Chiudi

Posted on marzo 8, 2013


Chiudi.
Chiudi tutto. Sento l’aria che filtra. Un poco sopra il mio sopracciglio sinistro la pelle s’increspa e va a incorniciare un foro di qualche millimetro che ancora non ne vuol sapere di sanguinare.
Chiudi. Chiudete tutto fuori. Non fate entrare nient’altro.
Fa freddo. Dovrei almeno provarci a coprire il buco, ma la mano destra non risponde, forse paralizzata dalla pallottola conficcata in un cuscino di neuroni.
Ancora non sanguino.
Chiudi, ti prego, aiutami. Chiudi tutto fuori, non lasciare entrare il freddo.
Tappo il foro con un polpastrello della mano sinistra, ma lo sento ancora. Il freddo mi è entrato dentro, non sono stato abbastanza veloce, così ora lui è con me, a farmi rabbrividire a ogni movimento del capo, a ricordarmi cosa c’è fuori, e quanto sono ridicolo, e fragile, e stupido.
Brutto coglione, che cosa ti aspettavi con una pallottola in fronte?

Sollevo la testa dal cuscino, spero di vederci un po’ di sangue, e che quel sangue mi dica che sono ancora vivo, almeno per un poco.
Niente.
Mi alzo e mi reggo in piedi, muovo qualche passo e sono in bagno, lo specchio mi guarda e mi dice che il foro c’è ancora, è ancora lì e fa entrare tutto quel freddo dentro di me. Il freddo di un altro giorno, un freddo palpabile.
La mano destra penzola inerte. Me la dovrò portare così fin nella tomba, e quasi preferirei mi avessero lasciato monco. Perché le cicatrici si rimarginano, quelle sì, e una volta persa la mano te la dimentichi, oppure te ne fai impiantare un’altra  artificiale, oppure un bell’uncino, che fa tanto duro. E invece la mia mano c’è ancora, mi costringe a guardarla, e a ricordare.

Avevo quindici anni la prima volta che misi piede in un negozio di liquori. Non dovevo comprare nulla, non ero là per far provviste per la festa del liceo, non avevo un documento falso da sventolare veloce sotto il naso del commesso thailandese. Non era l’alcol che mi interessava, avevo già chiuso con quella robaccia da almeno un paio d’anni.
Ricordo che era la prima volta che facevo una cosa del genere. Da bravo stronzo avevo saltato tutta la fase di preparazione e mi ero presentato davanti al commesso con un sorriso, la faccia pulita, e una rivoltella lucente con tamburo a sei colpi a farmi da traduttore.
Diceva: «Sai già cosa fare, amico, quindi caccia fuori senza troppe storie».

Il thailandese di storie non ne voleva fare, anzi, mentre infilava le banconote in una busta gialla, sembrava stesse impacchettando qualche libbra di carne e un po’ di uova per la frittata della nonna. Doveva ormai essersi abituato agli stronzetti che come me si divertivano a scassinare il mondo con una pistola. Poteva avere diciotto anni, come poteva averne trenta, per quel che ne sapevo. Sì insomma, lo sapete, quella gente sembra avere sempre la stessa età, anno dopo anno, finché di colpo, quando raggiungono la cinquantina, si fanno vecchi e accartocciati, con la pelle che si aggrappa al cranio per non cadere sulla canottiera.

Persi per un attimo di vista il thai. Il mio sguardo si era impigliato in un disegno sopra la busta, dove un cuoco baffuto sorrideva e un fumetto diceva: «È sempre un piacere servirvi». Mi scappò una risata nervosa, il commesso sembrò non farci caso. Non aveva l’aria dell’eroe, ma non era nemmeno spaventato, quindi meglio stare in guardia.
Quando la busta fu piena, feci segno al thai di legarne le estremità e di allungarmela con entrambe le mani. Il thai obbedì. Non mi guardò in faccia nemmeno per un momento. Forse era la tensione, ma ricordo che in quel momento provai un lampo di puro rispetto per quel ragazzo, al punto che estrassi qualche mazzetta e gliela porsi. Lui sorrise e intascò fiero la sua ricompensa.

Dopo quella volta le cose sono sempre andate lisce. C’è da dire che non sono mai stato un rapinatore a tempo pieno. Solo qualche colpo ben fatto quando mi servono soldi. Mai pianificato di metter su famiglia, né tantomeno di trovarmi una casa migliore della topaia dove…
Ah, ma perché continuo a pensare a ‘ste stronzate?
Quello che conta, ora, è che dovrei essere morto. Invece sono ancora su questa terra, a gironzolare come uno stronzo, con un buco a lato della fronte che fissa il panorama di sbieco come un terzo occhio progettato male.
E fa sempre freddo.
Merda.

Jackie doveva essere il compagno perfetto, quello di cui ti potevi fidare, quello a cui magari, a fine corsa, avresti anche lasciato in eredità il gruzzolo che ti eri messo da parte. Così me lo avevano presentato. Io di compagni non ne avevo mai voluti avere, e a ben vedere avevo ragione. Ma nei primi tempi Jackie recitò la sua parte così bene che arrivai quasi a pensare di potermi fidare di lui.

Doveva essere un colpo facile, ma avrei dovuto capire fin da subito che c’era qualcosa di storto. Quello stronzo di Jackie aveva passato tutta la fase di progettazione a dire roba del tipo «non ti preoccupare, faccio io questo, faccio io quello». Non mi ci è voluto molto a capire che mi stava pigliando per il culo. Quello che invece non capii, fino a un secondo prima di aprirgli la testa in due, era il perché. Perché quel «compagno perfetto» era così nervoso, che cazzo gli prendeva? Era un colpo da nulla, un banale furtarello in una profumeria, una delle tante tappe intermedie.

Per fortuna, oltre alla solita carabina, mi ero portato dietro la mia vecchia pistola, la rivoltella della prima rapina, ed era carica. Così, quando la tizia dietro il bancone cominciò a smanacciare in direzione di Jackie, e quello mi strappò di mano il mio 8 millimetri cromato, non impiegai troppo a levarmi di tasca la rivoltella e a piazzargli qualche scheggia nella pancia.

Il resto sembra non essere mai accaduto realmente. Nella mia memoria non c’è traccia di quegli istanti. Solo qualche foto sbiadita, che forse mi sono inventato di sana pianta. Jackie che rotola sul pavimento macchiando le piastrelle col suo sangue infame, l’allarme che prende a ululare da una parete all’altra del negozio, quella puttanella della commessa che si mette a correre, inciampa, invoca aiuto. In una foto ancora più sbiadita, quasi in bianco e nero, Jackie si volta di colpo, le sue dita stringono il mio fucile. Fanno fuoco. L’immagine che completa l’album mi raffigura di spalle, il braccio teso, la canna della rivoltella che esplode le quattro pallottole rimanenti direttamente nel cranio di Jackie…

Ma dev’essere tutto frutto della mia immaginazione.
La realtà è che non ricordo un cazzo di niente.
Per questo ora dovrei essere morto, Jackie mi ha colpito alla testa e io sono crollato a terra. E ora ci sarà qualche poveretto, due o tre amici della vecchia compagnia che non chiamo da anni, e forse i miei genitori, a salutare con sollievo l’ultima delle loro sofferenze.
Sì, dev’essere andata così.
Perché altrimenti non ci sarebbe questo buco, e non farebbe così freddo.
Chiudi.
Chiudi tutto fuori, ti prego.

Ci ho provato una vita intera a chiudere il mondo fuori da me, e fino a poco fa credevo di esserci riuscito. Ma ora il mondo chiede vendetta e cerca di entrarmi dentro a forza, sfondandomi il cranio come le mie pallottole avrebbero dovuto fare con quello di Jackie. Jackie il compagno perfetto. Jackie il traditore. Deve essere stato lui a farmi fuori, e l’ultima immagine, quella in cui io lo finisco, non è mai esistita. Forse adesso è lui ad assistere al mio funerale, magari c’è solo lui. Lui e il prete.
Quel bastardo di un prete me lo immagino: il libro aperto sotto l’ombrello, le pagine umide piene di parole mai veramente lette, mai veramente comprese. Il prete che parla, che dice che la mia anima verrà accompagnata dove merita, a bruciare gli ultimi eterni istanti di penitenza.

Il foro ancora non sanguina.
Cosa devo fare?
Sono costretto a vagare così in eterno?
E perché mi sento così leggero?
Qualcuno mi ha detto che la gente di solito muore e scompare, ma che qualche volta rimane ancora un po’ in giro a finire le proprie faccende.
Mi allontano dal bagno e la casa è vuota, come è sempre stata. Solo che ora fa freddo. E immagino che accendere il riscaldamento non servirebbe a molto.
Sembra ridicolo da dire, ma mi sto annoiando.
Esco.

Fuori la temperatura non cambia. Non c’è vento, non c’è sole. C’è solo gente che corre, parla al telefono, mi urta. Cado a terra e il marciapiede mi calcia nel culo. Fa male. Mi sento un po’ più vivo, ma forse è un effetto collaterale. Mi frugo in tasca, la mia sei colpi c’è ancora, e stranamente è calda. Trovo anche tre proiettili sfusi, sono caldi anche questi. Faccio uscire il tamburo, li calo lentamente negli alloggi, richiudo il tamburo. Qualcuno si ferma a fissare la scena, ma quando alzo gli occhi riprendono tutti a camminare e schizzano via, lontano da me. Poveri stronzi, sapete solo aver paura.

L’unico posto in cui mi viene in mente di andare è l’ospedale. Se davvero ho sparato a Jackie, lui dev’essere finito là, e se non è così, posso trovare qualcuno che almeno mi dica se sono ancora vivo. E se devo passare la mia vita tra le sbarre o da qualche altra parte.
L’atrio è quasi vuoto, e veramente in pochi sembrano notare il buco che ho in fronte, di sicuro meno di quelli che hanno visto l’arma che penzola dalla mia mano destra. Inorridisco. La mia mano destra? È tornata a funzionare. Stringo le dita attorno al manico caldo.

Mi avvicino all’accettazione.
«Jackie…» dico.
Una faccia stranita.
«Jackie» dice la rivoltella. È sempre più brava di me a comunicare.
«Quarto piano».
«Merci» dico e imbocco le scale.
Dunque Jackie è vivo. Non sarà difficile trovare la sua stanza, sarà la sola con i poliziotti di guardia.

Nel corridoio fa freddo e nell’aria si muove l’inossidabile odore degli ospedali, un olezzo di piscio e di vita che appassisce. Due poliziotti sorvegliano la stanza 25. Mi faccio avanti.
Nessuno di loro sembra riconoscermi. Il primo lo faccio fuori a bruciapelo, appoggiandogli la canna alla nuca. L’altro invece riesce a indietreggiare. La pallottola lo manca e finisce per piantarsi nel pavimento di linoleum. Non c’è tempo, il poliziotto è a terra e a me rimane solo una pallottola. Mi accanisco sulla testa, la prendo a calci con il tacco della scarpa, dopo qualche decina di colpi l’agente perde conoscenza.

Jackie è a letto. La testa sorretta da troppi cuscini, la pancia coperta da un bozzolo di bende, il naso intubato e collegato a una macchina che emana un russare metallico. Sul suo volto non ci sono ferite, e lo stronzo sorride. Il sorriso beato dei bambini e degli angeli. Un sorriso che non appartiene a un infame, un sorriso rubato.
Alzo la pistola e gliel’avvicino alle labbra. È calda, ma lui non la sente. In quel momento visualizzo un’ultima foto, e l’immagine ora è nitida. Ci sono io, di spalle, la schiena leggermente inclinata sopra il letto, dal mio braccio teso la canna esplode l’ultimo colpo.

Non riesco a vedere Jackie, ma so che è morto. Non vedo nulla, in realtà, perché tutto si è fatto buio. Istintivamente porto due dita alla fronte. Cerco il buco, lo trovo, qualcosa di viscido lo ricopre.
Sanguina, finalmente.
Fuori fa ancora freddo.
Ma è un freddo diverso.
Un freddo che non può più entrare.

Annunci
Messo il tag:
Posted in: racconti