Meccanica fluorescente
È mezzanotte.
I neon della metroB bizzano fluorescenti nell’ultima corsa del giorno. Andrea fissa la sua attenzione su uno in particolare, che frigge mosche al suo interno e una scritta FREE TEKNO all’esterno.
Mi piacerebbe essere una mosca per sciacquarmi la testa con le zampe ogni volta che succhio Bordeaux. Sì sì, una mosca che supina non muore, ma che tende le braccia a far l’amore.
Il lungo biscione fugge nel buio abbracciato dal cemento. Andrea, passeggero nel suo ventre, ne scruta i particolari fino alla testa; gli pare di aver trovato un pozzo di cui si può vedere il fondo, senza raschiarlo.
“Mi basta/ mi basta che sia/ più profondo di me” Continue reading ‘Meccanica fluorescente’
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Veduta d’invisibile
Quella volta fu diverso; sapeva di epilogo, di perfetto non ritorno. Il Guercio aveva davvero superato se stesso. Erano ormai diversi anni che Dafne si spostava alla locanda per aiutare il nonno durante il periodo di fiera, quando la città si animava follemente d’ogni più varia stravaganza; la settimana della fiera era eccitante, divertente, e Dafne trovava ogni anno stimoli eccellenti per nutrire la propria vorace curiosità. E lo spettacolo del Guercio era qualcosa di imperdibile. Il Guercio era artigiano del posto; età indecifrata ma non troppo in là, passato burrascoso, mani e volto segnati, scarsa presenza scenico mondana. Le prodezze del Guercio erano sempre le più attese alla fiera perché, tutti dicevano, era un artista. Forse il più grande marionettista che mai avesse dato anima a pezze e legno, il più stupido ottuso maestro della dedizione, il più incredibile beone che conservasse sconosciuta lucidità quando il momento era quello giusto. Continue reading ‘Veduta d’invisibile’
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L’ostessa
Era nata in una campagna misera e rinsecchita, che circondava una città piccante, tentatrice e stanca insieme, come una cortigiana ormai troppo matura. Mentre nella campagna si cavavano patate gelate da una terra non proprio nera, in città gli studenti tenevano in scacco le guardie, ogni notte invece delle stelle fiorivano duelli e serenate; e immense fortune passavano da affusolate dita aristocratiche a tozze zampe di borghesi, in mezzo allo strepito delle carrozze e al vociare delle osterie. Quelli in cui era nata erano dunque tempi duri, come lo sono del resto tutti i tempi. Continue reading ‘L’ostessa’
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Erre
Erre divide le persone in due categorie. Quelli che prendono i volantini mentre passeggiano e quelli che non li prendono. Non è certo una divisione sistematica e metafisica, ma gli offre indubbi vantaggi pragmatici. Erre odia spendere fiato con persone che non meritano parole. Ecco perché parla solo con quelli che accettano il pezzo di carta stampata. Erre non si considera un bell’uomo. É magro, né alto, né basso. Il suo viso è ovale, un poco allungato e mette in risalto un naso leggermente più grosso del normale. Le labbra lunghe e rugose, perennemente screpolate dal vento, nascondono alla vista un neo nero che alloggia nella fossetta del mento. La voce, perennemente rauca ed abbassata, trasuda smog, nebbia e maltempo. Un rantolo di morte. Continue reading ‘Erre’
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Il piccolo ikiki aveva appena sedici anni quando una donna, miss Sunena, dal fuoco negli occhi lo scelse come suo servitore. Era sempre stato in mezzo alla strada, ove all’oscuro delle sue origini si arrabattava per pagarsi gli studi, che il più anziano degli orfanelli con cui viveva si ostinava a consigliargli come unica via di fuga. “Fuga da dove poi?” si chiedeva ikiki perplesso senza però avere il coraggio o la codardia di dirlo ad alta voce. “Fuga dal nulla!” si rispondeva poi, quando chino sui libri capiva che il suo sforzo non era che un conato di un’ infinitesimale potenzialità, il capriccio di una minima possibilità come il colpo di coda di un pesce che stanco del mare di strade salta per annaspare nell’aria, per farsi notare quasi la sua esistenza dipendesse dall’esser visto compiere qualcosa di eclatante come scoprire un limite.
Come quel pesce si sentiva in ogni strada che eleggeva a sua dimora. Continue reading ‘YABYUM: il mito della nascita di un rito’
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Silenzio
Silenzio. Per pensare e scrivere (e pensare a cosa scrivere) ci vuole silenzio. Allora mi alzo dalla scrivania e vado a chiudere la porta. Non lo faccio mai, non mi piace, mi sembra di mandare un messaggio di ulteriore chiusura rispetto a tutti quelli che già mando ogni giorno con i miei comportamenti. E poi la porta chiusa soffoca e rimpicciolisce lo spazio; come l’assenza di uno specchio le può togliere profondità. Però per scrivere bisogna concentrarsi. Tantissimo. E io non sono ancora così bravo da concedermi il lusso di poter farmi distrarre dai rumori e dalle parole che vengono dalle altre stanze. Non vorrei mai che mi giungesse una qualche richiesta d’aiuto, un favore da fare e poi da lì rimanessi intrappolato in qualche dialogo indesiderato. Continue reading ‘Silenzio’
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Effe
Effe è seduto davanti ad uno schermo di un computer. Effe fissa un punto luminoso che lampeggia sul display e lo vede scintillare. Effe ha lo sguardo fisso e gli occhi sbarrati, non osserva nulla, semplicemente vede. To look – to see. Effe tiene in mano una sigaretta, ma non inspira né espira. Vede il fumo propagarsi per la stanza, e osserva -questo sì lo osserva- le figure che danzano tra spirali di foschia. La mano è ferma e la cenere ogni tanto cade sulla tastiera. Quando Effe si accorge dello scontro tra tasti e polvere grigia, muove un poco la palpebra destra, poi chiude gli occhi. Il computer dice che Effe ha un sacco di amici, ma Effe è da molto tempo che rimane chiuso in casa da solo. Continue reading ‘Effe’
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Canto d’autunno
A volte, quest’ uomo onesto e probo, gradiva gettare tempo in giro a zonzo, trascinando i piedi e sorridendo al mondo. Gradiva le tiepide giornate, ma ancor più quelle uggiose d’autunno, quelle fredde e ricoperte d’un grigio uniforme, quando l’accidia ben s’accompagna alla letizia. Non certo lo muoveva simpatia per il moto, tanto che il suo itinerario procedeva quasi sempre in maniera piuttosto casuale; città e campagna erano in fondo sempre la medesima cosa, esprimendo comunque una visione di mondo. Continue reading ‘Canto d’autunno’
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Nebula
Da molto prima che incominciasse la storia, sfuocato nella memoria di generazioni dimenticate, senza per questo aver perso nell’immaginario comune la vividezza della vita di tutti i giorni, l’odio aveva continuato a prosperare, sotterraneo come lava raccogliendosi nelle azioni abituali, pronto ad esplodere senza preavviso, come il capriccio di un bambino. Nessuno ricordava l’inizio di quella sciagurata guerra e per questo da ambo le parti v’era la certezza che la ragione fosse prerogativa del proprio popolo e i torti subiti fossero scaturiti dall’altrui arroganza, non certo da malintesi ingigantiti e da biechi interessi di entrambi. Continue reading ‘Nebula’
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Digressione slovacca
Il castello di Bratislava è un cubo perfetto, ha il tetto di tegole rosse ed un torrione ad ogni angolo. Il castello di Bratislava si erge sulla cima di una rocca che sovrasta il Danubio, la città vecchia e la città nuova. Il castello di Bratislava cent’anni fa era soltanto un insieme di rovine. Rovine poste in bella vista. La prima cosa che chiunque vedeva, entrando in città. D’altro canto cent’anni fa Bratislava non si chiamava neppure Bratislava. Continue reading ‘Digressione slovacca’
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Passando
Su di un ponte,
errore manifesto. Travasando storie, lacrime screziate d’ un candido mattino. Sguardo fisso, vuoto nel guado , lezzo immondo e fanghiglia putrescente. Il rospo, re della palude ben se ne allontana impotente.
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Tags: ma, non dovevamo, poi mettere, quei fiumi, scrivi più in grande, viscosi?
Requiem di città
Il naviglio della Martesana è un rigagnolo grigio attorniato da palazzi e sovrastato da tralicci del treno. Un rigagnolo puzzolente e asfissiante, paradiso perduto delle zanzare. Annuso l’aria salmastra e, per un istante, assaporo il gusto della bile tra lingua e palato. Con un singhiozzo rigetto nello stomaco quel sapore rancido. Un ronzio dodecafonico mi avvolge quando attraverso il ponticello sul “fiume”.
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Sei pronto? A perdifiato mi raccomando senza voltarti.
Vuoi presentarmi una tua amica calabra? Ci sta, la notte in piazza San Carlo non si può dire che mi abbia rigenerato, era forse meglio non svegliarmi.
è una chiattona che ci porta a mangiare alla rinascente? Ci sta, maledette panchine antibarbone ho le giunture gonfie e indolenzite.
Paghi tu per fare il brillante? Ci sta, ma dove cazzo ho messo i soldi? Continue reading ‘Speriamo che il vecchio era anfiosso’
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In ginocchio, con le gambe nell’acqua putrida di un tunnel metropolitano abbandonato, schiocco le dita e reclino il capo. In ginocchio, le mani pendono inerti lungo braccia distese, spalanco gli occhi ed urlo un grido. Squittii di topi come cenno d’intesa. Plicchettio di gocce d’umidità. Le ossa gemono dolori nascosti. Attendo un segno, una madeleine, un rendez vous. Ottengo silenzio di topi che danzano. Continue reading ‘Theologica (un dialogo ed una novella)’
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Vir heroicus sublimis
Ogni cosa a suo tempo, e un posto per ogni cosa. Perché si era ormai così deliberato: sì, avrebbe utilizzato quel vecchio cannone, sgangherato pezzo di chincaglieria da tempo imbalsamato nella più spudorata indifferenza comune, al fine di servire la più onesta causa sovversiva.
Già, perché della malignità della matrigna si era più volte già ragionato, ognuno secondo i propri gusti e le proprie necessità; sfuggente, ingannatrice, indifferente , beffarda, e chi più ne ha qui non s’offenda, ché non è luogo.
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