Totocalcio

Posted on novembre 27, 2012


È il 6 novembre 1993. Mario parcheggia l’auto di fronte al tabacchino di viale Repubblica. La Tipo bordeaux, iniezione elettronica e ammaccature varie, ha il muso infilato tra altre due auto in sosta, la ruota anteriore sinistra sul marciapiede pieno di cicche e il culo che sporge sulla carreggiata. La Tipo di Mario è parcheggiata contromano. Sono le diciannove passate, all’interno del locale Tzia Zenia fuma come una turca, la accompagnano tre avventori cinquantenari persi dietro delle grandi lenti oscurate. Mario consegna la schedina, due colonne e nemmeno una doppia. Duemila lire o giù di lì, «Aggiungi le MS morbide»sobilla, il suo volto è marmoreo. Le mani unte di grasso di motore macchiano la schedina, concorso numero 13. Mario si congeda con un movimento del capo, Tzia Zenia manco se ne accorge: non si spreca niente in tempo di crisi, manco un saluto.

La Tipo smarmittata schizza via lungo i viali della desolazione serale, all’interno sembra un mondezzaio: fazzoletti sporchi, custodie di audiocassette, chiavi inglesi, cacciaviti arrugginiti e un vecchio Quattroruote del Novantuno. La radio sputa fuori una malinconica lambada. Da Tonino c’è il pienone, i pronostici e gli sfottò volano condendosi di luppolo e malto d’orzo. Mario entra col suo solito broncio, riconosce quel tipico tanfo di sudore acido da fine giornata, uno dei pochi motivi di sopravvivenza. Adesso s’innaffierà d’alcol e sicurezze, poi gli verrà duro e tornerà a casa a dare due colpi d’uccello a Zizza; e se Zizza non ne vuole sapere di uccello allora le darà due colpi e basta. Ché uno schiaffo ogni tanto non ha mai fatto male a nessuno.

La Democrazia Cristiana si è sciolta, gli avvisi di garanzia non fanno più scalpore, Zola è passato dal Napoli al Parma e Ciampi è stato nominato Primo ministro a capo di un governo tecnico. Fellini se n’è andato da pochi giorni, ma da Tonino si celebra soltanto il pietoso amarcord di un paese allo sfascio. Per quest’ammasso di reietti l’unica ancora di salvezza è rappresentata dal Totocalcio: fare tredici vuol dire uscirne vivi, il dodici invece ti permette un’effimera quanto gradevole boccata d’ossigeno. La sola alternativa plausibile è il sequestro di persona, che nessuno si sente di scartare a priori.

La domenica mattina è mal di testa e attesa, le saracinesche vestono di metallo una città che urla di silenzio impotente e che non teme i propri fantasmi. Pochi sono i piedi che calpestano i tappeti orientaleggianti di foglie morte, dai campetti di periferia si levano polvere e insulti di decompressione. Poi gli gnocchetti al sugo con salsiccia e l’arrosto, gli sguardi fissi sul piatto; «Ci sono delle vite che non vale la pena vivere» pensa Zizza osservando l’immobile quadretto familiare. I bambini si adeguano al mutismo generale, mai una parola da parte di quel padre da cui non trafuga alcuna emozione.

Il caffè bollente senza zucchero lo sente arrivare sino allo sfintere, Mario si siede sulla poltrona verde pisello e si massaggia l’enorme ventre, duro come pietra calcarea. «Accendi» mormora rivolto a Zizza: è l’ora di Tutto il calcio minuto per minuto. Dotto, De Luca, Valeri, Cucchi, Gentili, quell’infame di Sandro Ciotti che non cambia mai tono, Enrico Ameri, Provenzali e Nesti, e poi Ezio Luzzi per la Serie B. Li conosce tutti i radiocronisti, lampi di conforto etereo in mezzo agli abissi della frustrazione quotidiana. I primi tempi li ascolta a casa, poi durante l’intervallo sale sulla Tipo e gira in lungo e in largo, sfidando l’ansia da schedina interrotta soltanto da un cicchetto qua e là. Mario non ha mai fatto il tifo per nessuna squadra, ritiene avvilente rimostrare le proprie emozioni in pubblico. Nondimeno in privato.

Il rito domenicale ha il suo culmine alle diciotto e dieci spaccate: 90° Minuto. Milioni di appassionati si ritrovano davanti allo schermo, ieri pendevano dalle labbra di Paolo Valenti, oggi devono accontentarsi dei grugniti procaci di Bisteccone Galeazzi. Mario si aggrappa a quel pezzo di carta stropicciato, Zizza lo guarda con sdegno, non senza biasimo. «X – 1 – 2 – 2 – * – X – 2 – 1 – 2 – 1 – 2 – X – X»: il montepremi supera i trenta di miliardi di lire, quasi un record. «Speriamo non se li prenda Craxi» sussurra Zizza, «Shhh» fa Mario insolitamente eccitato. Non si raccapezza: è già a quota dodici. A causa di questa diavoleria moderna chiamata «posticipo serale», dovrà attendere le dieci e mezza per conoscere il suo destino: ne uscirà finalmente vivo o prenderà solo una boccata d’ossigeno?

Manca un 1, un fottuto 1 in schedina. Preghi Dio, tutti i santi e anche Gianfranco Zola. La Juventus è una signora squadra, ma il Parma al Tardini non fa sconti a nessuno. Per la prima volta nella vita Mario è costretto a schierarsi, è costretto a tifare: o la vita o una boccata d’ossigeno. Parma-Juve inizia alle venti e trenta, in diretta su Tele +2. C’è Asprilla accanto al tamburino sardo, e non c’è Vialli dall’altra parte. Il Trap fischia e sbraita in panchina, Nevio Scala, il meno esteta della Serie A, osserva compassato. Quando Zola la butta dentro al 38’ Mario ha un fremito, un conato di gioia. Infila la mano nella tasca dei pantaloni, stringe fra le dita cinque miliardi di lire. Al bar da Tonino il tasso alcolico tocca i soliti picchi domenicali. Dopo un secondo tempo nervoso, di sofferenza, Brolin, lo svedese col volto da signorina, trasforma il rigore concesso per un fallo di Porrini su Crippa. Tredici. Per Mario è la vittoria più importante di sempre: 5.549.756.245 lire.

Torna a casa con la testa che esplode di emozioni, trattiene a stento un sorriso beffardo: Zizza ha capito tutto, non c’è bisogno di sprecare parole inutili. «Da domani si continua a fare la vita di tutti giorni» afferma Mario perentorio. Non lo dirà a nessuno della sua vincita, dei suoi cinque miliardi, cinque! Si ricorda la storia di Giovanni Mannu, un minatore sulcitano fotografato a braccia alzate mentre entra nel palazzo del Totocalcio per ritirare i settantasette milioni del suo tredici: erano gli anni Cinquanta. No Mario, tu farai finta di niente. Anche se in città non si parla d’altro e Tzia Zenia ti guarda con quegli occhi da vipera aspettandosi almeno un assegno di ringraziamento. Manco bah da parte tua, Mario.

La Tipo resta ammaccata, le maglie mangiate dai topi, i pantaloni pieni di toppe e le mani grasse di olio motore. Giochi sempre il sistema a due colonne, il sabato sera alle diciannove. Eppure Mario è cambiato dentro, e quando si guarda intorno non vede più persone ma squali, squali assetati di sangue caldo. Il contatto fisico l’ha sempre ripudiato, adesso rigetta anche le braccia di Zizza, che stranamente di uccello ne vuole sempre di più. Aggiri gli sguardi altrui, il mutismo è diventato irreale, quasi come la tua barba trasandata. «Non si può andare avanti così, Mario» t’ha detto un giorno Zizza, per farla tacere hai comprato la cucina nuova e un televisore Sony di ultima generazione. Il vecchio Sèleco è finito nell’album dei ricordi.

Il giorno del compleanno di uno dei tuoi figli c’è tutta la famiglia a casa. Mario odia l’abbraccio dei parenti, il chiacchiericcio che ingombra. I due cognati si guardano intorno, hanno visto la cucina e poi il televisore nuovo. «Manco avessi vinto al Totocalcio» fa uno dei due. Mario ha lo sguardo che uccide, Zizza è un cumulo di lacrime non versate. Ti parte uno schiaffo, senza volerlo. Ma parte. Zola e Brolin ti avevano regalato un sogno, e invece Mario, il sogno l’hai trasformato in un incubo senza via di scampo. Dovevi uscirne vivo, ti stai ammazzando con le tue stesse mani. E poi non ti viene più duro. Perché non provi a comprarti un po’ di felicità?

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