Una brava

Posted on marzo 16, 2011

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Sto cercando una puttana, una brava. Ma non nere, come queste. Queste son tutte nere, a me serve una bianca. E brava. Bianca sì, ma brava pure. Magari italiana. Anzi, non magari, sicuramente italiana. Giorgia infatti è italiana. Anzi, dovrebbe avere anche il suo accento. E parlare con la zeppola. Appena appena. Ma queste porco giuda sono tutte africane. Tiro giù il finestrino.
«Ma scusate, le bianche dove sono?»
Mi mandano affanculo. Una batte sulla macchina, un’altra dà un calcio alla ruota. Riparto.
Non dev’essere troppo grassa, né troppo magra. Tette medie. Medio-grandi, anzi. Labbra strette, occhi da rana, azzurri. Ma la faccia non importa. Gli occhi, solo. Le mani. Mani lunghe, senza unghie. Mangiate.
Solo che stanotte piove, e io non sono mai andato a puttane. Non so dove cercare. Vado a caso, per le periferie dei paesi più grandi, ma non c’è nessuno, in giro. Dovrei andare a Torino. Chiedere a qualcuno. Sapranno dirmi, a Torino, dai. Vado.

Sbaglio due volte l’uscita dell’autostrada. Giro troppo in fretta, e mi ritrovo dentro, tocca pagare un euro per uscire. Di nuovo. Due volte lo faccio, poi mi incazzo e vado dritto per dieci chilometri, poi entro in un corso a caso. Giro per il centro, non piove più, ma niente. Di mercoledì, giorno balordo. E non sono un puttaniere, non so dove sono. Finisco vicino a un fiume grosso, il Po? Non so, sì, credo. Ce n’è una. Tiro giù il finestrino, tutto appannato. Ma è un travestito. Mascolino, dalle orecchie a sventola, olivastro.
«Bello, che facciamo?» dice.
Mi spavento e proseguo.
Dall’altra parte ce n’è un’altra. Una nera, sovrappeso, capelli lisci, lunghi, neri. Senza una parola si china, mostra il seno.
Vado oltre. Più in là.
E finalmente ce n’è una bianca. In minigonna, i fari sbattono sulle cosce e sui polpacci. Collant che riflettono quasi a specchio.
«Ciao.»
«Ciao bello.»
Si appoggia alla portiera, sorride. Non somiglia a Giorgia. Mi dice i prezzi. Le spiego cosa voglio.
«Certo» dice, e aggiunge quanto costerà.
Ma i soldi non sono un problema. Solo che dev’essere brava. Bisogna essere precisi in queste cose. Millimetrici. Categorici.
Andiamo a casa sua.

 Ha un trilocale, dice. Entriamo e siamo già nella stanza da letto, matrimoniale. Le altre stanze non le vedo. Un bagno, ci sarà. E una cucina.
«Metto qui?» dico, e appoggio la valigetta e la giacca.
«Vado in bagno, sistemati.»
Apro la valigetta. Tiro fuori Giorgia, la appoggio sul cuscino. Le scarpe coi laccetti, un paio di calze rosa.
«Devo metterle?»
È tornata, nuda. Le lancio un foulard rosso scuro.
«Sì.»

«Zitta. Stai zitta.»
Non riesco a concentrarmi. Giorgia non aderisce. Questa puttana ha la testa piccola, non la riempie bene.
«Cazzo!»
Mi butto di lato. Sono sudato, moscio. Non funziona.
Lei aspetta. Controlla l’orologio sul comodino.
«Dì sessantasei.»
«Cosa?»
Ripeto.
«Sessantasei.» dice.
No. No, non ci siamo.
«Ridillo con la zeppola.»
«Con?»
«La zeppola. Cazzo, non sai cos’è la zeppola?»
Si alza e si sfila Giorgia.
«Senti, vattene.»
«Non me ne vado. Ho pagato.»
«Provo a farti una pompa, se no te ne vai.»
«Che cazzo fai!»
Si stava rimettendo Giorgia.
«Scusa, ma non vuoi che»
«Dà qua.»
Gliela strappo dalle mani e la rimetto in valigia. Chiudo.
«Ridammi i soldi.»
«Bello, il tempo si paga, non ti ridò un cazzo.»
«Ho chiesto un servizio, non sei capace. Ridammi i soldi.»
Qualcuno mi batte sulla spalla. Mi giro. È un ciccione rasato. Più alto di me. Sbarbato di fresco, in canottiera, sudato. Uscito dalla cucina. Aspettava di là. Il suo orecchio destro sembra masticato da un cane.
«Vattene.»
Mentre raccolgo i vestiti non si sposta. Devo giragli attorno. Mi segue con lo sguardo, la puttana si accende una sigaretta.
«Parlerò male di voi» dico, prima di uscire.
«Cos’hai detto?» sento, dietro. Ma sono via. In macchina.

Parcheggio, giro a piedi. In centro a Torino mercoledì notte non c’è nessuno. Nessuno. Passa un cane, lo chiamo.
«Bello, vieni.»
Viene. Mi lecca la mano. Giorgia aveva un cane. È morto sotto una macchina.
«Bello» dico, e gli prendo il collo.
«Bello» ripeto.
Lui guaisce piano, poi non vedo più niente. Nero a macchie. E mi ritrovo a pancia in giù, ma mi sembra di avere un grosso peso sulla nuca. Qualcosa che spinge, e vengo spostato a balzi. Qualcuno mi sta prendendo a calci. Lontanissimo, lo stesso qualcuno chiede cosa penso. Cosa credo. Il cane, cosa voglio fargli, al suo cane. Poi niente.

 Mi sveglio appoggiato a un muro. Sono pieno di sangue. La giacca, i pantaloni. Mi sento gonfio, tutta la parte destra del corpo. E la testa. Anche l’occhio. Mi tiro su, piano. Sputo del sangue. Lentamente, con qualche pausa, arrivo alla macchina. Entro. Metto in moto. Torno.

Sono uscito dal bagno. Due ore di immersione gelida. Male lo stesso. E freddo. Mi asciugo e prendo la valigetta. Prendo Giorgia. Da sotto il letto tiro fuori la bambola. È alta quasi come me. Bionda. In lattice e non so che altro materiale. Sembra carne vera. Insomma. Infilo Giorgia sulla testa della bambola. La sistemo sul letto, il foulard rosso sul collo in modo da nascondere l’attaccatura. Le infilo le calze e le scarpe coi laccetti. Poi vado allo stereo, volume basso. Schiaccio play. La voce di Giorgia comincia a recitare:
Pronto? Pronto, chi è?
Pronto? Pronto, chi è?
Pronto? Pronto, chi è?
Salgo sulla bambola. Comincio ad andare avanti e indietro. Avanti e indietro. Avanti e indietro.

Giorgia, porca vacca, con sta bambola di merda cosa ci faccio? Con la tua maschera su, ma dai. Che schifo. Sono anche andato a puttane, boia faus. Ma si può? Si puosse? No, Giorgia. No. Non dovevi lasciarmi. Dovevamo stare insieme per sempre e forever forever all the night. Lo so, non volevo che bevessi. E che fumassi. Ma tu fumavi e bevevi troppo, cara Giorgia. Fumavi anche tre o quattro sigarette. E tutto quel vino, poi. E volevi anche guidare. Ma se non hai la patente, dove vai, ubriaca. Ti avrebbero fermato, come quella volta. O ero io. Forse ero io, che ti avevo fermato. Andavi al bagno, ma prima dovevo farti la multa. L’alcol test. Farti camminare sulla riga. Andare a cercare la strada per farti camminare. Eravamo in cucina, mica facile. E te volevi andare al bagno, ti scappava. Prima paghi la multa, poi vai in bagno, no? Se mi hanno licenziato è colpa mia? No. Poi sei andata in bagno. E sei uscita. A comprare le sigarette. E non sei più tornata. Hai cambiato casa e uomo. E numero di telefono. Ma ti trovo, io. Sono bravo a cercare. A trovare, anche. Però dovresti tornare da me. Non ti faccio la multa. Basta multe, giuro. Poi era uno scherzo, non ho neanche il blocchetto. Mi credi così severo? Così sbirro? Eccesso di velocità in cucina, ti pare? Con gli zoccoli, poi. Scherzavo sulla revisione. Gli zoccoli vanno bene, non è vero che si vede il battistrada. Anche le luci. Lo so che non ce l’hai, però la prossima volta prenditi una lampadina e fai finta, no? Vaccagare. Fai quello che vuoi. Vuoi stare con lui? Stai con lui. Io mi faccio la bambola. Non è tanto brava, forse. Magari ne compro un’altra, poi. Magari. Una brava. Le venderanno quelle brave, figurati. Basta pagare. O se no mi sparo. Con la doppietta. Anche il grilletto è doppio. Puoi schiacciare e scoppiano tutte e due le canne. Così sei sicuro che se una fa cilecca l’altra no. Hai più probabilità, diciamo. Così è quasi sicuro che muori. Se non muori, prima che ti portano all’ospedale muori. Poi io. Io muoio, scusa. Parlavo così, a vanvera. Ma si tratta di me. Sempre di me. E di te, anche. Se torni la multa non te la faccio, giuro. Te eri brava, Giorgia, cristo. Torni? Devo spararmi? Guarda che mi sparo, io. Non ci credi? Adesso ti telefono e ti faccio sentire. Prima scrivo addio, aspetta.

 Addio.

 «Pronto? Pronto chi è?»

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