Fenomenologia di un circo triste

Posted on giugno 6, 2013


Dalla finestra del terzo piano vedeva il Circo: era tondo, era bianco, era rosso. Di giorno, sembrava un accampamento nomade circondato da roulotte scassate, mandrie di bestie esotiche, urla di scimmie e barriti d’elefanti, che si diffondevano nella città nelle mattine più silenziose. La notte, quella plastica e quel ferro galleggiavano nell’oscurità come un’astronave aliena piena di luci, avvolta dall’odore di sterco e zucchero filato.
Lei era ballerina del Circo da un anno, ma un infortunio l’aveva costretta a un riposo forzato che durava ormai da molti mesi; così le giornate passavano alternandosi tra noia e fisioterapia.

Quella domenica mattina, la primavera iniziava a far sentire il suo calore e un leggero vento mescolava l’odore delle patatine fritte alle note del Requiem di Mozart. Sul tavolo della cucina aveva disposto quattro bicchieri in maniera geometrica, in modo da formare gli angoli di un quadrato, un vassoio di pomodori freschi tagliati a fette e una bottiglia di vino. Mentre sistemava con cura quattro cucchiai e quattro forchette, ripensava alla domanda che il suo uomo le aveva rivolto la sera precedente: «Se i cani di razze diverse possono accoppiarsi tra loro, e anche gli equini, i felini e molti altri animali, per quel che ne so, l’uomo lo potrebbe fare con una scimmia? Ci pensi? Sarebbe un business per i nostri show. Per il mio Circo! T’immagini che potenza mediatica? La notizia farebbe il giro del mondo. “Partorito il primo uomo-scimmia”. Con il parto in diretta streaming dalle stalle, ovvio».

Nonostante questa domanda nella sua testa e il Requiem nella stanza, guardandosi allo specchio si rese conto di indossare una maglietta troppo stretta e una gonna troppo corta per un pranzo tra colleghi. Dalla strada sopraggiunse però un ruggito cavernoso di bestia, che la distolse da quei pensieri.
Il campanello suonò tre volte.
Corse a stappare una bottiglia di vino, e poi aprì la porta. Entrò un cucciolo di tigre albina con un collare laccato d’oro decorato da una miriade di gemme di plastica rossa. Era tenuto al guinzaglio da Rock, un’ammaestratrice di felini di grossa taglia, multitatuata, capelli ossigenati, occhiali scuri e una giacca grigia grinzosa indossata con disinvoltura.

«Ma come ti sei vestita? Sembri una cameriera… A questo punto servici da bere, a me e al mio tigrotto…» ordinò Rock mentre calciava al muro una pallina da tennis rosa.
La Cameriera riempì di corsa una scodella d’acqua e un bicchiere di vino. «Non perdermi la pallina, che ci sono affezionata… Me la regalò mio padre quando ero piccola… Ecco l’acqua per il tuo cucciolo e un bel Chianti rosso per te.»
«Cucciolo un cazzo, potevi dargli anche un po’ di latte! Che ti manca, il latte?» disse Rock ridendo sguaiatamente mentre fissava le protuberanze che emergevano dalla maglietta della Cameriera.
«Ok… prenderò un po’ di latte. Ma tu lo senti questo odoraccio?» disse l’altra aprendo il sacco della monezza.
L’alito del cucciolo di tigre sapeva di carne cruda, formaggio e carie. Stirò le zampe prima di accucciarsi, lasciando il calco degli artigli sul parquet. Appena socchiuse gli occhi, il campanello suonò con un trillo prolungato.
«Chi è il genio che sveglia così la mia tigre?» chiese Rock abbassando gli occhiali scuri sul naso.

La Cameriera si affrettò ad aprire la porta, per poi tornare in un baleno al forno, chiamata dall’odore di pollo bruciato che stava invadendo l’appartamento. Questi suoi rapidi movimenti le avevano fatto risalire la gonna elasticizzata lungo le cosce, scoprendole quasi totalmente.
Rock appiccicò la gomma da masticare sotto al tavolino basso, mentre la testa del Vicino spuntava dalla porta. Urlava «micio, micio, micio… micio, micio, micio… Avete visto il mio micio? Micio sei qui? È entrato il mio micio?»
«Che cazzo strilla?» disse Rock, giocando con la coda del tigrotto.
«Ci sente male, è per questo che grida, non riesce nemmeno a sentire la sua voce.»
«Avete visto il mio micio? Micio…»
«No, qui non è entrato nessun gatto. Il portone era chiuso» disse la Cameriera.
«Sicuri? Certi? Giurate?»
«Sì, sì sono sicura. Come vedi c’è solo questo dolce tigrotto.»
«Tigrotto un cazzo. È una tigre!!» ribatté Rock scrocchiandosi il pollice della mano.

Il Vicino venne distratto all’inizio dal sedere della Cameriera, poi dalla bottiglia di vino. Muoveva la testa come se seguisse un pendolo con lo sguardo, prima di cadere in uno stato di ipnosi.
«Came, il sordo vuole il vino. Dagli un bicchiere.»
La Cameriera gli versò il vino e tornò al suo pollo carbonizzato.
«Dài sordo, mettiti a sedere cinque minuti e non ti preoccupare di quel cazzo di micio. Vuoi insegnare a un felino come si vive? Rilassati…» disse Rock.

Il Vicino si accomodò sul divano guardando controluce il color rosso sangue del vino. E in quel momento, rapido come un lampo, entrò nell’appartamento il micio, che si infilò silenziosamente in bagno. Nessuno se ne accorse, tranne il tigrotto.
Rock sfilò il collare dorato al tigrotto e iniziò a giocare con il guinzaglio facendolo roteare sulla mano. Il Vicino scolò il bicchiere tutto d’un fiato.
«Came, altro vino per il Vicino. Muoviti su…» disse accarezzandosi l’addome su cui era tatuata una testa di pantera che ruggiva contro una testa di tigre e la scritta “In quale bocca metterò la testa?”.
La Cameriera riempì di nuovo il bicchiere del Vicino e fissò il tatuaggio di Rock. «Che vuol dire quella scritta?»
«Came, ma non capisci un cazzo. Lo sai o no che durante gli show con i felini, oltre che farli saltare nei cerchi infuocati, metto pure la testa dentro la loro bocca? Beh la scritta vuol dire: stasera quale bestia avrà un alito decente? È sempre una questione di scelte la qualità della vita.»

Il Vicino guardò nuovamente il fondoschiena della Cameriera. Rock si tolse gli occhiali e vide che  l’altra, nel buttare il pollo bruciato nella pattumiera, stava mostrando una buona parte delle sue mutandine tigrate.
«Came, secondo me il collare ti starebbe benissimo» disse Rock.
Il viso della Cameriera diventò completamente rosso e il Vicino con aria entusiastica si alzò dal divano. «Dài, te lo metto io, così per provare, vediamo come ti sta.» Spostandole i capelli le agganciò il collare al collo, facendolo aderire completamente alla pelle.
«Came, sembra fatto apposta per te. Perfetto… Ora corri in cucina che se no scuoci pure la pasta, cazzo» disse Rock e versò ancora vino al Vicino, mentre il tigrotto albino con movimenti annoiati si dirigeva lentamente verso il bagno.
«Came, facciamo restare il Vicino a pranzo? Chi altro deve arrivare?»
«Il  Nano con l’Americana, ma l’Americana è in forse. Ieri ha avuto un ascesso…»
«E quando cazzo arriva il Nano? Ho fame. Dammi qualcosa da mangiare.»
La Cameriera allungò il vassoio con i crostini, il Vicino e Rock iniziarono a trangugiarli.

Dalla strada, il suono di uno scooter ruppe il suono delle mandibole che masticavano.
Rock si affacciò al davanzale con la bocca piena di fegato. «Anche se ha il casco, credo sia il Nano…»
Il Nano aveva un mega scooter nero con lingue di fuoco disegnate sulle fiancate, a ogni semaforo rosso scendeva mettendolo sul cavalletto per non perdere l’equilibrio. Il casco era sproporzionato rispetto al suo corpo. Per l’occasione, indossava una tutina azzurra dell’Adidas con un giubbotto di pelle rossa,  l’apparecchio dentale che splendeva in mezzo al suo viso grasso.
«Ma come cazzo si è vestito… Comunque l’Americana non c’è, le sarà esploso il dente in faccia» disse Rock.

La Cameriera aprì il portoncino di casa e tornò in cucina a scolare la pasta. Il Vicino si scolò il suo quinto bicchiere di vino. «Miciooo, miciooo…» chiamava  mentre continuava a fissare le tette della Cameriera.
In quel momento entrò in casa il Nano. «Ma quella tigre legata all’ingresso di chi è? Ho rischiato di essere sbranato.»
«Tigre? Non sarà mica il mio micino?»
«Ma quale micino? È una tigre siberiana di 300 kg legata all’ingresso del palazzo.»
«Mica potevo portare anche la mamma in casa. Dove cazzo la mettevo? E poi non è siberiana, è albina… Nano!»

«È pronto!» annunciò la Cameriera. Ma non appena si chinò per appoggiare la pasta ai funghi sul tavolo, sentì due mani sul sedere.
«Hey Vicino, com’è il culetto della Cameriera? Sodo?» disse Rock, dando un colpetto sulla spalla del Nano.
La Cameriera provò a togliere quelle mani, ma il Vicino la afferrò stretta e la piegò sul tavolo.
«Cazzo, Cameriera il nostro Vicino sordo ti ha messa a pecora. Nano è così che si dice, vero?» disse Rock togliendosi la giacca e accendendosi una sigaretta.
«Però ora deve belare…»
«E pensare che io l’avevo scambiata per una mucca…» rise Rock.
«Ma dimmi la verità: la tigre albina l’hai fottuta al Capo. È la solita del Circo…»
«Ascolta Nano, quello stronzo del Capo mi deve un anno di stipendio. Ora, cazzo, mi tengo la tigre e il suo cucciolo. Quando mi paga gli restituisco tutto il pacchetto felini… Mica è divertente avere a che fare tutte le sere con l’alitosi di queste belve. Su, Vicino… toglile quelle cazzo di mutandine tigrate… che voglio ridere, cazzo…» disse Rock allacciando il guinzaglio al collare della Cameriera.
«Ma te non puoi privare il Circo del suo spettacolo più potente, ci metti tutti in difficoltà. Sei una stronza. La solita stronza… Non lo sai che c’è la crisi anche sotto il nostro tendone di plastica?!»
«Hai pure il cervello, allora! Un cervello nano ma pur sempre un cervello… Ascolta, Nano, crisi o non crisi il Capo mi deve i miei stipendi. Che cazzo di Capo è sennò… Ho addestrato quelle bestie come se fossero le mie figlie ma non voglio finire a mangiare la loro merda per colazione. Te lo ricordi il Clown? Non aveva manco più i soldi per scolarsi il Fernet. Adesso beve piscio di scimmia e dorme insieme ai facoceri. Aveva dato tutto per quel cazzo di Circo. Bella vita, cazzo…»  e con un colpo di braccio Rock fece inginocchiare la Cameriera. «Cazzo Vicino, neppure le mutandine hai tolto alla pecorella?!»

Il Nano frugò nella tasca della tuta tirando fuori un paio di occhiali da vista. «Ormai non ci vedo più niente.» Poi, con un balzo saltò sulla schiena della Cameriera. «Rock mi fai fare un giro panoramico del salotto in groppa alla pecora?»
A quelle parole, Rock tirò il guinzaglio e la Cameriera iniziò a insultare tutti quanti. «Toglietemi questo Nano dalla schiena, stronzi luridi…»
«Hey, mica si trattano così degli ospiti. Ci inviti, bruci il pollo. Ora ci insulti pure…» Rock prese la pallina da tennis rosa e gliela ficcò tutta in bocca. «Ecco ora la tua pallina è al sicuro nella tua boccuccia, così non la perdi… Cazzo.»
«Rock, sembro un cowboy?» domandò il Nano mentre Rock faceva avanzare la Cameriera per la stanza, scuotendo il guinzaglio.
«A me sembri un nano motociclista in tuta con gli occhiali da notaio frocio di provincia.»
«Frocio non me lo dici. Sai che puoi dirmi tutto, ma frocio proprio no…»
«Chi me lo impedisce? Il regolamento interno del nostro Circo del cazzo?»
«Sono nano, e va bene! Sono motociclista, e va bene! Ma frocio no!»
«Allora, se la metti così ci vuole la dimostrazione. Che sei nano si vede, che sei motociclista l’ho visto, ma che sei un etero del cazzo chi me lo dice?» esclamò Rock accarezzando la testa della Cameriera.

Il Vicino seduto sul divano beveva il vino direttamente dalla bottiglia, osservando la scena. Rock spinse la pecorella sul divano, mentre il Nano prendeva un piccolo sgabello e lo posizionava giusto dietro al sedere della Cameriera. Poi ci salì sopra. «Così ci arrivo…» disse strappandole di colpo le mutandine.
«Visto, caro Vicino, come si fanno a togliere? Rock, ma lo sai che la Cameriera scopa da sei mesi con il nostro Capo? Non lo sapevi eh?!»
«Che cazzo dici? A parte che è il tuo di Capo, non il mio… Ma ripeto, che cazzo dici?» sbottò Rock togliendosi la giacca. Prese i capelli della Cameriera tirandole su la testa. «È vero quello che dice il Nano? Sei la signora del Capo del Circo? Sei la signora di quello stronzo che tiene in cassetta i soldi del mio cazzo di stipendio? Quello che vuole far accoppiare le scimmie con gli umani?»
La Cameriera mugolò, spalancò gli occhi, fece no con la testa, la pallina da tennis era troppo grande per farle proferire parola.

«Bene Nano, mi fido di te. Ora, fammi vedere se sei un nano frocio o un porno attore» disse Rock tirando due schiaffi sulle chiappe della Cameriera.
In un baleno, il Nano si tirò giù la tuta e mostrò con aria fiera un palo enorme che competeva con i migliori negri dei filmini. «Faccio da battistrada…»
Rock fece forza sulla testa della Cameriera, spingendola proprio in mezzo alle gambe del Vicino. «Came, è meglio se non vedi, certe cose impressionano…» Il Vicino scolò l’ultimo goccio di vino e mise le mani tra i capelli della Cameriera. Il Nano affondò il suo palo con un colpo da biliardo, mentre la Cameriera ansimava a ogni colpo.
«Rock allora… sono frocio?»
«Voglio metterglielo in bocca» gridò il Vicino.
«Che cazzo urli, sordo del cazzo! Mica te lo meriti, sai… Ora non rompere il cazzo che voglio autografare le chiappe di questa pecora e mandare un messaggino al caro Capo nostro…» disse Rock tirando fuori un pennarello nero indelebile dalla giacca.
«Raramente ho scopato pecore del genere…» farfugliò il Nano completamente sudato.

In mezzo a quell’aria pesante, un miagolio stridulo e prolungato arrivò dal bagno. Il Vicino, che aveva ormai i pantaloni calati e il baco di fuori, si alzò di scatto. Quattro passi soltanto e inciampò sui calzoni, che gli erano arrivati ai piedi. Dal bagno uscì il tigrotto albino con il muso tutto colorato di rosso e in bocca una coda di gatto.
Il Vicino iniziò a urlare «Micio, micio!!!» e il suo urlo diventò animalesco davanti alla visione del corpo del suo micetto ridotto a poltiglia di ossa e pelo masticato, proprio alla base del water. Il Vicino agguantò il tigrotto per le zampe e gli spappolò la testa sbattendola più volte sullo spigolo del tavolo.
Rock non si era accorta di niente, aveva finito proprio in quel momento di scrivere sul sedere della Cameriera, quando vide il Vicino fuggire di corsa dall’appartamento, e il cadavere del tigrotto nella pattumiera accanto al pollo bruciato.
«Quello stronzo ubriaco, sordo del cazzo» disse Rock, mentre il Nano continuava nella sua opera con gli occhiali appannati e la tuta intrisa di sudore.

Il Vicino scese due rampe di scale ondeggiando sotto gli effetti dell’alcol, aveva ancora il baco fuori dai pantaloni. Si fermò davanti alla tigre albina, un felino di dimensioni enormi, legata con una corda al corrimano delle scale, distesa pacificamente sul pavimento di graniglia. «Ora ti libero e ti porto dai tuoi amici del Circo!!» urlò con l’aria di quello che aveva un piano perfetto, con la vendetta nel cervello inzuppato di vino. Sciolse i tre nodi che la tenevano legata, e prese la corda in mano, provando a condurla sulle scale come se fosse la Cameriera.
La tigre albina indurì i suoi muscoli, eccitò il sangue e dette al suo sguardo un orribile splendore. Con un movimento rapido e leggero, accarezzò la testa del Vicino e poi chiuse le fauci, staccandola di netto dal suo corpo. Ruggì ferocemente. Salì le scale seguendo l’odore del proprio cucciolo. Entrò nell’appartamento. Ruggì nuovamente. L’alito sapeva di carne avariata, formaggio e carie.

In casa non ci fu neppure il tempo di gridare, e i corpi furono dilaniati.
Il Circo fu chiuso. Il Capo del Circo si disse sconvolto per l’accaduto, ma tranquillizzò tutti i dipendenti dicendo che non si sarebbe fatto scoraggiare, che presto avrebbe riaperto con un nuovo e memorabile spettacolo fatto da scimmie e uomini. La tigre albina fu uccisa dalle forze dell’ordine.
Un cronista di provincia sottolineò, citando qualcuno, che quando un uomo ammazza una tigre, lo chiama sport; quando una tigre ammazza un uomo, la chiama ferocia. Sul luogo della tragedia furono trovati occhiali scuri, brandelli di tuta sudata e un pezzo di carne con una scritta: “Il buco del culo del mondo sei tu”.

Annunci
Messo il tag:
Posted in: racconti