L’inadatto

Posted on novembre 13, 2012


Era ancora lontano da casa. Da solo, inoccupato e in un angolo remoto del globo, per la precisione. Aspettava  l’arrivo di qualcosa che non c’era mai stato con la pazienza di un Buddha anoressico e con il culo sapientemente piantato su di un divano polveroso di un ostello vicino a Central Station. Non leggeva più notizie sull’Italia, non aveva voglia di sapere cosa stesse succedendo né di sapere chi stesse per vincere il campionato. L’unico legame con il suo paese si sostanziava nell’afonico vociare dei pensieri che echeggiavano nella sua testolina vuota. Quel giorno, non pensava a cose particolarmente rilevanti, quanto piuttosto ai motivi per cui il suo labbro superiore pendesse quel tanto da farlo sembrare un rapace se visto di profilo; non credeva, tra le altre cose, che vi fossero ragioni valide per sostenere l’Immacolata concezione della Vergine Maria né tantomeno per rifiutare aprioristicamente  la presenza di alieni in mezzo agli umani.

L’ostello in cui viveva era la meta preferita dei giovani stranieri che ogni giorno si riversavano in quella metropoli costruita sul nulla: una volta arrivati in stazione, i ragazzi non dovevano che attraversare George Street per trovare rifugio in luride stanze ad alta densità umana. A volerla dire tutta, questo era il secondo ostello in cui pernottava perché il primo era divenuto troppo caro per le sue tasche da quando aveva perso il lavoro. Alla fine di tre mesi di nottate in una reception di un albergo, aveva preso l’abitudine di conversare con la piantina della sua scrivania, zittendo i clienti ogni qual volta questi lo interrompevano per chiedere le chiavi. Cercò invano di convincere il suo capo che quella piantina rinsecchita  diventava estremamente loquace alle 5 del mattino e così venne licenziato.

Sotto  l’ostello, c’è il Side bar, un posto che nel fine settimana è frequentato da gente proveniente da tutto il globo e che di notte sembra una sorta di Babele, a causa dell’intrecciarsi di lingue nei discorsi alticci della gente. Ogni volta che aveva cercato di intrattenersi verbalmente con qualche sconosciuto aveva avuto la chiara sensazione che nessuno lo capisse, anche se non nel senso letterale del termine. Per questo motivo, la maggior parte del tempo la passava in silenzio osservando lo spettacolo con una sigaretta cinese tra le dita.

Fuori dal bar, due energumeni avevano il compito di scegliere con meticolosa solerzia chi poteva entrare subito e chi doveva aspettare che un numero sufficiente di ragazze fosse entrato. Guardando la gente che attendeva compostamente in fila, un giovane passante avrebbe potuto erroneamente pensare che quel locale, per attirare così tante persone, dovesse per forza offrire qualcosa di speciale; il poveretto si sarebbe così aggiunto in coda senza sapere che sarebbe andato incontro a una delusione inversamente proporzionale alla gradazione alcolica della sua serata. In caso di sobrietà, avrebbe sicuramente trangugiato quantità notevoli di alcol per dimenticare i 10 dollari spesi per l’entrata. E  fu così che il Side Bar fece la propria fortuna, illudendo passanti nottambuli in cerca di svago.

Come ogni venerdì notte, Zito non tardò a raggiungerlo. Anche lui era italiano ma, a differenza sua, era pieno di speranze e vitalità ingiustificate. Malgrado non gli fosse particolarmente simpatico, il fatto che gli permettesse di esprimersi in italiano lo rendeva interessante per mezz’oretta.
«Allora, come stai? Com’è andata questa cazzo di settimana? Hai trovato lavoro?… Non ti abbattere, capito? Abbiamo solamente vent’anni, ed è ora che possiamo segnare, cazzo, dare il meglio…» Zito era solito pontificare in questa maniera, in un pedante ottimismo che non lasciava mai spazio a una semplice conversazione da uomini. Lui, invece, non sopportava l’idea che potesse esistere una fase della vita in cui dover dare il meglio e un’altra in cui fosse lecito smettere di sognare; voleva piuttosto gustarsi la sua birra in santa pace senza che qualcuno l’appesantisse con  simili discorsi. Il futuro non è mai esistito se non per le persone che hanno paura del presente, pensava lui, ma non osò proferire parola per non dilungare il discorso.

Zito era un laureato in ingegneria aerospaziale che se ne stava nell’altro emisfero a fare il cameriere in un ristorante vagamente italiano. Ed era felice. Talmente felice che, di venerdì notte, spendeva gran parte del suo stipendio settimanale in birre, sigarette, lì al Side Bar, divertendosi a collezionare figure di dubbio gusto con le ragazze con cui ci provava incessantemente. Poiché nessuno aveva avuto il coraggio di fargli capire che mirava troppo in alto, come se questo avesse potuto cambiare le cose, lui continuava testardo ad importunare le più belle ragazze del locale offrendo  da bere.

Questa volta il  suo chiacchiericcio in italiano aveva attirato una ragazza con un taglio da attrice francese anni 60. Arrivata da qualche giorno, era partita da sola per migliorare il suo inglese e per «fare un’esperienza di vita» prima di tornarsene in qualche città di provincia dell’Emilia.
«Ragazzi, ieri sono andata a cercare lavoro fuori città e ho visto…»
«Ah, e  il lavoro l’hai trovato alla fine?» l’interruppe lui con un pessimo tempismo.
«Sì, in un locale… Quello che volevo chiedervi è se avete mai preso l’autobus notturno, quello che parte dalla stazione e arriva a…»
«Hai visto che il lavoro si trova se lo si cerca?» intervenne Zito, assestandogli un colpetto sul gomito a mo’ di scherno.
«Ma io non sto cercando lavoro… Comunque, sì, prendo spesso quell’autobus per tornare a casa. Ricordati solamente di sederti vicino agli asiatici».
«Cosa?» rispose lei lasciando intravedere quello che un’avara scollatura prima nascondeva.

Era molto stanco, svuotato, ma voleva essere gentile con lei.  Avvicinandosi alla sua destra poteva sentire la pelle del braccio  cercare timidamente una risposta dal suo.
«Cosa ti ha portato qui?» continuò lei cercando di catturare i suoi occhi con un fare da strega. Già, cosa l’aveva portato lì? «La noia, forse?» replicò lui intonando la risposta come se fosse una banalità universalmente riconosciuta.
«E ti piace questo posto?» chiese lei.
«Non troppo. Credo che me ne andrò via tra poco…»
«E te invece cosa ci fai qui? Io sono arrivato un anno fa, senza un soldo, ma fin da subito ho colto in questo posto delle opportunità che, obiettivamente…» s’inserì Zito cercando di rimarcare la sua presenza «…sono incomparabili rispetto a quanto c’offriva il nostro paese. Questa città è generosa verso chi ha voglia di fare, non come…»
«Ragazzi… Io vado verso casa, si è fatto tardi», intervenne lui senza volersi prestare a quel supplizio. Anche lei a quel punto si alzò in piedi e disse di andare nella sua stessa direzione, stroncando in un istante le intenzioni di Zito, che già assaporava la possibilità di un corteggiamento.

Mentre camminavano assieme verso la stazione, lei continuava a parlare e ad interrogarlo sulla sua vita passata, non capendo che sarebbe andata incontro solo a risposte monosillabiche.
«Hai detto che tra poco te ne andrai. Torni in Italia?»
«No, da qualche altra parte. Verso Nord credo. Non importa dove».
«Ma quando sei arrivato?»
«5 mesi e mezzo fa».
«E dove sei stato prima di venire qui?»

Lei non poteva sapere che quella domanda, così innocente e semplice, gli era stata posta da troppe persone, e che lui, ancora una volta, non sarebbe stato in grado di rispondere. Era stato in tantissimi posti, ma sentiva dentro di sé che era come se non fosse andato da nessuna parte. Aveva cercato di distrarsi con il caos di Buenos Aires, i mercati di Istanbul, i lavoretti mal pagati negli States, i boulevard di Parigi o le osterie di Venezia; aveva cercato di perdersi tra le genti, le lingue, le luci e i sapori dei diversi continenti, senza riuscire mai a colmare il vuoto che lo pervadeva. Continuava a sentirsi come un irriscattabile ostaggio di un moto perpetuo, un castello inespugnabile dal quale osservava con distacco le cose del mondo, in attesa di ritrovare qualcosa o qualcuno da considerare casa.

«Io devo andare da quella parte», disse lei allungando il braccio e indicando un punto lontano nella direzione opposta a quella di marcia. «Se hai voglia puoi stare a casa mia questa notte…» Casa, esempio lampante di polisemia, pensò lui. Rispose soltanto «No, grazie» e stampò due baci sulle sue guance, prima di incamminarsi deciso verso la fermata dell’autobus.

E quando finalmente il notturno delle 4.48 si fermò alla stazione, lui entrò, si guardò attorno e si sedette di fianco al primo asiatico. Come al solito non fu tanto difficile imbastire una conversazione per il semplice gusto di non restare in silenzio. Mentre il nepalese gli raccontava della sua famiglia e di quanto fosse difficile vivere lontano da moglie e figlia, lui, con la testa posata sul vetro e lo sguardo inebetito dal sonno, sbucciava lentamente il ricordo di quella ragazza, proiettando nel suo cinema cerebrale l’ennesima pellicola abortita della sua vita.

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