Cielo blues

Posted on ottobre 29, 2012


Io ero lì alla mia scrivania ed alla macchinetta l’Arianna dell’ufficio spedizioni blaterava con la Camilla marketing di sua figlia, sta sempre a parlare di sua figlia, non fa che parlare di sua figlia, non ha altro all’infuori di sua figlia, non potevo andarmene, avevo un bilancio da finire entro un’ora, che poi stavano loro fuori dalla mia porta, potevano pure spostarsi per parlare con quel tono così alto e le loro risate acute e dio mio sono solo dei figli, ce li hanno tutti, cosa saranno mai. Tutti, oddio, chi ci riesce, ma chi te li fa fare, poi. E così ho sentito, sono stato costretto a sentire, di questa figlia che per il compleanno s’è vista recapitare una dedica da un compagno di classe, «sei la stella che illumina il mio cielo blu», l’ha scritta la madre del bambino perché lui non lo sapeva ancora fare, deduco siano in prima elementare, non so, non m’interessa. E questo è successo ancora mesi fa, mi ero felicemente scordato di quell’ennesima ciarla da femmine in estasi che descrivono compiaciute e gongolanti il risultato di nove mesi d’inferno, o almeno credevo d’essermene scordato, invece la frase dev’essermi rimasta incastrata qui da qualche parte, dispersa nella memoria assieme ad altre informazioni inutili come l’inizio di una barzelletta senza finale e la lista della spesa della vecchia del terzo piano, cosa che purtroppo so siccome la comanda dentro al telefono per conficcarla dentro alle orecchie di sua figlia ed i muri sono fini. Quindi non vi è stata né intenzione né volontà, è riaffiorata, nel tempo e dal tempo, come un corpo gettato in mare senza cemento alle caviglie, io l’ho solamente ripescata, un ripescaggio fortuito, un furto di salvataggio, chiamalo come vuoi, ma chi la voleva dire, io non di certo, era una di quelle occasioni in cui le mani vuote sembrano criminali, senza accorgermene me la son ritrovata in bocca e l’ho scribacchiata, infilata in un mazzo di margherite a tre euro e novantanove centesimi preso dal filippino che vende accendini giù all’angolo e tieni, buon san valentino anche a te. Dopodiché lei ha iniziato a sparare sale dagli occhi, mi si è buttata addosso ed ha iniziato con questa storia che finalmente aveva capito che io l’amavo, certo avrei potuto frenarla, disincastrarmi da quella morsa lacrimogena e spiegare che non è proprio così, piangendo stava già piangendo, ma il tepore dei suoi capelli sul collo, e l’aderenza del vestito, ed il battito attraverso il maglione, aspetta no lei non lo chiama maglione ma cardigan son la stessa cosa ma non ne vuol sapere chiamalo come vuoi quello è e non cambia e non ti sta meglio se ha un nome straniero come il discorso della rosa che profuma anche se non la chiami rosa che non mi ricordo chi l’ha detto, ed insomma ecco, lei era vicina e calda ed io son stato zitto. Tutto questo fino a ieri sera, mi ha braccato di nuovo, «tu non sai portare rispetto», «non si fa così», «le persone normali si comportano colà», ed io mi sono sentito stanco, stanco delle sue recriminazioni, stanco della sua ansia, stanco di sentirmi stanco, così stanco che dentro m’è montato a neve un conato esasperato e mi sono alzato e gliel’ho detto, non ce l’ho più fatta, «erano le parole di un bambino», capisci?

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