Il vecchio e il cane
Il vecchio avanza lentamente tra le sterpaglie, seguendo l’argine polveroso di un placido fiume in prossimità dell’estuario. Il vecchio, in realtà, non è poi così vecchio, ma il respiro affannoso ed il busto scheletrico sbugiardano la carta d’identità. Anche i capelli, più bianchi che brizzolati, i denti giallastri ed il passo zoppicante contribuiscono a rendergli appropriato il sostantivato vecchio. Dal resto veniva chiamato el vécio anche da piccolo. Dopo mezzora di cammino, il vecchio vede il fiume annodarsi in un’ampia ansa che scorre verso ovest, serrato da alcune dune di sabbia. Scende allora dall’argine con macchinosa lentezza e s’incammina per un piccolo sentiero che costeggia una canaletta di pietra grigia. Il vecchio muove i piedi l’uno dopo l’altro borbottando qualche parola tra sé e sé. Il sentiero di terra battuta s’insinua tra rigogliosi campi di grano; le spighe intralciano l’orizzonte e brillano nell’aria ovattata. Il vecchio ascolta il proprio respiro ansimante e si slaccia qualche bottone della sporca camicia azzurra. Capisce di barcollare, serrato da un’improvvisa sensazione di claustrofobia, quindi volge lo sguardo annebbiato a destra e a sinistra, come se stesse cercando di ricordare qualcosa. Si lascia cadere su di un tronco mozzato ed estrae dalla tasca una fiaschetta di metallo da cui beve un sorso di grappa. L’abitudine all’alcool ha reso completamente immune laringe e palato da qualsiasi sensazione, quindi il liquido scende direttamente allo stomaco senza alcun singulto. La vertigine si dirada e i pensieri ritrovano la propria via. Continue reading ‘Il vecchio e il cane’
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Allegria
Follelfo si apre anche al fumetto. Scova un giovinautore qui e lo pubblica. Nel frattempo prepara i racconti per le semifnali di wimble.doc.
E nulla sarà più come prima.
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Follelfo va a Firenze
Sabato i Follelfi vanno in stazione Centrale e pigliano un treno per Firenze. Ci hanno invitato a questa cosa qui: Ultra festival della letteratura, in effetti.
Che cos’è:
Quattro giorni di presentazioni, letture, dj-set, dirette web, aperitivi con l’autore, meeting di riviste e due workshop di poesia e prosa, dislocati tra la Biblioteca delle Oblate e il Teatro della Pergola. Pensati come anticipazione di un festival letterario a Firenze a partire dal 2010, proposto da un comitato direttivo rigorosamente composto da giovani scrittori trentenni.
Chi c’è:
Rosaria Lo Russo, Filippo Tuena, Giorgio Vasta, Paola Presciuttini, Antonio Moresco, Enzo Fileno Carabba, Maria Grazia Calandrone e Stefano Savi Scarponi, Sergio Nelli, Digi G’Alessio+Colossious, Gabriele Frasca, Biga/El Climatico, Daniele Pasquini, Titti Follieri, Intermezzi Editore, Sic-Scrittura Industriale Collettiva, Editrice Zona, Transeuropa edizioni, Fabrizio Venerandi, Demetrio Paolin, Peppe Fiore, Maria Ester Mastrogiovanni, Violetta Bellocchio, Riccardo Donati, Alessio Arena, Massimiliano Palmese e le riviste e webmagazine Argo, Colla, ernest(,), finzioni, FoLLeLFo, Il primo amore, inutile. opuscolo letterario, Loop, Tabard.
Che ci facciamo noi?
Portiamo in dote le prime copie del numero zero della versione cartacea, ancora fresche di stampa. Saranno colorate, gratuite ed imprescindibili. Ci hanno inoltre promesso il raggiungimento di un sufficiente livello di gradazione alcolica entro il termine della giornata.
Info sulla quattro giorni di festival: qui.
Info sulla giornata del ventisei settembre: qui.
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Habemus pdf
Follelfo aveva promesso la pubblicazione del numero zero della rivista per i primi giorni di settembre. Oggi è l’uno e il pdf è ufficialmente on line. Follelfo è sempre di parola.
Qui potete sfogliarlo, leggerlo, scaricarlo, stamparlo, inviarlo agli amici e pure appenderlo in camera. Si dice persino che, una volta fissato allo stipite della porta, impedisca l’accesso agli spiriti maligni.
[E non è finita qui: stiamo lavorando per arrivare alla versione cartacea. Versione cartacea che sarà distribuita gratuitamente e (si spera) capillarmente in tutta la città. Filantropicamente Follelfo.]
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Tags: follelfo, numero zero, pdf, Rivista
Follelfo non è morto; è working-progress.
Dopo un lungo periodo di sofferto travaglio, abbiamo scovato l’ingresso di un labirinto tra infiniti campi di mais. Eravamo tra Tavazzano e Melegnano, nei pressi di un fetido fiume ronzante. Le spighe risuonavano al vento mattutino e sembravano disegnare strane figure irregolari, quasi irreali. Non erano disposte secondo rette file geometriche, ma creavano elissi e spirali in moto perpetuo tra le quali, a fatica, trovammo un sentiero melmoso infestato da zanzare e pappatacci. Non mangiavamo da giorni, ma non per questo soffrivamo di spiacevoli allucinazioni, né temevamo allucinazioni, per quanto spiacevoli; ingannevoli, piuttosto. Eravamo consapevoli di essere semplici esistenti, persi irragionevolmente tra spighe di mais le quali sprezzanti ci sussurravano queste parole:
Turning and turning in the widening gyre The falcon cannot hear the falconer; Things fall apart; the centre cannot hold; Mere anarchy is loosed upon the world,
Fu allora che, improvvisamente, ognuno di noi si rese conto della direzione in cui ci stavamo muovendo, stavamo ricercando il punto in cui tutte le linee si incontrano e, congiungendosi, ripartono. Alcuni tra noi vacillarono, altri inciamparono e caddero, altri ancora impazzirono sentendosi urlare. Restammo in pochi, stremati e piagnucolanti, ma decisi a raggiungere la meta. Fu per questo che vedemmo sorgere dal fango un cadavere sfregiato con in mano un otre di vino. Costui, affatto curante della nostra presenza, intonò stonate note che sembravano risuonare di echi trecenteschi. Disse di chiamarsi Cecco e d’ardere come il foco.
Quella voce fece tremare la terra e le nostre membra. Il sudore ci colava sugli occhi, mischiandosi alle lacrime amare sgorgate a causa del possente rimprovero altomedievale. D’un tratto però, il rimbrotto gli soffocò in gola ed egli cadde come corpo morto cade. Ci scoprimmo allora ai piedi d’un grande albero, alto e forte; la corteccia bruna si disponeva in placche irregolarmente rettangolari, e avvolgeva il fusto, ramificato in fronde possenti e nodose.
Fu in quel momento, sepolti tra spighe di grano, che capimmo le parole del saggio vetusto che tradusse e banalizzò vecchie teorie continentali: “I am nothing, I see all”. Fu in quel momento, dinnanzi al tronco maestoso, che comprendemmo ciò che le laide parche hanno sempre tessuto in nostra vece. Mezzi uomini, mezze divinità, purgati nel campo lombardo per assurgere ad una nuova consapevolezza, trovammo la forza di superare l’ozio molesto e di innalzare l’ingegno.
Agli albori di settembre Follelfo pubblicherà il numero zero della rivista. Sarà grande, colorata e disponibile in pdf; un evento imperdibile. E, con la vostra partecipazione, sarà il primo di una lunga serie.
Nello stesso periodo (precisamente il sette, dieci e quattordici settembre) Follelfo inaugurerà il primo turno del torneo di racconti Wimble.doc. Otto blog letterari si sfideranno a colpi di inediti per il giubilo del pubblico in festa. Questi i nomi delle riviste che alletteranno il vostro prossimo autunno: Catrame, Colla, Ernest, Finzioni, Inutile, MRT e, ultima aggiunta, Lamerotanti.
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Meccanica fluorescente
È mezzanotte.
I neon della metroB bizzano fluorescenti nell’ultima corsa del giorno. Andrea fissa la sua attenzione su uno in particolare, che frigge mosche al suo interno e una scritta FREE TEKNO all’esterno.
Mi piacerebbe essere una mosca per sciacquarmi la testa con le zampe ogni volta che succhio Bordeaux. Sì sì, una mosca che supina non muore, ma che tende le braccia a far l’amore.
Il lungo biscione fugge nel buio abbracciato dal cemento. Andrea, passeggero nel suo ventre, ne scruta i particolari fino alla testa; gli pare di aver trovato un pozzo di cui si può vedere il fondo, senza raschiarlo.
“Mi basta/ mi basta che sia/ più profondo di me” Continue reading ‘Meccanica fluorescente’
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Veduta d’invisibile
Quella volta fu diverso; sapeva di epilogo, di perfetto non ritorno. Il Guercio aveva davvero superato se stesso. Erano ormai diversi anni che Dafne si spostava alla locanda per aiutare il nonno durante il periodo di fiera, quando la città si animava follemente d’ogni più varia stravaganza; la settimana della fiera era eccitante, divertente, e Dafne trovava ogni anno stimoli eccellenti per nutrire la propria vorace curiosità. E lo spettacolo del Guercio era qualcosa di imperdibile. Il Guercio era artigiano del posto; età indecifrata ma non troppo in là, passato burrascoso, mani e volto segnati, scarsa presenza scenico mondana. Le prodezze del Guercio erano sempre le più attese alla fiera perché, tutti dicevano, era un artista. Forse il più grande marionettista che mai avesse dato anima a pezze e legno, il più stupido ottuso maestro della dedizione, il più incredibile beone che conservasse sconosciuta lucidità quando il momento era quello giusto. Continue reading ‘Veduta d’invisibile’
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Tags: fiera, guercio, hallelujah, orpellofaceto, racconto
L’ostessa
Era nata in una campagna misera e rinsecchita, che circondava una città piccante, tentatrice e stanca insieme, come una cortigiana ormai troppo matura. Mentre nella campagna si cavavano patate gelate da una terra non proprio nera, in città gli studenti tenevano in scacco le guardie, ogni notte invece delle stelle fiorivano duelli e serenate; e immense fortune passavano da affusolate dita aristocratiche a tozze zampe di borghesi, in mezzo allo strepito delle carrozze e al vociare delle osterie. Quelli in cui era nata erano dunque tempi duri, come lo sono del resto tutti i tempi. Continue reading ‘L’ostessa’
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Tags: donna, racconto, storia, susanna
Erre
Erre divide le persone in due categorie. Quelli che prendono i volantini mentre passeggiano e quelli che non li prendono. Non è certo una divisione sistematica e metafisica, ma gli offre indubbi vantaggi pragmatici. Erre odia spendere fiato con persone che non meritano parole. Ecco perché parla solo con quelli che accettano il pezzo di carta stampata. Erre non si considera un bell’uomo. É magro, né alto, né basso. Il suo viso è ovale, un poco allungato e mette in risalto un naso leggermente più grosso del normale. Le labbra lunghe e rugose, perennemente screpolate dal vento, nascondono alla vista un neo nero che alloggia nella fossetta del mento. La voce, perennemente rauca ed abbassata, trasuda smog, nebbia e maltempo. Un rantolo di morte. Continue reading ‘Erre’
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Il piccolo ikiki aveva appena sedici anni quando una donna, miss Sunena, dal fuoco negli occhi lo scelse come suo servitore. Era sempre stato in mezzo alla strada, ove all’oscuro delle sue origini si arrabattava per pagarsi gli studi, che il più anziano degli orfanelli con cui viveva si ostinava a consigliargli come unica via di fuga. “Fuga da dove poi?” si chiedeva ikiki perplesso senza però avere il coraggio o la codardia di dirlo ad alta voce. “Fuga dal nulla!” si rispondeva poi, quando chino sui libri capiva che il suo sforzo non era che un conato di un’ infinitesimale potenzialità, il capriccio di una minima possibilità come il colpo di coda di un pesce che stanco del mare di strade salta per annaspare nell’aria, per farsi notare quasi la sua esistenza dipendesse dall’esser visto compiere qualcosa di eclatante come scoprire un limite.
Come quel pesce si sentiva in ogni strada che eleggeva a sua dimora. Continue reading ‘YABYUM: il mito della nascita di un rito’
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Silenzio
Silenzio. Per pensare e scrivere (e pensare a cosa scrivere) ci vuole silenzio. Allora mi alzo dalla scrivania e vado a chiudere la porta. Non lo faccio mai, non mi piace, mi sembra di mandare un messaggio di ulteriore chiusura rispetto a tutti quelli che già mando ogni giorno con i miei comportamenti. E poi la porta chiusa soffoca e rimpicciolisce lo spazio; come l’assenza di uno specchio le può togliere profondità. Però per scrivere bisogna concentrarsi. Tantissimo. E io non sono ancora così bravo da concedermi il lusso di poter farmi distrarre dai rumori e dalle parole che vengono dalle altre stanze. Non vorrei mai che mi giungesse una qualche richiesta d’aiuto, un favore da fare e poi da lì rimanessi intrappolato in qualche dialogo indesiderato. Continue reading ‘Silenzio’
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Tags: nuova collaborazione, ordunque, racconti, scrittura, silenzio
Effe
Effe è seduto davanti ad uno schermo di un computer. Effe fissa un punto luminoso che lampeggia sul display e lo vede scintillare. Effe ha lo sguardo fisso e gli occhi sbarrati, non osserva nulla, semplicemente vede. To look – to see. Effe tiene in mano una sigaretta, ma non inspira né espira. Vede il fumo propagarsi per la stanza, e osserva -questo sì lo osserva- le figure che danzano tra spirali di foschia. La mano è ferma e la cenere ogni tanto cade sulla tastiera. Quando Effe si accorge dello scontro tra tasti e polvere grigia, muove un poco la palpebra destra, poi chiude gli occhi. Il computer dice che Effe ha un sacco di amici, ma Effe è da molto tempo che rimane chiuso in casa da solo. Continue reading ‘Effe’
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Canto d’autunno
A volte, quest’ uomo onesto e probo, gradiva gettare tempo in giro a zonzo, trascinando i piedi e sorridendo al mondo. Gradiva le tiepide giornate, ma ancor più quelle uggiose d’autunno, quelle fredde e ricoperte d’un grigio uniforme, quando l’accidia ben s’accompagna alla letizia. Non certo lo muoveva simpatia per il moto, tanto che il suo itinerario procedeva quasi sempre in maniera piuttosto casuale; città e campagna erano in fondo sempre la medesima cosa, esprimendo comunque una visione di mondo. Continue reading ‘Canto d’autunno’
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Nebula
Da molto prima che incominciasse la storia, sfuocato nella memoria di generazioni dimenticate, senza per questo aver perso nell’immaginario comune la vividezza della vita di tutti i giorni, l’odio aveva continuato a prosperare, sotterraneo come lava raccogliendosi nelle azioni abituali, pronto ad esplodere senza preavviso, come il capriccio di un bambino. Nessuno ricordava l’inizio di quella sciagurata guerra e per questo da ambo le parti v’era la certezza che la ragione fosse prerogativa del proprio popolo e i torti subiti fossero scaturiti dall’altrui arroganza, non certo da malintesi ingigantiti e da biechi interessi di entrambi. Continue reading ‘Nebula’
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Tags: guerra, nebula, racconto
Digressione slovacca
Il castello di Bratislava è un cubo perfetto, ha il tetto di tegole rosse ed un torrione ad ogni angolo. Il castello di Bratislava si erge sulla cima di una rocca che sovrasta il Danubio, la città vecchia e la città nuova. Il castello di Bratislava cent’anni fa era soltanto un insieme di rovine. Rovine poste in bella vista. La prima cosa che chiunque vedeva, entrando in città. D’altro canto cent’anni fa Bratislava non si chiamava neppure Bratislava. Continue reading ‘Digressione slovacca’
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