale, l’esistenza di razze superiori disperse nell’universo che da secoli usavano la Terra per i loro esperimenti.
Finché un sabato notte, piuttosto tardi, mentre mangiavamo fette di prosciutto sotto al portico di San Lorenzo avevamo visto una ragazza attraversare in fretta la piazza, con poche ciocche di capelli biondi che si liberavano  tra la sciarpa e il cappello e una sacca in bilico sulle spalle ossute.
«Quella è Leda», aveva detto per primo Michele.
Lou allora l’aveva seguita. Perché non l’aveva chiamata? Perché non l’aveva fermata? Non so, può darsi che semplicemente non ne avesse voglia.
L’aveva seguita fino a una piccola traversa, all’altezza in cui il Naviglio Pavese incontra la circonvallazione esterna e le si era avvicinato, mentre quella, ferma davanti a un portone, cercava le chiavi. Lou ci aveva raccontato che, quando si era sentita toccare il braccio, Leda aveva fatto un balzo all’indietro. Quasi gli tirava una gomitata in un occhio, prima di accorgersi che era lui.
«Ti aiuto a portarla», aveva detto Lou prendendole la borsa.
«Quarto piano», gli aveva risposto lei.
«Senza ascensore», aveva aggiunto.
La casa di Leda era piccola e ben arredata, piena di oggetti, con il tappeto della stessa tinta del divano e gli stipiti delle porte. E colori forti ovunque, arancione, rosso, viola.
In salotto, in uno spazio angusto tra il divano e la libreria, dove avrebbe potuto trovar posto un televisore non tanto grande o un mobiletto degli alcolici, Lou aveva notato un enorme, vistoso, cumulo di scarpe. Erano tutte da donna, differenti per foggia e per numero ma nel complesso piuttosto eleganti. Leda, sedendosi sul bracciolo del divano, si era messa a tirar fuori altre scarpe dalla sacca che aveva portato con sé per accatastarle disordinatamente sulla pila. Erano cinque paia in tutto. Poi aveva lasciato cadere il borsone ormai vuoto per terra.
«Vuoi un bicchiere di vino?» aveva chiesto a Lou.

Leda rubava scarpe. Per l’esattezza rubava scarpe fuori dai locali, soprattutto discoteche, a quelle ragazze che le tenevano ciondolanti appese a un dito mentre aspettavano, a piedi nudi e stanchi, che arrivasse un taxi per portarle a casa. Leda, aveva precisato quella sera a Lou, non le rubava a qualsiasi ragazza indiscriminatamente. Solo a quelle stupide, che si facevano rimorchiare da bavosi con la brillantina nei capelli e la mano che fingendosi morta si faceva strada tra i vestiti più viva che mai.
«Ma magari a loro piace», aveva obiettato Lou.
«Non importa. Sono stupide. Le scarpe sono una cosa importante, ce le si deve meritare».
Lou l’aveva trovata una cosa insensata e pericolosa, nonché abbastanza delirante, eppure, in un modo che non riusciva a spiegarsi, vagamente romantica.
«Poi le rivendo, eh», aveva precisato Leda «mica sono completamente matta».
«Ma senti», le aveva detto allora Lou «quindi pensi che sia davvero un problema se io ogni tanto dormo per strada?».
Una debole falce di luce si era fatta strada dalla finestra allo schienale della poltrona, era già domenica mattina.

[Una versione precedente di questo racconto è stata pubblicata sull’ultimo numero di «Costola»]

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