Parole

Parole è una sorta di quintessenza dello spirito poetico. Si sviluppa seguendo una direzione casuale e caotica. S’accresce dei commenti di chiunque sia in grado di farli. S’affida alla laboriosità di scrittori e lettori per non morire lentamente tra atroci sofferenze.

Hesterno, Licini, die otiosi  /  Multum lusimus in meis tabellis

Faites-les-taire. Ils m’ennuient

77 Responses “Parole” →

  1. orpello_

    aprile 6, 2012

    Oggi, per il funerale del mio amico gesù, svegliandomi con le budella contorte mi son guardato allo specchio è ho pensato che sì, questa cosa del “sembra tu abbia qualcosa da nasconderci” pur che fosse una cazzata lasciata a macerare giù da quelle parti, aveva ormai raggiunto il piloro, sommo guardiano del senso buono; perciò ho deciso di radermi, dando così sontuoso risalto alle violacee lunette che sottolineano da quasi sempre gli occhi. Ho anche deciso che avrei mangiato leggero, estivo quasi, pur sapendo che il sole proprio non c’era, e che era giusto una scusa bella e buona. Non credevo che salutare una barbona alla fermata del bus, una che mi scrocca ogni giorno monete e sigarette riempiendo spesso i miei vuoti cinque minuti d’attesa con una capacità strabiliante di dire niente – attenzione, il punto non è che non dica nulla, questa donna mi pare riesca davvero a dire il niente! – con cadenza ammaliante, potesse essere un segno di volgare indifferenza; evidentemente il suo cappotto albicocca con pelo d’istrice al posto del collo avrebbe dovuto allertarmi circa un suo effettivo bisogno di attenzione spassionata, e per questa volta i soldi se li è beccati un pakistano. La pizza al trancio mi piace, specie se è bassetta e non molliccia, mentre i sandali quelli proprio no, non riesco a pensarci senza vedere dell’ omosessualità latente; sembra una perversione, ma credeteci, ieri ho passato la serata a spiegare ad un peruviano che secondo me gesù coi froci problemi non ne aveva, ma più probabilmente gli stavano sul cazzo i sapientoni sudamericani che adesso tanto bene gli portano, e che la bestemmia è probabilmente l’ultima istituzione d’una democraticissima purezza rimasta in dono agli italiani, ci lascino almeno quella; intanto io continuo a tenermi la mia puzza di piede sudaticcio, anche perché il polpaccio gialloviolaceo coi sandali non si abbina per nulla. E poi lo so che non parlo molto, ma non perché non mi piaccia: è che davvero non mi serve, non riesco a sviscerare e gironzolare che sulle vostre di cose, mentre le mie se ne restano sempre lì, appigliate al piloro. Quando vedi un’anatra che s’affanna vicino ad uno scarico per mangiare chissà quale schifezza di colore e forma improbabile, allora sì che puoi ringraziare di avere un bel bradipo.

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  2. Non è che Marco non riesce a dormire perché sente l’agitazione montargli dentro. È piuttosto una strana piattezza incolore che lo costringe a tenere gli occhi spalancati, fissando il buio. Eppure lui lo sa – ne è certo – che avrebbe tutti i motivi di questo mondo per percepire il rantolo dell’ansia snodarsi tra i polmoni e lo stomaco. Glielo hanno chiesto tutti negli ultimi giorni, Come va?, Sei agitato?, Ti senti pronto? Marco accende la luce. Un antico assioma di famiglia tramandato di generazione in generazione dice che quando non si riesce a dormire è inutile continuare a provarci, rigirarsi incessantemente nel letto sfibrando la stoffa ruvida delle lenzuola. È stata sua nonna la prima a renderlo partecipe di questo segreto, dettato dal sano buon senso, quel sentimento che soltanto le famiglie che furono contadine e mezzadre riescono ancora a costudire. È inutile restare nel letto, bisogna alzarsi, impegnarsi in qualche attività – poco importa se futile e banale –, l’importante è uscire dal letto e muovere i muscoli. La luce giallastra rimbalza tra i quattro muri angusti del monolocale. La stanza è completamente spoglia, non c’è nulla appeso alle pareti, non ci sono mobili che interrompono il susseguirsi geometrico delle assi del parquet. Marco va in bagno e si siede sul water. Piscia e poi cerca di cagare, ma sa che deve prepararsi ad una lunga attesa, in modo da risvegliare il turbinio dello scarico. Avesse almeno una rivista da sfogliare.

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  3. Orpello

    luglio 17, 2011

    Mentre camminiamo insieme per le strade, i parcheggi e questi stanchi viali d’alberi che crescono con irresponsabile precisione intorno al nostro passaggio affamato, non provo nemmeno per un istante il desiderio di guardarti; e siamo vecchi, e la solitudine e la malinconia del nostro avanzare fianco a fianco rimbalzano come ombre in questo buio tra le gambe dei balconi che penzolano nel vuoto. Ringhiere riflesse e allungate ingarbugliano i nostri passi, e mentre tu giochi a sfuggirgli muovendo con eleganza i tuoi piedi esili e lunghi, penso a quel che sacrificheremmo pur di non sentire il rumore di quei passi e del nostro ansimare, a come vorremmo imboccare alla prossima svolta due percorsi diversi, imprecando pietosamente l’uno verso l’altro. La mia testa è pesante e zuppe le spalle, e penso al tuo collo bianco e fine, tendendo il filo d’assenza che ancora ci unisce e ci fa girar la testa e noi pure giriamo con lei. Passiamo la locanda di BeppeU’Cugghiune che cambia nome e colori alla sua triste insegna un paio di volte al mese, e penso a quando mi hanno spiegato che poi, in realtà, lui tanto fesso non è, e sconta solamente un tondo gonfiore di quand’era bambino; ormai se lo porta addosso con disinvoltura questa essenza di testicolo ambulante, ed in mezzo a queste vie vuote che si diramano tra finestre di tende abbassate e tram spopolati in cui nemmeno conduttore e controllore si fanno compagnia, sento come se avessi dimenticato le mani e anche i miei piedi, come quando il sonno me li ruba e nasconde, lasciandomi solo della nostalgia a nulla legata perché poco in me. In tutto questo, quella piccola storia non posso raccontartela; apro la porta che ormai è mattina.

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  4. Alla Snai Enrico scommette solo su partite singole. Cerca i risultati con la quota più alta sul tabellone e ne sceglie un paio che, secondo lui, hanno qualche remota possibilità di realizzarsi. Ogni tanto punta pure su un cavallo, ma lo fa senza convinzione, soltanto perché quando era al liceo leggeva Bukowski e anche perché i trenta schermi ammassati l’uno sopra l’altro nella sala della Snai trasmettono ininterrottamente cavalli al trotto. La Snai del quartiere è in via Dalmazia che si chiama via, ma in realtà è un vicolo perché ci puoi arrivare solamente girando a destra dopo la pizzeria Bella Napoli ed è una Snai identica a tutte le altre. Il signor Fiorentini non accompagna mai Enrico a scommettere. Dice che il suo dottore glielo ha vietato, perché non può rischiare di avere emozioni forti e improvvise – per via del cuore che ormai è quello che è –, dice, e anche perché dentro quel posto la gente se ne fotte dei divieti e tutti fumano in sala come fosse dieci anni fa e a me manca un polmone, me ne è rimasto solo uno e me lo tengo ben stretto. Enrico invece crede che sia per via degli immigrati che il vecchio non ci mette mai piede. Alla Snai del quartiere c’è una colonia fissa di cinque clandestini e quattro barboni, magrebini per lo più, ma quando arriva il freddo e la pioggia il gruppo triplica e riescono a raggiungere tranquillamente la ventina. A dire il vero ci sono anche molti barboni italiani là in mezzo, ma questo il Fiorentini non lo sapeva, perché Enrico non gliel’ha mai detto. A lui piace starsene da solo alla Snai e fissare il mutare delle quote sugli schermi neri.

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  5. Orpello

    aprile 9, 2011

    La rassegnazione è un sentimento mediocre, ma piuttosto interessante; un grosso sacco di farina, di quelli di tessuto lucente d’ un bianco robusto, viene appoggiato in un angolo, abbandonato nell’ attesa di un nuovo futuro interesse. Lì, rigonfio di semplice disponibilità, osserva l’ammassarsi indistinto che viene a circondarlo, e tende al massimo le proprie fibre pur di conservare una discreta autonomia. E poi succede che, per sfortuna o perfidia, il suo equilibrio venga disturbato; un piccolo foro si insinua tra le cuciture che ricamano lo spigolo basso, ed un lieve silenzioso ruscelletto polveroso comincia a scorrere lentamente verso il pavimento. Il sacco, dapprima incosciente, inizia ora con molle lentezza a sgonfiarsi, accartocciandosi su sé stesso senza provocare il minimo fruscio. Li avesse, i suoi occhi sarebbero vuoti ma consapevoli, le braccia distese lungo i fianchi con fermezza. Di labbra non potrebbe certo volerne, non ha bisogno né di parlare né di sorridere. Mentre si racchiude in un ultimo disperato abbraccio, dimentica del tiepido sole che filtra dalla finestra aperta sulla parete opposta, che certo non può asciugare l’acqua che gonfia le tavole, creando una putrida poltiglia grigiastra. Stupido uomo: il sacco è da gettare, la farina marcescente.

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  6. è già il futuro ed è già passato

    dicembre 11, 2010

    Buio pesto, ovvio è presto, anzi no ho gli occhi chiusi.
    Tabula rasa, è così che tutto è cominciato: aprire gli occhi e doversi domandare prima dove si è: ma dove caz20 sono? e poi, solo dopo un pò di angosciante silenzio spaesante, ma chi sono?
    Domande elementari, cosa sono? la bypasso, quello era un esercizio mattutino quando avevo 17 anni, sono abbastanza umano.
    Abbastanza perchè parlo ma ho una mano sola; come se una mucca fosse una mucca se avesse una gamba in meno, mai viste comunque, e si chiamasse uzoccolo.
    Sono un umano senza una mano, al buio e senza precise memorie o coscienza di se, il cui cervello da solo trasforma il silenzio in ricordi sbiaditi di diciasettenne e di mucche tutte rigorosamente con 4 zoccoli.
    Senza memoria ma con ricordi affioranti, sono un controsenso. I pensieri si susseguono senza fatica ma solo alcuni vengono registrati, già non mi ricordo cosa facevo a 17 anni, ma mi ricordo di averli avuti, come se fosse ieri, ma probabilmente è solo perchè non ho nessun ricordo tra quel tempo ed ora.
    Potrei guardare orologio e calendario ma non cambierebbe alcunchè, uno smemorato è senza tempo, può essere di qualsiasi secolo indifferentemente.
    La mia mente vergine e la mia fervida immaginazione non mi impedirebbero certo di credere di aver viaggiato nel tempo, che ora è?ora come ora è ininfluente.
    Irrilevante, come il fatto di non avere una mano, se almeno avessi un tatuaggio col mio nome, sarebbe tutta un’altra cosa, quello si che è geniale.
    Ma poi che succederebbe se fosse il nome che so, della mia fidanzata? quanti problemi ne subirebbe la mia ancora intonsa sessualità? potrebbe anche essere il nome di mio padre morto con cui avevo un rapporto conflittuale… cercherei di suicidarmi per non emularlo senza nemmeno sapere se lui si sia suicidato?
    Potrei averlo ucciso io, ed ecco spiegato perchè sono in questa dannata situazione, ho ucciso mio padre e mi hanno cancellato la memoria per punirmi, e restituirmi candido alla società. Solo che io l’ho scoperto supponendo quanto geniale sarebbe farsi un tatuaggio se si hanno problemi di memoria, o anche solo di paranoia sulla possibilità di averne. Oppure qualcuno mi ha indotto dei ricordi non miei.
    Il mio linguaggio, mi dico, dovrebbe dirmi almeno di che epoca e nazionalità io sia… ma essendo la lingua preimpostata è difficile analizzarne le caratteristiche è difficile riconoscerla, è semplicemente l’unica che io sappia, non ho termini di paragone è puro automatismo…
    O se invece fossi appena nato e questi fossero i miei primi ragionamenti? potrei essere un neonato prodigio oppure un neonato comune, nessuno ricorda i suoi pensieri da neonato, e se già fossero così assurdi?
    Chiunque io sia e sia stato, tornerò a dormire, magari nei sogni mi sentirò più me stesso.

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  7. Quetzalcoatl

    maggio 11, 2010

    Apologia d’un florilegio: oscilla nell’aria l’ordalia, fendente pendente sul capo reclino. Al buio tasto il mattino…

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  8. novantadue

    maggio 11, 2010

    avete la mia parola, non resterete delusi

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  9. “Se vicino alle rovine del tempio Maya del dio del vento, di fronte a questo fragoroso spicchio d’oceano, erigerete una pala eolica con valenza estetica il dio del vento diverrà per voi il dio della luce, dell’acqua calda e del risparmio energetico. ” Così parlava il sacerdote dell’elemento impalpabile, nell’atto magnanimo e disinteressato di convertire energie e masse.

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  10. 3

    Mi diceva queste cose sempre e soltanto ad un’ora impossibile della notte, in cucina, intento a prepararmi una tazza di tè bianco giapponese proveniente da una nota drogheria di Santa Margherita Ligure, avuto in regalo da una certa Adelina. In generale amava farsi portare tisane, erbe, profumi dai viaggi delle sue conoscenze – non moltissime, tutto sommato. Questo era un gusto che non gli apparteneva. Ma non è che fingesse, ci si educava. E raccontava di un burro di karité artigianale che aveva avuto il privilegio di poter provare più volte, prodotto da una famiglia di africani parigini (e viceversa) amici di un’amica. Mi diceva queste cose nel pieno di se stesso, dopo avere bevuto e fumato a sufficienza: su di lui, però, probabilmente faceva effetto soprattutto la notte, la fiducia e la notte, insieme alla qualità della festa appena terminata. Tutto quello che diceva, ed il suo linguaggio del corpo, avevano una radice misteriosa e semplicissima: in questo era esattamente come tutti gli altri.

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  11. Qui, oggi, ora siamo tutti riuniti per celebrare il funerale dell’Individualità particolare.
    Non piangete, Mesdames et Messieurs, che sono sicuro che è andata in un posto migliore; è tornata lassù leggera, fluttuante ed eterea nel mondo delle idee, dove può ritrovare le sue gioiose compagne giocose perdute. Ma no, non intendo asserire che si sia lasciata morire, cosa state insinuando inquirenti? “Stiamo solo facendo il nostro lavoro, non ne abbia a male.” “Cosa volete sapere quindi?” “Si drogava? Prenderva antidepressivi? Sonniferi?” “Orge, credo, signore.” “Cosa intende per orge? Vuole insinuare che la signorina individualità particolare era lasciva oltre ogni misura?” “Voglio insinuare che la signorina individualità particolare è stata stuprata e sodomizzata da un brutto ceffo in passamontagna nero. E da allora non si è più ripresa” “E chi sarebbe questo furfante? E che vuol dire che non si è più ripresa?” “Vuol dire che da quando lo Stato democratico ha stuprato l’individualità particolare, quella, bé quella, non era più la stessa donna, era cambiata. Era come ninfomane. Non riusciva nemmeno a mangiare senza burocrazia statale. Era completamente assuefatta dai meccanismi fiscali, elettorali, rappresentativi, mediatici, giornalistici, scandalistici da non poterne più vivere senza”. “E qual è secondo lei la causa della morte?” “ Bè gliel’ho già detto. Non era più se stessa. Era diventata un televisore via cavo gigantesco” “Sta scherzando, vero?” “Mi colpisse un fulmine se non sono serio”. “Bene ci ha già detto tutto. Al, uccidilo”. “Cosa? Ma sta scherzando?” “Gliel’ho già detto, nulla di personale, è solo lavoro. Nessuno deve sapere che l’individualità particolare è morta. Sarebbe la catastrofe altrimenti, lo capisce? Ci sarebbero scioperi, rivolte, insurrezioni; esattamente come durante un regime” “E invece il vostro non è un regime?” “Ma certo che lo è, è un regime di democrazia. E lo sai pure te che si fonda sul fatto che ogni persona crede di essere un individuo unico, particolare, pensante, importante. È per questo che non si rivoltano fino in fondo per quanto possiamo essere dei ladri. Quelli credono ciecamente di averci eletti loro.” “E invece non è cosi?” “Ma stiamo scherzando? Ahahahah. Pensi davvero che…..ah ah ah. Ah; Uccidilo, svelto.” Bang.

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  12. nel limbo in balia dell'oblio

    gennaio 9, 2010

    Eravamo appena scesi dal pullman quando lucy bestemmiando decise di andare a quell’osteriola anche solo per un drink soltanto, per poi tornare a casa e recuperare il tempo perduto in quei mesi lontani facendo tutto il sesso che avevamo per tutto quel tempo solo sognato. Entrammo nel bugigattolo ancora infreddoliti e ordinammo qualcosa, non ci vedevamo da secoli e sebbene l’atmosfera non fosse delle più accoglienti la conversazione protraendosi a lungo ci tenne nel localino fino alla chiusura. Era l’una o giù di lì e fuori il vento gelido non si era certo ingentilito ma ormai l’alcol ci aveva immunizzato, facendoci dimenticare di sentirci sfiorati dall’aria sferzante, trasformando l’alito notturno in una brezza sopportabile, quasi carezzevole.
    Il freddo ci digrignava i denti e ci accapponava la pelle ma eravamo troppo presi dai nostri ricordi e discorsi e baci per accorgerci che la nebbia stava sconvolgendo le cose offuscandole, inglobandole in un indefinito marasma di echi di luci di fari e lampioni lontani e soffusi.
    Guardando verso l’alto non riuscendo a distinguere i contorni delle cose era come se fossimo in un limbo sconosciuto e la delicata pioggia che aveva appena iniziato a colarci addosso pareva quasi sospesa a mezz’aria ad aspettarci tanto che l’impressione che suscitava era che stessimo noi andando, pur restando immobili, contro la pioggia in una specie di fascio ascendente come levigate statue avvinghiate in una levitante fontana marmorea risucchiata dalle nubi quasi il tempo riavvolgendosi intorno a noi condensasse l’umidità palpabile dell’aria e facendola rimbalzare sui nostri corpi la respingesse verso l’alto in finissime colonne erette per sostenere e gonfiare la conformazione confusa del mare di nuvole che pareva permeare e assorbire i confini delle cose e con leggiadra prepotenza lacrimando, rovesciandosi in rivoli volteggianti incastonava l’indefinito in luccicanti gemme accecanti nei nostri occhi acquosi e lucidi.
    Isolati dal resto del mondo, in una brillante bolla di spazio, invisibile per la spessa e densa nebbia, sembrava che il tempo frinisse come un esercito in groppa a grilli lanciati al trotto, le gocce ghiacciate a contatto con la pelle scandivano il ritmo del momento ma ci giungevano senza lividezza, ovattate anch’esse dalla vaporosa coltre adagiata su ogni cosa, scossa e cesellata da zigzaganti arzigogolati fiumi di fumo.

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  13. Brrrrrrrr….

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  14. Quetzalcoatl

    dicembre 7, 2009

    – Gavello –
    Il fatto è che ci credeva, sino in fondo.
    Probabilmente non tanto per questioni partitocratiche, quanto piuttosto per quella boriosa saccenza che lo contraddistingueva. Quel suo essere maniacalmente al di là ed al di sopra delle parti e dei sospetti.
    Un uomo meschino, per dirla tutta.
    Refrattario a qual si voglia osservazione, ben inteso, avanzata con garbo.
    Con lui era da escludere ogni tipo di contradditorio. Non c’era alcuna contraddizione che egli potesse ammettere nel suo ragionamentare.
    Il fatto, ribadisco, è che ci credeva. E ciò lo rendeva tanto più insopportabile.
    Finì col creparci di quel suo credo.
    Un credo asfittico, d’una boriosità marcia nelle sue stesse radici.
    Ci finì per morire solo e solitario, come il peggiore dei randagi pulciosi.
    Ci morì di stenti.
    Non una gran morte, francamente, come del resto non lo fu la sua vita.
    Emise l’ultimo respiro incatenato ad un vecchio tronco di faggio.
    Cencioso e sbraitante, a chi capitava d’udirlo, pareva di percepire l’essenza della sua boriosità.
    “Io sono Gavello”, diceva, “e Gavello ci muoio, alla faccia di quel dio che non ha nemmeno il coraggio di sciogliere questo doppio nodo”.
    Gavello morì, sicuro d’averla giocata a dio in persona ingannandolo col doppio nodo d’una logora corda.
    “Il Signore” disse ricolmo d’orgoglio qualche istante prima di morire, “non è in grado di sciogliere il mio nodo”.

    Il diavolo tentò più volte di giocarsi a carte l’anima di Gavello con dio. Ma Egli a lungo rifiutò, “in fondo”, diceva il Signore al diavolo, “è solo un doppio nodo. Il giorno che lo scioglierà, sarà tua la sua anima”.
    Il diavolo ebbe di che rallegrarsi. Ma Gavello morì, con il doppio nodo intatto, pensando bene d’averla giocata a dio in persona.

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  15. Non è la Pioggia che mi ferma,ma non è neanche lo splendore del Sole che con i suoi raggi tenui porta sollievo a chi lo sente.
    Cosa allora provoca contentezza e spensieratezza?
    Forse una bella giornata di sole primaverile,il roseo candore dei petali di un mandorlo?
    Forse il continuo volare incessante di uccellino dalla coda biforcuta?
    O forse una triste e cupa giornata di pioggia?
    Il vento spazza via ogni cosa con la sua imponente violenza;la Pioggia batte forte sul lastricato della strada.
    La gente ha paura,timore!!!
    Se tutto ciò è “natura” perchè provare angoscia durante una giornata piovosa?
    Perchè sento più forte il bisogno di non andare quando la Pioggia prevale sul Sole?
    Perchè il grigio cielo mi affascina più dell’azzurro e del candido biancore di distanti nuvole?
    Perchè penso che il mondo non mi voglia?
    Sono un puntino lo so,ma vorrei essere qualcosa di più e forse lo sono in quanto se da una retta, che è un incessante susseguirsi di punti all’infinito,togliessimo quel puntino,la retta non sarebbe più retta e perderebbe la sua definizione in quanto tale,quindi so di appartenere a qualcosa di stabilito e predefinito di cui non posso essere privato ma penso anche che chiunque potrebbe prendere il mio posto e allora a cosa serve essere brillanti ed appire per come non si è?
    Non ha la stessa valenza un puntino grigio,come il cielo che oggi mi sovrasta ad un puntino convenzionalmente nero?
    Imparo a conoscere me stesso ma non vedo un lume di speranza,un qualcosa che anche per poco mi faccia comprendere i perchè dei miei molteplici interrogativi.
    Mi scorsero alla vista degli uccelli.Perchè volano con il vento e la pioggia?
    Sicuramente cercano riparo.
    Potevano essere loro la scintilla che mi avrebbe portato a darmi almeno una risposta.
    Avrei potuto rivedermi in loro:libero.
    Volare anche sotto la pioggia,senza il timore di bagnarmi le piume,senza il timore di farmi sballottolare dal Vento nei punti più lontani del Cielo.
    Allora forse è LIBERTA’?
    E’ la libertà che io cerco.
    Ma libertà di cosa?
    Non è libertà di rientrare a casa tardi,
    Non è libertà di poter mangiare ciò che più desidero,
    Non è libertà di uscire sotto la pioggia,
    Non è libertà di viaggiare,
    Non è libertà di pensare,
    Non è libertà di fingere,di piangere,di odiare,di voler bene.
    So di che libertà sono privo: non ho la libertà di essere me stesso!!!
    Il vento soffia ancora impetuosamente portando sino al mio viso gocce di pioggia che continuano incessanemente a cadere su quel lastricato per poi lasciarsi delicatamente trasportare da una sciocca discesa che la porterà ad amalgamarsi e a formare un’unica soluzione.
    Singole gocce,singoli individui, andranno alla fine a giacere assieme senza la possibilità di poter essere nuovamente ciò che sono stati in quell’attimo di caduta.
    Allora non sono neanche come la Goccia di Pioggia che tanto mi affascina.
    Non credo che alla fine di un qualcosa verrò accomunato al “mondo”.
    Se ciò accadrà vorra dire che non ho vissuto come veramente avrei voluto!!!

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  16. Quetzalcoatl

    ottobre 8, 2009

    – Di ritorno –

    Scema lento il bisbiglio della sera.
    Rum e coca, avvinazzato barcolla ma non cede.
    Esco or ora da un sogno.
    Una lunga lunga strada, una palizzata alla destra ed una alla sinistra, centinaia, che dico, migliaia di diramazioni, anch’esse, ovvio, a destra ed a manca.
    E volti. Milioni di volti.
    Sornioni e famelici, tristi e ridenti, muti ed urlanti.
    Scene imbarazzanti, da baraccone, tragicomiche, pompose ed insieme d’importanza vitale.
    Piombo d’improvviso nella stanza buia e accaldata.
    Scuoto e percuoto.
    – Amico – chiedo, -sai mica che ora si fanno?-
    L’amico ruota per un poco il tozzo collo ed indica un aggeggio riposto su un ripiano d’un armadio. Le due.
    Il nuovo giorno già vagisce afono.
    Infastidito dal turpiloquio avviato dal ratto incedere del tempo, mi distacco.
    Un sogno, penso, frammisto a realtà.
    Errori burleschi d’un infanzia perduta, o chissà, l’adulto incespicare ed errare.
    Piego il tempo, e lo metto via, riposto donde ne venne.
    Piccolo scherzo dell’Io che ci fece a sua somiglianza.
    – Ebbene? – Mi chiedo…
    L’eco secco della domanda svilisce nello strapiombante silenzio.
    Me ne capacito solo in parte. Piego e ripongo accurato.
    Mi alzo, inchino, riverisco e vado via.
    Qualche rumore qua e là mi accompagna nell’incedere lesto.
    E’ solo il mormorio leggero della notte, penso, assopendomi piano nel letto…

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  17. collettivomensa

    ottobre 7, 2009

    collettivomensa si scrive collettivomensa 😉

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  18. mascherateo

    ottobre 6, 2009

    La natura che soffre a causa dell’uomo.
    Cos’avrò mangiato?
    Notte di quasi luna piena. Quasi l’uniche in cui di questi tempi valga la pena uscire, quelle che ne manca tanto poco che te ne accorgi appena.
    Saran state le sei e il chiarore della luna stava iniziando a sbiadirsi con quello freddo del mattino nel quartiere giamaicano di londra quando tra pile di mattoni rossi con di bianco legno infissi spiai una volpe che si aggirava guardinga. guardingaggirandosi lei seppur attenta colsila nell’impudico gesto tutta intenta.
    Cos’avrà mangiato?
    Si vide, immortalata in tal frangente, la fece ancor più molle, d’onor si denudò.
    Ecco, mi passa di colpo la sbornia in uno sguardo si rischiara la giornata, in un’ istantanea colgo lo scandalo che venderò con un pajo di ritocchi e un pajo di righe dal titolo.

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  19. Orpello

    ottobre 5, 2009

    Accidiosa, sin troppo banale…guardo annoiato quei mesti tavoli argentati mentre il mio stomaco si contorce di ragù avvinazzato…Ascolto proclami e pompo le vene, scaraventando qualche parolina timida ma decisa che sprofonda nell’ indifferenza degli altri, sfumando indisturbata tra aloni rossogrigianti…Chiacchierone bavoso, tonda groppa, almeno ti prego non sbavarmi la zuppa…la pianto lì, purtroppo si sa la sorte è dura, è un peccato, domani vento gran sole forse piove..di nuovo?Se avessi potuto interrompere il traballare delle sue pernacchie, con concentrazione potrei ora raccogliere i frammenti del pomeriggio…La sera è gialla di strisce orribili e macchie. Odora, fragranza di appassimento, un briccone murato da facce contorte dal fondo della strada; sono polemici, enciclopedici. Si proiettano i nervi sullo schermo irreale, ci sarà tempo, ne sarà valsa la pena. Sono forse in diritto di sorridere?

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  20. Nonostante il sole ed il caldo, continuiamo la nostra opera incessante ed incoerente di divulgazione pseudo-paraletteraria, proponendovi questo spunto. Il blog da cui è tratto è AMilanoNonFaFreddo (N.B: potete addirittura cliccare sul collegamento ipertestuale evidenziato dal malevolo colore rosa, se vi va).

    “E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno
    non trovatelo naturale.
    Di nulla sia detto: è naturale
    in questo tempo di anarchia e di sangue,
    di ordinato disordine, di meditato arbitrio,
    di umanità disumanata,
    così che nulla valga
    come cosa immutabile”.

    Ecco, io lo trovo molto bello. O forse importante, non bello. Lo ha scritto Brecht, nel 1930, che per lui (e un po’ per tutti) era proprio un periodaccio. E mi ha ricordato le streghe del Macbeth quando all’inizio, proprio nelle prime righe, saltellano tra tuoni e lampi declamando “Fair is foul, foul is fair” – con tono possibilmente tra il concitato e il gracchiante -. E tutta quella storia dell’ordine politico che si riflette sull’ordine del creato e che, in sostanza, se rinchiudi dei bambini nella torre di Londra perchè la loro esistenza ti infastidisce, ci sta anche che la civetta canti di giorno (ma questo non c’entra, anzi, c’entra, ma è un altro plot).
    Sì insomma, magari ti interessava sapere che sei autorizzato a trovare innaturale anche ciò che sembra essere diventato la regola.

    Rettifico: non è che tu sia proprio autorizzato, però se ci fai un pensierino, possibilmente in silenzio e senza testimoni, non credo possa succederti niente.

    (Ah, si intitola “L’eccezione e la regola”, l’opera di Brecht)

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  21. Ulteriore segnalazione. Un’altra poesiola per i nostri lettori, addirittura poesiola tra le vincitrici del concorso Subway 2009 (Stiamo conformandoci ai giudizi di gusto legittimo?) Comunque si intitola Mietitrebbie ed eccola qui:

    restituite dalle acque troveranno
    mietitrebbire, erpici rotanti
    incastrati tra le rocce
    degli scogli, carcasse
    di autocarri
    col nome ancora appeso
    al parabrezza

    le crederanno macchine da guerra

    e poi, al largo,
    necropoli subacquee
    di biciclette
    e polipi giganti
    aggrappati ai campanili

    la pianura padana
    di nuovo sommersa dal mare
    e la strada che ora ci congiunge
    sarà una lieve increspatura
    del fondale

    Agostino Cornali

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  22. una piccola sala cinematografica
    con scomode seggiole in legno, incise da nervose unghie, da chiavi che promettevano amore eterno, dai bottoni sulle tasche dei jeans.
    Lo schermo non è altro che un telo ingiallito dal tempo, ed oramai piegato dalle mille storie che gli si sono poggiate addosso.
    Se siedi nelle ultime file puoi sentire ancora il rumore della macchina da presa, se siedi nella prime film puoi contare i pixel che creano l’ immagine.
    Il suono ti si schiaffa in faccia, dritto grezzo e gracchiante.
    La gente siede composta, molto composta, quasi come fossero militari in posa, la distanza tra i sedili non permette di fare altro.
    la clientela di questa piccola sala è alta ed è bassa, magra e grassa , sono maschi e sono femmine,e così il magro spera di non trovare l alto davanti, il magro di non trovare il grasso a lato, lui vorrebbe appoggiare entrambe le braccia sui braccioli ed ancora l uomo spera di non trovare una coppia sia di fronte che a lato, sul lato si sentirebbe imbarazzo, sul fronte dovrebbe praticare uno slalom con la sua testa per seguire le immagini.
    a meta film fanno una pausa, si chiama fine primo tempo, la gente spesso si alza per sgranchirsi le gambe.
    il biglietto è di carta, a volta è rosa a volte è verde e la cassiera si lecca le dita per strapparlo.
    la porta è in vetro con maniglie in ottone rovinato, sul vetro ci sono varie pezzi di poster si vecchi film che si sovrappongono l uno al altro.
    Prima di entrare in sala il biglietto te lo straccia lo stracciabiglietti, lui conosce tutti i film, i registi e gli attori, spesso recita battute del film, sempre dopo aver stracciato i biglietti tra le tende che portano alla sala spia il film.

    Se immagino un cinema questo è quello che penso , e lo penso così con quel suo vecchio e trasandato fascino.

    PMT

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  23. O0 ha scovato questa poesiola. QUI ne potete trovare altre della stessa autrice (non ho compreso del tutto se si chiami Carolina o Teresa, ma dopotutto quando mai su FoLLeLFo i nominativi sono stati importanti?)

    NOI DEL COMPLETARIATO

    noi del completariato abbiamo molto da imparare

    la bancapopolaredimilano verderame sulle scale di cadorna
    incombe sulla testa mentre sali dalle scale della metro
    e ti illumina di luce propria
    l’enel
    che allacciarsi e slacciarsi son sempre soldi
    e mancanze lacune nostalgiche
    e rese dei conti

    che non tornano mai (banale)
    che non torni mai (scontato)

    te la metto fuori a metà prezzo la tazza gialla di natale col manico rotto
    la usi come portadentifricio
    per non sdraiarlo bordi del lavandino che è scomodo

    ho bisogno di scrivere ed omettere
    mezzo sfavillante strutturalmente povero di immagini precise
    e tu che sei del completariato come me completi lo scritto
    inferisci sul letto
    infierisci sul letto

    e poi mi dici
    cosa
    non hai capito
    dove
    non mi hai capita

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  24. EnonimU

    aprile 4, 2009

    sesso, grissini, letto in mezzo al mare, gli occhi strabici di quel ragazzo che non è niente male, emarginazione, ancora grissini ma alle olive ‘sta volta, salto, rido, miro, grido, urla.
    La mia “parte” l’ho fatta. Buonanotte.

    Rispondi

  25. Bamboladistracci

    marzo 29, 2009

    Camminavo per La Grigia a passo svelto, destr sinistr, destr sinistr, con l’andamento incerto di chi sa dove andare ma ignora il perché. La notte, fedele compagna di vita, quella sera mi era ostile, e il cielo de La Grigia mi scrutava minaccioso, coperto appena da nuvole annoiate. Destr sinistr, destr sinistr, non guardare mai nessuno in faccia, dice nonna, e tieni sempre la testa all’ingiù, la testa in giù. Dò retta a nonna, mi guardo i piedi, destr sinistr, destr sinistr, passo oltre le numerose presenze che stanziavano raminghe nell’immenso piazzale. Un fischio, una risata; non ti fermare, dice nonna, destr sinistr, destr sinistr, la sigaretta stretta tra dita troppo piccole per potersi proteggere, la paura, sempre maggiore, canticchiante nel petto.
    Cammino più veloce, destr sinistr destr sinistr destr sinistr, le orecchie tese al minimo rumore, la bocca, asciutta, stretta in mille piegoline. Tutto ad ad un tratto odo dei passi, lievi e nervosi, raggiungermi pian piano. Mi volto, maldestra, pronta a stuprare la quiete notturna con urla da oltre cento decibel; una ragazza, bionda e slavata, sacchetto della spesa da una parte, terrore dall’altra, scrutava guardinga quella notte così inquieta.
    Rimincio a camminare, e lei con me. Destr sinistr, destr sinistr, rallento il passo permettendole, così, di non restare indietro. Uniamo i movimenti in una perfetta sincronia, entrambe felici dell’altrui presenza, amiche fidate seppur estranee. Destr sinistr, destr sinistr, tic, tac, tic, tac, un ticchettio s’aggiunge alla buffa sinfonia che aleggiava nella notte; una terza donna, dal respiro affannato, si muoveva assieme a noi, tenendo compitamente il ritmo coi piedi.
    Proseguimmo così, in quel corteo improvvisato di Piazzale Loreto, la gloriosa marcia verso casa. E a noi si aggiunsero altre donne, giovani e vecchie, buone o cattive, perfette sconosciute ma accomunate dalla stessa, identica paura. Capelli neri, biondi, bianchi si legavano tra loro in un’indissolubile trama, occhi chiari, scuri, grandi o piccini splendevano sinistri nell’uggioso buio, facendo vergognare non poco la fioca luce dei lampioni. Destr sinistr, destr sinistr, una marcia impeccabile, la nostra; non un passo fuori posto, non un respiro od un gemito, obbedivano, sicure, ai rigidi dettami della notte, domina e regina.
    Destr sinistr, destr sinistr, arrivo, finalmente, alla dimora. Saluto tra me e me le mie compagne di viaggio, mando loro di nascosto un bacio ed entro frettolosamente nel portone, lasciandomi cullare, esausta, dal rassicurante giallo della luce dell’atrio.
    Destr, sinistr, destr. Sono a casa.

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  26. ohh finalmente una bella arringa contro chiunque, che si chiude con mediocrità, quanto vorrei conoscere l’eremita che, senza esser mai sceso a compromessi con la società si erge e giudica, è il tono sprezzante ad esser fuoriluogo, le accuse saranno anche plausibili, è solo ridicolo il tentativo di nascondersi sotto il banco degli imputati e far la voce grossa, se fosse stato scritto con una sfumatura compassionevole, come una confessione, sarebbe stato molto più ironico e meno presuntuoso.
    s.maschera

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  27. Francesca

    marzo 22, 2009

    Eccomi nel mio solito grigiore. La primavera dicono sia alle porte. La vedo. Profumo di aria e respiro ciò che attraverso, passo dopo passo. Po mi fermo ed è inverno. Allora mi chiedo il perchè di quelle candide margherite, lì accanto al cemento. Dove io cammino. Vedo primavera ma non la sento. Le nuvole poi tornano ai mei occhi. Ostinata alla loro fulgida ma continua presenza, le comprendo e mal sopporto la luce del sole. Amato da troppi.

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