La seconda giornata del campionato locale

Posted on gennaio 11, 2013


Sul cronometro mancavano trentasette secondi, dopo i novanta regolamentari che avevano inchiodato la gara sul tre a tre. Dodicesima giornata del campionato locale, che poi voleva dire una zona imprecisata a ovest della frontiera. Il campionato era giocato soprattutto da immigrati del vecchio continente. Italiani, polacchi, tedeschi, irlandesi. E una squadra di nativi, che non si sarebbe mai detto, ma giocava maledettamente bene, e faceva strizzare gli occhi dal sudore e imprecare di una rabbia faticosa i vecchi europei. Per qualcuno c’entrava l’evoluzione della specie e il fatto di sentirsi in fondo parte di una razza creata per dominare. Realizzare sul proprio fiato corto che non fosse così, faceva avvampare di una vergogna che spesso terminava in sputi e insulti alla polvere.

Mancavano trentadue secondi e le partite si giocavano la domenica su un campo di terra battuta; era delimitato da due reti metalliche dietro le porte, tirate su con vecchi pali del telegrafo. Nessuna protezione ai lati. Da lì, il pallone poteva correre sul pianoro per chilometri prima di trovare qualcosa che lo fermasse.

Ancora venticinque secondi e la gara si giocava tra le due squadre appaiate in cima alla classifica. I saldatori portoghesi della fabbrica contro la formazione di casa. Undici aborigeni dalle pance tese come tamburi che a vederli così avresti scambiato per un branco di alcolizzati. E in effetti fino a poche ore prima li trovavi in giro caracollando. Poi, non si sa come, a metà mattinata stavano lì in piedi, in mezzo al campo, con le bocche aperte a digerire l’eccesso di alcol della notte.
E finivano sempre per vincere.
Vatti a sapere.

Intanto mancavano diciannove secondi alla fine dell’incontro e João Fereira detto Zazà, stava a centrocampo, coi suoi diciassette anni di magrezza attaccati alle costole. Era la prima volta che lo lasciavano giocare e ne avrebbero volentieri fatto a meno, se non fosse che in cinque erano usciti zoppicando tra le bestemmie. Quando il vecchio Fernando scaracchiò a terra e, senza guardarlo, si era maledetto nel dirgli di entrare in campo, Zazà pensava che stesse parlando con qualcun altro. Solo una sberla dietro la nuca gli spiegò che ce l’aveva con lui. Così, a tre minuti dalla fine, fece il suo ingresso sul terreno di gioco.

Mancavano quindici secondi e João Fereira detto Zazà stava all’ombra di un grande aborigeno, come sotto l’ombra di una sequoia millenaria. L’aborigeno gli sorrise. Un sorriso impressionante senza denti che diceva Provaci a muoverti, tu provaci solo e poi vedrai. Ma Zazà non si lasciò impressionare perché era cresciuto con una nonna che era molto peggio di qualsiasi aborigeno sdentato.

Così, quando mancavano tredici secondi e il pallone nel cielo si confuse col cerchio del sole, non se lo fece ripetere due volte, Zazà, e prima del suo cervello, già le gambe sapevano quel che dovevano fare. L’aborigeno voltò il tronco di sequoia e si vide João Fereira a sei metri di distanza correre come un fulmine verso la palla che stava per atterrare.
«Non la prenderà mai», pensò l’aborigeno. «È troppo alta. Gli rimbalzerà davanti e finirà chissà dove».
Invece Zazà sporse il piede con delicatezza e lo lasciò morbido. Il pallone si adagiò come su una vecchia pantofola e rimase lì. João gli fece un fischio e la palla lo seguì come uno di quei cani senza padroni che a volte ti vengono dietro per un isolato o due. Per tutti i santi se correva quel ragazzino. E la palla gli rimaneva appiccicata al piede.

Dieci secondi e dalla panchina si vedeva il vecchio Fernando che berciava e lo minacciava di sfondargli il culo a calci se sbagliava. I compagni, immobili, da lontano guardavano il ragazzetto correre. Non gli avevano mai rivolto mezza sillaba. Eppure lo sapevano, in quella terra di immigrati, quanto facesse male stare senza parole imparate da bambino. Eccome se lo sapevano. C’erano passati prima di lui. Ma a loro nessuno aveva fatto sconti, e loro non ne avrebbero fatti a nessuno. A meno che non avesse segnato, il ragazzetto magro. Come hai detto che si chiama? Bò, io non ho detto niente.

Insomma, prese il pallone e corse verso la porta, Zazà, il piccolo João Fereira. La porta lontana, enorme e spalancata. Che ad ogni passo si avvicinava sempre di più, metro dopo metro. Come un pesce appeso alla lenza. E più si avvicinava, e più quei pali di telegrafo diventavano alti, la traversa si allungava. A dismisura. Una lunga trave sospesa sul deserto da un capo all’altro dell’Australia.
È enorme ­– pensò –, è davvero la cosa più grossa che abbia mai visto. E non smetteva più di crescere. Stava diventando talmente grande che ovunque avesse tirato il pallone, quello sarebbe entrato di sicuro. Non c’era verso che non fosse così. Poi si accorse di un puntino minuscolo, che rimaneva con le gambe magre e storte al centro della ragnatela a fare da baricentro alla sua pancia tesa e tonda.

Un insetto insignificante imprigionato nella rete. João evitò l’intervento di un difensore e, scartando verso il centro, saltò anche l’ultimo: arrivò al limite dell’area di rigore e lì sollevò il piede; un attimo appena prima di calciare sganciò lo sguardo dal pallone per tirarlo dritto davanti a sé. La porta si rimpicciolì; si ritrasse come il guscio di un paguro sulla schiena del portiere. E il portiere, lui, cominciò a crescere. Divenne più grande. L’insetto insignificante diventò enorme, mastodontico, gigantesco, e riempì il cielo. Avrebbe potuto prenderlo tra due dita e gettarselo alle spalle come un pizzico di sale, o soffiarlo via facendolo ruzzolare per mezzo continente.
Il vecchio Fernando bisticciava con alcuni santi. Si vedeva che stava per lasciarci le penne da un momento all’altro, ma non voleva chiudere gli occhi. Secondo me ce la fa. Chi, il ragazzetto? È già tanto se non si caga addosso. Vedrai.

João Fereira smise di respirare per un tempo breve che a lui sembrò lunghissimo, strinse i denti, e lasciò che il piede schiaffeggiasse la palla con tutta la forza che aveva.
Nel momento in cui il pallone si staccò dalla scarpa, il portiere si sgonfiò e la porta riapparì alle sue spalle. Caspita che botta. Non può prenderla. Dio ti prego fa’ che entri. Ti prego Dio fa’ che non entri. Te l’avevo detto che ce la faceva. Salta, porco mondo, salta! Aspetta a dirlo.

«Ecco, lo sapevo», pensò il portiere. E rimpianse di non aver fatto l’attaccante.
Il tiro aveva un lieve effetto e virò leggermente.
João e tutta la squadra portoghese inclinarono la testa verso destra per spingere la palla nell’angolino. I dieci aborigeni inclinarono la testa verso sinistra per rallentarne la corsa. Il pallone invece fece di testa propria e finì in uno schianto fragoroso contro la traversa che si spaccò in due e cadde alle spalle del portiere terrorizzato.
Joao non si mosse; non si mosse nessuno.

La palla ridiscese nel silenzio surreale, rimbalzò sulla linea di porta e la superò.
Ci voltammo allora tutti verso l’arbitro ricorda il vecchio Fernando – e lo vedemmo lì, steso a terra con la lattina che lo aveva colpito in testa accanto a lui. Chissà da dove diamine era piovuta. Scoppiò un pandemonio; una rissa coi fiocchi. Voglio dire, al giorno d’oggi non se ne vedono più di robe così. Ragazzi, ci divertimmo come matti.
«Come ti chiami, ragazzo?»
«João…»
«Vai, João, dacci dentro!»
Gli avevano parlato in portoghese, lo avevano chiamato per nome.
João Fereira detto Zazà era contento e si buttò a pesce in mezzo alla zuffa.

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