Tutto ciò che importa

Posted on ottobre 10, 2012


«Bisogna che vada. Bisogna che mi decida ad uscire da questa stanza buia. Paura non ne ho, né certezze.
Ho aspettato molto, ho più volte rinunciato, ma devo andare, per non passare davanti a me stesso per vigliacco. Che importa se fuori è notte, se non c’è luce e forse speranza? Devo solo andare, camminare. E se sarò fortunato bene, sennò mi sarò almeno goduto il percorso. Ho aspettato molto, ma ecco il momento in cui l’attesa finisce, ecco la vita che mi stana dalla mia stanza, ecco la mia sfida e la mia fine, o forse l’inizio. Andiamo!»
Dunque va, Ettore, le sue parole gli hanno dato coraggio.
Si chiude la porta alle spalle e fa le scale volando.
Nell’androne buio si ferma un istante davanti al portone, inspira, cerca con gli occhi lo spicchio di luna che entra attraverso la finestra ovale, respira. Si tasta in cerca di uno zolfanello per accendere la sigaretta, che ha arrotolato tra il secondo e il penultimo scalino, ficca le mani nelle tasche del giaccone nero, un po’ sfilacciato sui lati, come il pelo di certi randagi che dormono ai trivi insieme ai barboni, sotto la luce benevola di un’ubriaca urbana Ecate.
I passi nervosi battono sul pavimento sudicio, cosparso di cicche e petali di rose pachistane. Cammina, Ettore, e non pensa alla marcia, non pensa più a nulla, ha sospeso il pensiero, è sospeso tra cose leggere, tra nubi di stelle, come il Drago celeste che scansa le Orse. Lui scansa gli ostacoli e cammina, le facciate le cose la sera lo guardano, lui le ignora e ancora non sa. Non sa come andrà a finire, non sa dove andrà a finire.
Non sa dello sguardo d’amore di una passante riccioluta a braccetto con l’amica, non sa di sfilare nudo nei pensieri di un giovane seduto sui gradini del vecchio cinema Giovinezza.

Amilcare si chiamava così perché al padre piaceva la storia, e i nomi strani. Da bimbo i compagni di scuola lo additavano perché, se aveva un nome strano, doveva essere un bambino strano. La diversità l’aveva conosciuta negli occhi degli altri, nell’angolo del cortile dove stava a guardare i giochi degli altri senza prendervi parte. L’esclusione gli era stata imposta e Amilcare aveva sentito, con dolore, la condanna.
Poi aveva voltato le spalle.
L’esclusione se l’era scelta e l’aveva amata, nell’esclusione aveva imparato ciò che spesso sfugge a chi vive: osservare.
Gli amici sono fuori a bere, pensa. Non ha voglia di vederli, questa sera, non ha voglia di leggere, la tv ce l’ha ma è girata in modo che lo schermo guardi il muro, perché lo annoia, lo schermo nero e il muro bianco si scambiano lo stesso bovino sorriso. Amilcare è uscito per andare a sedersi sui gradini del cinema Giovinezza, un piccolo gioiello dell’epoca fascista ora spogliato dei fasti che se ne sta a guardare, decaduto come un impero antico, l’angustia di via Solaria, bello come una Venere nuda e temprata dal tempo. Amilcare ha la capacità di ruotare le cose e usarle al contrario. Così, il cinema non è la vecchia sala rosso-ombra dentro, ma è fuori, e lui spesso la sera viene qui a fumare sui gradini, a vedere un film sempre nuovo: gli sconosciuti.
E gli sconosciuti gli passano davanti come coscienti dell’inganno e non gli rivolgono sguardo, e Amilcare è felice di sapere che davanti ai suoi occhi c’è davvero un mondo separato, oltre la cortina che da sempre divide lui, spettatore, da ciò che osserva.
Una coppia insopportabile si attarda sotto il portico, lui parla vivacemente e gesticolando e sorride e vuole far ridere la biondina che si stuzzica l’unghia accennando un sorriso. Poi davanti a loro sguscia questo tipo, giaccone lungo un po’ sfilacciato sui lati, come il pelo di certi randagi che dormono ai trivi, pensa Amilcare, si tasta le tasche in cerca di un fiammifero, cammina veloce ma senza coscienza, come sospeso.
Amilcare se lo immagina venirgli incontro, con i polpacci elastici e le cosce sode di peluria rada, l’ha scelto come protagonista del film, già lo vede, energico e quasi devoto in una scena di amore tra i fumi levatisi dall’incensiere e tra i corpi e le sete e le ombre di molte vestali versate sul letto.
Ma il ragazzo rompe l’inganno: l’ha guardato. Una volta, per sbaglio, poi ancora.
I suoi occhi neri gli rimangono incollati addosso, Amilcare sente i gradini tremare, e teme che tutto gli crolli addosso. Una vita di sipari alzati, una vita ad aspettare che lo spettacolo, vero, cominci. È iniziato.
Amilcare si alza per andargli incontro, ed Ettore non lo sa e gira l’angolo.

Svolta a destra all’incrocio con via delle Ninfe, ha trovato il fiammifero, era ora, s’accende la sigaretta.
Camminando s’immagina di travolgere gli ostacoli, i ragazzini che ostruiscono il breve passo tra il palazzo e il bidone, i paletti metallici con le bici legate, i mille e uno cani nella loro serafica passeggiata serale.
Ettore non ha cenato, i gorgoglii dello stomaco gli si attorcigliano nel ventre, e aggiungono una nota di basso al cicaleccio della sera affollata. Non vede il gradino tra il marciapiede e l’asfalto, ci mette il piede, tre donne gli vengono incontro sbarrandogli il passo. Inciampa.
Nell’aria si avverte un momento di ilarità generale. Anche i lastroni del selciato sembrano canzonarlo, le facciate dei palazzi ridono di lui. Ettore finge indifferenza, tira sù col naso, aumenta il passo e si nasconde nel cappuccio, s’infila in una strada secondaria e sparisce alla vista.
D’improvviso riappare in piazza Dante, dove leva il cappuccio e solleva al cielo uno sguardo devoto, e mormora in sé una formula d’amore, dei versi che sono quasi una preghiera, dei versi al suo maestro e al suo autore. Anche il cielo rende omaggio, e le stelle dominano la piazza deserta e maestosa, grandi e stupefatte nel manto nero teso tra cuspidi e cupole come un drappo di contrarmellino.
È commosso, Ettore, ma tace, e fa bene, perché al mondo non c’è posto per le sue parole, e se fiata il mondo non gli risparmia lo scherno.
Attraversa la piazza come una luce spenta, a testa bassa, e arriva così nella luce ambrata di viale delle Spighe.
Ha ancora lo sguardo basso, fisso su una macchia sul pavimento, e non vede le urla bianche dei manifesti che si mostrano come martiri crocefissi ai pilastri del porticato. Produci, capta la coda dell’occhio. Allunga il passo con snobismo davanti alle vetrine di un grande magazzino, mentre Consuma gli arriva più come una supplica accennata da un volantino giallo che svolazza tra le foglie anch’esse gialle, sul pavimento, come una falena che s’aggiri circospetta in un ritrovo crepuscolare di farfalle, ed Ettore s’aggira ancora più estraneo in questa foresta di messaggi, di parole rampicanti sui fusti delle colonne, infedele nella teoria delle simbologie moderne, blasfemo nella via crucis degli dei metropolitani. Davanti al terzo mistero della fede si ferma, pronuncia la litania inchiodata all’estrema colonna: Crepa.
Ma che senso ha questo mantra occidentale, si domanda, che senso ha vivere, che senso ha morire?
La risposta non soffia nel vento, ché l’aria è ferma in viale delle Spighe, ma marcia contro di lui a passi sincronizzati, i passi di un esercito di uomini tutti giacca cravatta e valigetta, tutti vestiti di nero, tutti in fila, opliti o avvocati, medici banchieri e produttori, elmi sulla testa e nessuna lancia, in mano, ma iPhone, e arrivano, arrivano, tendono le braccia per ingoiare il dissidente, a morte l’eretico, abbasso lo sfigato, produci, sii utile, altrimenti crepa.
Ettore muore di paura, ma è fermo alla luce rossa del semaforo.
Lode alla speranza, lode al verde che s’accende, ed Ettore sfugge all’esercito dei professionisti morti, stupito di conservare sani, «dopo tanto veder, li affetti suoi».
Attraversa l’incrocio stando attentissimo a posare i piedi solo e soltanto sulle strisce bianche. Paride, che è in macchina fermo, all’incrocio, in attesta, guarda ‘sto scemo che saltella sulle strisce per non calpestare le linee. Lo spot di un’auto alla radio opportunamente domanda «lo facevi anche tu, da piccolo?» «Si», risponde Paride ad alta voce, e tiene lo sguardo fisso sulla strada. Anche i morti attraversano la strada ed entrano nel locale di fronte, per l’aperitivo.
Ettore ha superato la penultima striscia, un ultimo lembo bianco lo separa dalla libertà conquistata. Ma l’ultimo sforzo lo tradisce, e il piede finisce sulla linea.
Per un attimo, il mondo un po’ vacilla. Dall’altra parte della città, vicino al Canto de’ Poeti, un campanile si sbriciola al suolo davanti agli sguardi stupiti dei muri dei palazzi antistanti. Un piccione si leva in volo nell’indifferenza generale, tubando.
Ma Ettore, salvo, è arrivato in via delle Corti.
Davanti alla sua vista la piccola strada si stende incorniciata dagli archi aperti, come respiri regolari, tra le colonne rosse e nell’ombra del portico le vetrine mostrano scene separate di mondanità nei vari localini, con i tavolini di metallo fuori e i boccali di birra e le dita bianche di molti ragazzi, illuminati dalle luci di funghi con il cuore di fuoco. Bella la sera, bella la vita discreta della strada. Avrebbe voglia, quasi, di sedersi al tavolo con una compagnia casuale, fumare e cantare perché è tornato tra uomini.
Ma i rintocchi dell’orologio di piazza Hissarlik si diramano nelle vie a raggiera, come fiotti turbolenti nei vicoli  e si estinguono, vibrando, nell’aria di via delle Corti. L’orologio riprende il suo moto silenzioso, ma il cuore di Ettore accelera perché è l’ora. Un minuto dopo le venti.

Fiodor sta sotto il portico, all’inizio di via delle Corti. È davanti al RossoCorallo con gli amici, estrae con le labbra una Lucky Strike dal pacchetto, quando vede fermarsi all’altro capo della via questo ragazzino. L’abbigliamento scuro esalta i tratti netti come spigoli di una statua di ghiaccio. Deve avere molto freddo, o molta adrenalina. Aspetta qualcuno, ovviamente. Si vede dai piccoli movimenti nervosi dei piedi, dagli sguardi al cellulare, dalle mani che passano sui vestiti per mondarli dalle impurità. C’è qualcosa di nobile in questo gesto, e qualcosa che tradisce insieme l’attesa.
Ettore imbocca una stradina che porta in piazza Hissarlik. Affacciata ad un balcone che dà sulla piazza c’è una donna, capelli castani ondulati, profilo greco. Fuma scrollando la cenere sui geranei, è giovane ed è già sola, ma guarda questo ragazzo che arriva con uno sguardo vecchio di millenni, amore e compassione nei suoi occhi di vedova, amore e dignità quando vede che nell’attesa egli fa per tre volte il giro della piazza, e poi si ferma. Al centro. Aspetta e ora sa. Si sorprende a versare una lacrima (è il fumo negli occhi, dice), mentre rientra a cullare il pianto del figlio.

Fiodor accende la sigaretta foggiando le mani a nicchia, e quando solleva lo sguardo il ragazzino non c’è più. Sparito. Per un attimo dubita che non sia stato una visione. Qualche volta gli capita che i confini tra l’immaginario e il reale per lui si confondano, e la realtà si riempie di suoni e di forme e mostri che per lui sono concreti. I confini si perdono, le forme diventano fluide, cominciano a vorticare in strani sabba a colori vividi come fossero cartoni animati. Le sue sensazioni diventano falsate come visioni di uno sciamano che, nell’orgia narcotica della percezione, vede o crede di vedere. Ha parlato agli amici di questo. Secondo Pier si tratta di allucinazioni. Dovrebbe farsi vedere. Fiodor non ci pensa nemmeno.
Fiodor ha modo di eliminare dal suo vocabolario le parole realtà e fantasia, e tutto ciò che sa, tutto ciò che è vero è che ogni cosa intorno ai suoi occhi è letteratura.
Gli amici intorno formano una corolla dai petali diseguali. Pier, il rosso Pier, alto e bianco con delicate efelidi a punteggiargli lo zigomo, muove le dita inanellate mentre gli occhi un po’ gli brillano nel parlare dell’ultimo libro che ha letto.
Mattia ha sempre pensato che quell’amore abbia in sé una componente quasi erotica, che sia un sublimato del possesso carnale il modo in cui Pier prende i libri, ne accarezza il dorso, ne sfoglia le pagine, ne annusa, quando nessuno lo guarda, l’odore, mimando, ma con un trasporto più puro e romantico, i moti esatti delle sue dita sui corpi delle molte amanti. Mattia gli guarda spesso le mani, nota tra sé e sé con qualche imbarazzo, Mattia guarda spesso e con mistero la lunga figura di Pier mentre insieme entrano in libreria e subito Pier scatta sullo scaffale, o mentre insieme camminano per strade casuali e Pier parla dei suoi casi velocemente e la rapidità si comunica alle sue gambe e allora finisce per essere sempre qualche passo davanti a Mattia e Mattia lo guarda, in silenzio. Mattia ha conosciuto Pier in un giorno di aria limpida, novembrina, senza un filo di vento a scomporre il tremolio delle cose, e gli alberi dalle foglie ocra sono il solo colore vivo nel bianco quasi liturgico della luce diffusa. Naturalmente era domenica.
Mattia era in un caffè del centro, un calice di vino bianco al suo tavolino tondo a soffondere riflessi di luce d’oro sulla copertina di Anna Karenina, primo volume.
Mattia lo aprì alla prima pagina, con quel senso di misticismo che si prova nell’essere iniziati a una cosa nuova, quando entrò questo giovane con un libro sotto il braccio. Fece un cenno al cameriere, ordinò un rosso, poggiò sul legno del tavolino le dita inanellate e Anna Karenina, secondo volume. Aprì alla prima pagina.
Perché l’amore sia indimenticabile, sin dall’inizio devono posarsi su di esso le coincidenze, come gli uccelli sulle spalle di Francesco d’Assisi, Mattia ha letto.
Mattia si stringe nel giaccone mentre dice la sua e prende un po’ in giro Pier. Ma Pier è così preso che non lo ascolta e continua a parlare finché, commosso, finge di asciugarsi una lacrima e si volta, con un sorriso perfetto, a guardarlo.
Neanche Fiodor ascolta granché, appoggiato al pilastro con la sigaretta in mano, lo sguardo fisso in alto, sulla via stellata in cui spicca lo scintillio immobile di Venere.
La via stellata guarda alle finestre che, vari ordini d’altezza più in basso, danno sulla strada e lasciano filtrare le luci interne, tiepide. Fiodor guarda una finestra a caso, la più buia, da cui proviene solo un breve lume, di candela, e attorno a quel raggio così esile gli pare di veder ballare, come in una delle sue visioni animate, sparute note musicali.

Appeso allo stesso filo di note sta il pensiero di Tancredi. Tancredi attende che si estingua l’ultimo fiato di Bach che ancora viene dalle casse per essere riportato nel silenzio meditabondo dei suoi pensieri.
Sta seduto sul letto, con la pelle d’oca per il fresco della sua stanza, ha addosso solo le mutande bianche a coprire un piacere ancora gonfio.
All’altro capo del letto le coperte sono tirate a nascondere mezza faccia del suo ospite, che si è già addormentato. Tancredi è seduto con i piedi glabri inarcati a pochi millimetri dal pavimento, una mano sul piumino azzurro, l’altra affonda nei capelli facendo e disfacendo nodi. Nel buio della stanza una sola candela arde sul comodino e la fiammella quasi è soffocata dalla cera sciolta.
Nel buio della stanza risponde alla fiammella il luccichio sinistro del suo orecchino nero, simbolo primigenio di disobbedienza, peccato originale. Il metallo si avvita in un cerchio aperto alle estremità, la testa e la coda di questo adamitico serpente si guardano tonde ed eguali. La stessa luce sinistra proviene dai suoi occhi neri, e Tancredi sa che il suo aspetto parla, sa che la cacciata dal suo paradiso nativo si è tradotta nella scelta anche estetica della maledizione.
Non ha altri con cui parlare, da sotto il piumino già esala un respiro regolare e fondo, e non vuole svegliare lo sconosciuto che quella notte gli dormirà accanto perché non saprebbe cosa dirgli senza fingere, non saprebbe come confessargli il suo bisogno di altro, di altro da quello, di altro da lui stesso. Come potrebbe capire? Ma Tancredi capisce. In quell’attimo si delinea chiaro, nella sua mente, il vero peccato, che sconta nella vita e nel cognome.
Un uomo invade il suo letto, i sogni di lui si formano sullo stesso cuscino sui cui ogni notte nascono i suoi. Condividerà il respiro, la quiete, il sonno, forse qualche contatto. Ma condividere il letto è molto più che condividere il corpo, pensa Tancredi.
Eppure di quest’uomo sa ben poco. Il suo nome, chi frequenta, che cibo ama, dove studia, che al Pinot Grigio preferisce il Gewurztraminer. Ma chi è, quest’uomo? Quale impuro diritto glielo ha messo vicino nella notte, che è solo sua? Tancredi avvampa di vergogna al pensiero di dormire con un altro. Non chiuderà occhio. Era bello un tempo, quando non doveva mescolarsi a uno sconosciuto, quando ingenuamente, bambino, aveva scelto quella separazione dal mondo in cui tanto erano germogliati i suoi sensi. Se la separazione non è una condanna, allora è un paradiso. Ma dai paradisi artificiali, di carta ed estasi, era stato scacciato. O forse, per dirlo in altro modo, aveva dovuto crescere, e svegliarsi.
I suoi occhi aperti nella notte sono il simbolo di questa veglia. Del suo essere teso, del suo essere concentrato a non perdere nulla. Che nessun passante gli sfugga, che nessun attimo rimanga vuoto, che nessuno sguardo cada senza essere ricambiato.
Tancredi sente tutta la disperazione della pienezza. La giovinezza, tempo lieto, la giovinezza degli attimi  colti, la giovinezza in cui tutto è grande e forte e vero e bello, la giovinezza in cui ogni uomo forse sarà quello della sua vita, ogni stretta di mano forse nasconde l’amore indimenticabile, ogni sguardo prepara una vita insieme. Promesse vane.
La testa di Tancredi è così piena di queste promesse rigogliose e solo ora comincia a vederne la vanità, e solo ora comincia a capire quale impresa sarà la demistificazione e quale vuoto nel suo cranio lascerà la suppurazione dei miti di cui si è nutrito.
Ci deve essere un momento in cui, in un attimo, la fede appare come una fiducia sciocca e dogmatica, i miti cedono e con essi la speranza, ed ogni cosa che era illuminata si spegne come quella fiammella sul comodino, e il mondo rivela le sue tinte fosche, notturne. Forse questo significa diventare adulti, pensa Tancredi.
A questa rivelazione si mette in piedi come per saggiare la tenuta delle sue ginocchia, come per accertarsi che l’età adulta non abbia provato, assieme alle sue idee, anche le sue articolazioni. Ha bisogno di fumare.
Tancredi sente di essersi liberato di tutto il senso opprimente di irripetibilità dell’esistenza e si sente forse più leggero. O solo più povero? O solo perdutamente cinico?
Quell’uomo che gli dormirà accanto è ogni uomo e nessuno, non conta il suo nome o il vino che preferisce, anche lui è destinato ad essere portato via da una corrente che come il mare ti lascia promesse ai piedi, e sogni e conchiglie, ma subito li risucchia e ti lascia ancora vuoto e in attesa. E allora bisogna star svegli, se mai la vita non abbia da portare qualcosa alla tua porta, questa notte, e nell’attesa morire.
Tancredi preme la sigaretta sul fondo del posacenere e prende un’ampia boccata di solitudine.
È davvero tutto finito? Come continuare, come andare avanti con questa terribile certezza in petto? L’unica risposta gli giunge come un’eco di certezze lontane attraverso i monti costruiti dagli anni.
Essere soli.
Da piccolo era semplice, quando tutto questo era ancora di là da venire. Le giornate si riempivano di poesia e musica e fantasie e tutto era perfetto, tutto bastava, anche se non conosceva uomo e amore. Adesso le sue giornate sono ugualmente piene di poesia e di musica e di fantasie, ma sono come stirate a coprire un vuoto, e la sera, nel letto, Tancredi avverte l’assenza di un collante che tenga tutto insieme e dia significato, e sogna che un uomo lo abbracci nel letto e quest’uomo ha tratti ogni volta diversi, un giorno è uno, un giorno è un altro, spesso nessuno.
La raffinata tebaide di Des Esseintes è un fallimento, se per una volta ti capita di incrociare lo sguardo dell’altro, e amarlo. Tancredi si scopre intrappolato nel limbo tra il bisogno dell’altro e la scoperta del suo carattere effimero. In questo limbo la sua coscienza ha messo radici.
Per la prima volta lo colpisce l’accostamento, nella sua stanza come nella sua vita, degli opposti: sui muri le parole dei poeti, e per terra un profilattico usato. Sul desktop del computer una sinfonia, e accanto una chat che ammicca a un nuovo incontro. Sul suo stesso corpo ha scritto la magrezza dell’asceta e il gonfiore del basso ventre. Tutta la sua vita gli sembra sospesa su questa faglia.
Ma c’è ancora qualcosa, al fondo di tutte le sue contraddizioni, che tutto lega e tutto tiene insieme, ed è una bellezza che salva. E’ un amore che vive nei suoi primi ricordi, un amore che sta al principio di tutto, il verbo, e le infinite parole con cui creare il mondo.

«E questo senso di colpa,per esser nato,per aver occupato un posto che non voleva,per l’infelicità di sua madre, per la rozzezza del suo paese si è dislocata in un mondo separato, quello della letteratura, permettendogli di sopravvivere, anche di gioire, ma sempre con la consapevolezza che mai la pienezza della vita, come comunemente la intendono gli altri,sarebbe stata sua». Tondelli gli aveva suggerito la risposta, e lui non l’aveva capito. Si siede per un attimo sul letto, ancora incerto. Poi si alza. Deve scrivere. Sa di dover scrivere.
Davanti ha una pagina bianca. Che impaccio e che meraviglia trovare le prime parole! Assomiglia a quello che si svegli per primo e debba plasmare l’informe con la parola, debba chiudere il caos nell’eleganza di un nome. La certezza si fa strada a fatica nella sua mente affollata, acquista sicurezza, diventa limpida, luminosa. Deve scrivere tutto. Ogni cellula del suo corpo vibra in questo fuoco improvviso. Scrivere è come il sesso: un’esigenza fisica che si impone e si alimenta di sé, si gonfia, aumenta, esplode e si quieta, ma non dorme. Rimane sempre come un desiderio di fondo, una sensualità che emana dalle cose, un impuro insaziabile destino.
Tancredi rimette il pezzo di prima, le note del Magnificat in re maggiore riprendono vigore. Tancredi lo ascolta ogni volta che fa l’amore, o che scrive.
Spesso, da piccolo, i genitori gli avevano rimproverato di leggere troppo, o di perder troppo tempo dietro alle sue fantasticherie. Ma le fantasie non pagano l’università. Non sono veramente utili. L’atto della scrittura aveva assunto allora, nel suo immaginario, i contorni violetti del peccato consapevole.
Ma ora vede ogni cosa sotto una luce nuova. Ogni cosa è illuminata dalla coscienza di questa sola, possibile salvezza, ogni cosa assume senso, ogni cosa diventa pesante e reale purché lui la scriva.

«Bisogna che vada. Bisogna che mi decida ad uscire da questa stanza buia».
Sente la sua prima frase come un invito irresistibile. Sente le sue dita tremare, le sue dita correre, le sue dita andare. Andare in uno slancio travolgente, come se dentro avesse un fiume in piena, andare e scrivere questa storia e ad ogni punto fermarsi a rileggere, sorridere agli errori anche se sono tanti, che importa, scrivere comunque perché è necessario, scrivere perché così lui ama, e amando vive.
Scrive di Ettore e sa che in questa pagina Ettore vive ed è reale, e che forse è ancora in piazza, al centro, ad aspettare il suo destino, e se si affaccia alla finestra può forse vederlo e fargli un fischio.
Con l’incanto del demiurgo scrive, la visione che gli si svolge nella mente ha urgenza di venire al mondo, le mani sudano allo sforzo, si contraggono nelle doglie celesti del parto, finché la visione prende forma. Tancredi ne sente il respiro e la vita, e questo è tutto ciò che importa.

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