Rassegnazione

Posted on dicembre 17, 2012


Lo vidi mentre scendevo le scale, all’entrata secondaria della stazione nord.
Era seduto sullo spigolo di una panchina del binario opposto al mio, e guardava nella direzione sbagliata, perché da quella parte il treno l’avrebbe sorpreso di spalle.
Irrequieto, mio padre respirava a fatica sotto il bavero della giacca, appesantita dalle chiavi nelle tasche.
Aveva le dita delle mani appese alle labbra, incapaci di restare là dove la testa le aveva messe, e lo sguardo incuriosito e lungo delle maschere africane.

Dalla mia parte si sprecavano i visi noti, cresciuti.
Non prendevo quel treno dai tempi dell’università, ma da qualche giorno avevo ripreso a frequentare la stazione il mattino presto: avevo cominciato un lavoro nuovo a Milano, e insieme al lavoro mi era tornata fra le mani una discreta quantità d’erba.
Nel riconoscerlo ricordo di aver cercato le tasche con le mani e di essere quasi scivolata a terra; di aver attirato l’attenzione di una ragazzina in attesa al binario, appoggiata di schiena al corrimano delle scale. Ricordo il suo sorriso così bene che non avrei difficoltà a disegnarlo anche ora.

Con lo sguardo basso andai a sedermi su uno dei seggiolini rimasti liberi, dando le spalle a mio padre e all’intero binario riservato ai treni per l’aeroporto.
Abbassai la testa, e presi ad esaminare la mia figura riflessa sulla plastica trasparente che proteggeva la pubblicità di uno spettacolo teatrale. Sarebbe arrivato in città prima dell’Immacolata.

Ero elegante: il lavoro richiedeva un abbigliamento sobrio e io avevo amici abbastanza buoni a cui chiedere i vestiti giusti. Anche i capelli erano in ordine, geometrici, appena più lunghi a destra, nascondevano le orecchie più piccole che avessi mai visto su una persona adulta. Come se non fossero cresciute insieme al resto del corpo. Non riuscivo a distinguere l’espressione del viso né le ombre impercettibili che il naso e gli occhiali proiettavano sulla mia pelle. Nell’arancione c’era la macchia scura di mio padre, accanto alla mia ma più sbiadita; aveva accavallato le gambe e infilato le mani tra le cosce per scaldarsi.
Non che lo vedessi.
Ma era facile immaginarlo.

Mio padre amava ripetere quanto ci somigliassimo.
Quando da adolescente avevo scrutato i miei genitori per ravvisare in loro le mie forme, in lui avevo trovato le stesse caviglie fini attaccate a piedi allungati, sofferenti ad ogni sorta di scarpa. Piccoli difetti ossuti e rigidi, che si ripetevano in me e in lui come errori in fotocopia.
Guardandomi, mio padre preferiva vedere se stesso nella regolarità del mio respiro; e l’espressione dura dei miei occhi, diceva, contrastava col nostro animo accogliente.
Non ce l’ho mai avuto un animo accogliente, né le doti diplomatiche dell’accordo. Nessuno di noi due le aveva, era come se ce le fossimo consumate a vicenda, evitando di discutere. A legare me a lui, col passare del tempo, rimaneva solo la finezza degli arti, ridotti all’osso, mangiati giorno dopo giorno da una foga animale; e il piacere morboso per quella luce innaturale degli ospedali che illuminava la cucina di casa nostra. Luce che, a mio avviso, rendeva me molto più bella di lui.

Ad un tratto la macchia scura d’arancio si schiuse, ne nacquero due finissimi nastri ai lati, e le sue dimensioni cambiarono. Era lunga ora, filiforme, pareva un taglio nel muro.
L’altoparlante della stazione annunciò il treno diretto a Malpensa in arrivo al binario uno.
Mio padre si accese una sigaretta e rispose ad una telefonata, entusiasta.
La sua voce si stagliava sulle altre, si mangiava le parole nell’impeto di dirle tutte. Rideva, rideva forte.
«Lucia!» disse, mentre dall’altra parte del telefono qualcuno aspettava.
Non mi girai. Potevo sempre non essere io.
«Lucia!» fece di nuovo, questa volta avanzando dalla banchina verso la buca dei binari, perché fosse certo che la sua voce mi raggiungesse.
La fessura scomparve lasciandosi alle spalle altre ombre. Il manifesto scolorò. Solo in quel momento notai che quell’arancione monotòno era l’ombra compatta della folla in attesa del treno.
Mi voltai.
Mio padre si sbracciava, col telefono e la sigaretta stretti tra le dita e il palmo della mano destra. La stessa che aprì per salutarmi. Gli riuscì di trattenere il telefono ma la sigaretta finì tra le rotaie.
Il treno ci divise, indugiò con le porte aperte qualche minuto, poi com’era venuto se ne andò.

Apparve in cima alle scale. Con la cornetta che suonava tra le mani mi guardava.
«Lucia. Dove vai?»
Mi fece segno di aspettare a rispondergli. Mentre avanzava parlava al telefono, a monosillabi. Andava su e giù con la testa e con le ginocchia, come quegli uccelli grandi che s’alzano a fatica e pesano sulle zampe. Lo guardavano tutti.
«Ciao, d’aaaccordo. Ciao» ripeté sottovoce, accomodando una cantilena viscida, con la cornetta attaccata all’orecchio e le mani libere di cercare una limetta di cartone in tasca.
«Allora!» Mi baciò sulla guancia, tenendomi la testa fra i palmi. Poi cercò di abbracciarmi ma fu un tentativo goffo, come se tra me e lui ci fosse un materasso gonfiabile.

Mi ricordai delle cinque del pomeriggio, di quando a casa nostra le domeniche cominciavano a sbiadire, e del suo fastidio incontenibile per il patologico bisogno di contatto che mio fratello dimostrava nei suoi confronti. Accampava scuse, diceva che Carlo aveva sempre le mani nelle mutande o alle prese con il naso mucolento. Che suo figlio doveva tenere le mani a posto, perché lui non voleva essere toccato.

«Finalmenteee!»
Arretrò e costrinse la ragazza del corrimano a staccarsi dal muro e cambiare posizione. Se ne accorse e mi guardò.
«Cosa ci faaai qui?»
La cantilena non se ne andava, era nasale come il verso delle creature malvagie delle fiabe di Andersen.
«Vado al lavoro.»
Mmh. Si accese un’altra sigaretta. Lima e sigaretta. Nella stessa mano.
«Vado al lavoro; un’amica cercava una sostituzione per una sua collega che non poteva essere presente per tutti e quattro i giorni del forum, così l’ha chiesto a me. Lavoro per un’azienda dell’Alto Adige. Scendo a Repubblica, poi la gialla, ci metto un’oretta. Sì, è comodo, c’è la mensa interna alla sede. È bella, ha l’erba sulle scale, l’ha progettata Renzo Piano. Fammi fare un tiro.»
Era il primo dall’ultima volta che ci eravamo incontrati, prima dell’estate. Ma lui sapeva distruggere le miei abitudini solo con la sua presenza. Succedeva solo con lui.
«Grazie.»
Respirai. Ma non ci fu tempo.
«Ti pagano?»
«Abba…»
Rise.

Stavo dicendo che sì, mi pagavano abbastanza, e che uno stipendio era sempre meglio di nessuno stipendio. Prima o poi avrei smesso di prelevare trenta euro alla volta.
Non avevo più il giro di prima, quando i soldi che facevo con l’erba mi bastavano da soli fino al venti del mese. Avrei avuto bisogno di tempo. A trent’anni richiede tutto più tempo.
Gli ripresi la sigaretta dalle mani.
Mio padre bagnava il filtro con le labbra, era una cosa che non sopportavo.
Bagnata o no, non ero nemmeno sicura di volerla davvero, era un gesto per cambiare postura. Far scorrere il peso da un piede all’altro.

«Tua madre?»
Il treno era in ritardo di dieci minuti, controllai che il tabellone lo riportasse.
«E Carletto! Tu non sai Carletto. Uhhh.»
Gli suonò di nuovo il telefono. Spalancò la bocca e gli occhi e assunse l’espressione dello sfiancato. Lo faceva quando lo chiamava mia madre o sua madre. Zittì il telefono e continuò.
«Mi ha confessato che non usa il preservativo, perché non riesce ad infilarselo. Ma si puooò. Ci saranno delle misure immagino. Che imbranato.»
Sorrise espirando appena.
Voleva approvazione, ma io non avevo niente da dargli.

Mi si era aperto in faccia un sorriso che non volevo avere. Erano i nervi del viso che, da sgonfi che erano, all’improvviso scattavano come tiranti e sollevavano le labbra, le guance, la collinetta morbida del sopracciglio che perde così tanto sangue quando il colpo è di quelli buoni. Tiravano tutto su, verso le plafoniere sozze e piene d’insetti della stazione.
«Tuo fratello è proprio un pirla. Lascia le scatolette vuote sui comodini. E quella? L’hai vista lei?»
Annuii. Sì, li avevo visti insieme, una sera d’estate. A dirla tutta era stato Carlo a vedere me, a frenare di colpo in mezzo alla strada, a scendere dall’auto con le braccia già stese in un abbraccio per accorciare le distanze. Me l’aveva presentata. Era prima che partissero per le vacanze. Non l’avevo più sentito.
«Ah sì e com’è? Grassa?»
«Ha fatto la maturità quest’anno.»
«Mmh.»
Il telefono ricominciò a vibrare, vibrò tutta la banchina e sentii le porte del treno aprirsi, le gonne strisciavano a terra trascinandosi appresso un pugno di foglie secche.
Lo salutai. Lui annuì più volte al telefono, stava già da un’altra parte.

Mi alzai dal seggiolino.
Diedi un’ultima occhiata al manifesto con tutto il treno dentro e le ombre che lente divenivano un puntolino scuro. Salii sul vagone, muovendo dritta verso un sedile libero accanto al finestrino, che dava verso il centro del binario.
Da lì potevo vederlo ancora. Seduto e irrequieto.
Per un attimo pensai a come sarebbe andata se lui mi avesse notata. Se mi avesse chiamata, se ci fossimo fermati a parlare. Cosa mi avrebbe detto, come la sua piccolezza questa volta mi avrebbe guastata.
Vidi gli occhi accendersi, il suo corpo schizzare in piedi. Spuntò la delusione di avere sbagliato lato, il tentativo di correre verso il mio stesso convoglio, la certezza chiara fin da subito che non sarebbe riuscito a raggiungerlo.
Poi il treno partì.
E non ci fu abbastanza tempo per la rassegnazione di entrambi.

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